La lingua dell’universo

Dove ci porta studiare l’universo senza mai alzare lo sguardo  dai numeri? In questo approfondimento cercheremo di dare una risposta alla luce dei più recenti sviluppi della scienza. E partiremo da lontano, da Pitagora, che fu il primo a predicare in Occidente che “ogni cosa si adatta al numero“. Gli credettero in molti, anche Galileo che nel suo Saggiatore accettò che l’universo fosse «scritto in lingua matematica e i caratteri son […] figure geometriche […] senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto». Leggi tutto..

 

Il pesciolino cosciente

Labroides dimidiatus

Un recente articolo di Le Scienze riapre la discussione su come indagare l’autocoscienza negli animali. Pare che  Alex Jordan, biologo evolutivo del Max-Planck-Institut abbia scoperto tracce di autocoscienza addirittura in un piccolo pesce pulitore che riconosce allo specchio una macchia creata ad arte sul suo corpo per assomigliare ad un parassita e quindi va sul fondo a grattarsi per liberarsene.  “Significa che i primati non sono più così speciali” ha tuonato il ricercatore e stupisce realmente che un tale fenomeno avvenga così “evolutivamente lontano” da noi, più di quanto ci si possa ragionevolmente immaginare.

Il primo ad utilizzare lo specchio come strumento per indagare l’autocoscienza negli animali fu il ricercatore Gordon Gallup negli anni settanta. Egli si accorse che gli scimpanzè dapprima reagivano come se vedessero un estraneo, poi iniziavano a scrutarsi con curiosità. I macachi  invece fallivano il test ma col tempo la pattuglia delle specie che superavano il test divenne nutrita: elefanti, delfini e gazze ladre non fecero che anticipare il pesce pulitore di cui si parla oggi.

Ma tutti questi animali sono davvero autocoscienti? L’autocoscienza è un fenomeno di tipo matrioska, via via più piccolo quanto più in “basso” si scende nella scala evolutiva, o c’è un salto tra l’uomo e gli animali? Ne abbiamo già parlato nel nostro approfondimento sul simbolismo umano e parrebbe che il lavoro presentato Jordan,  sembri supportare l’ipotesi della graduale comparsa dell’ autocoscienza nel mondo animale. Ma abbiamo trovato l’autocoscienza o qualcos’altro? La prima cosa da sottolineare è che essa è un unicum, “ un’idea particolare, anche misteriosa“; la seconda è che ” le neuroscienze non hanno gli strumenti per rispondere” alle domande fondamentali su di essa: cosa è e da dove emerge. Tale indefinitezza pesa come un macigno sui tentativi di verificarla nei casi in cui la capacità di esplicitarla (linguaggio e controllo motorio) è compromessa da un deficit organico: è il problema medico della coscienza nel cerebroleso.

Non avendo quindi di essa una chiara definizione come è possibile sostenere che il fenomeno osservato allo specchio dimostra la sua presenza negli animali? In realtà ciò che essi fanno è riconoscere il proprio corpo separato dal resto dell’ambiente/simili. Una facoltà molto vantaggiosa per la sopravvivenzai, ma ben lungi dal configurare consapevolezza di sé. In questo senso appare più adeguato considerare l’espressività simbolica come conditio sine qua non per riconoscere l’autocoscienza nel senso che noi intendiamo, proprio come fa il paleontologo Tattersall quando afferma che proprio essa «contribuisce in maniera decisiva a darci la sensazione di essere separati dal resto della Natura 1. Altrimenti ci esponiamo al rischio di scoprire autocoscienza ovunque, anche tra pinne e squame. Il pulitore, la gazza e la scimmia, sono tutti in grado di riconoscere il proprio corpo (che viene esplorato allo specchio come se avessero a disposizione un terzo occhio, un nuovo strumento sensoriale, come facciamo noi) ma non sono “ontologicamente”(e manca anche il substrato organico per farlo) in grado di essere “terzi”  rispetto al proprio pensiero: non possono manipolarlo per creare “senso” e quindi simbolo. La “novità” umana è proprio questa consapevolezza, cioè la capacità di prendere le distanze dal prodotto stesso della mente. Da qui il “salto” col resto del mondo animale.

Per concludere , quando lo stesso Jordan ci pone davanti al dilemma “o accetti che il pesce sia consapevole di se stesso, o accetti che forse il test non è una buona verifica di quel fatto“, è ragionevole propendere decisamente per la seconda ipotesi, anche perché io batto sulla tastiera ciò che sto scrivendo ed il pulitore mi osserva attraverso il vetro dell’acquario.

 

1: J. Tattersall, An evolutionary framework for the acquisition of symbolic cognition by Homo sapiens, in Comparative cognition & behavior reviews, n. 3, p. 100

 

Simboli sui gradini

Ed eccoci al “secondo tempo” della partita sul simbolismo, quella giocata tra “saltisti” e “gradualisti” per spiegare come siamo diventati uomini. Ci occuperemo in questo articolo proprio dei secondi,  “quelli dei gradini”, i supporters del gradualismo darwiniano, gli sfegatati della selezione naturale. Il loro credo? ” per pensare simbolicamente come i sapiens è necessario un cervello da sapiens “, insomma, tanta roba! Al vertice di questo manipolo agguerrito sono stati posti dalla dottoressa Adornetti gli studiosi riduzionisti Henshilwood e Dubreuil. Leggi tutto..

Tirando le somme

Ma noi, non specialisti? Cosa dedurre da questa full immersion nella fisica e nella cosmologia? Aspettiamo che venga costruito un acceleratore da 500 GeV sulla luna nel 2231? Qualcosa di certo c’è già ora. E’ indubbio per esempio, che la scoperta della natura dei pianeti, dei sistemi stellari e delle galassie rappresenti una conoscenza che ha contribuito molto a delineare la reale collocazione dell’uomo nel cosmo. Ancora di più, la scoperta del Big bang, dell’origine del “tutto” è una pietra miliare nella storia della conoscenza umana, continua..

Com’è che siamo uomini?

Ne abbiamo già parlato in qualche modo nella serie di approfondimenti  “Homo”, che invito a rivedere, ma un articolo del 2013 di Ines Adornetti, dell’ Università Roma 3, ci fornisce la possibilità di riflettere più approfonditamente sui modelli che hanno la pretesa di spiegare l’unicità umana nel mondo naturale. I due modelli presi in considerazione hanno in comune l’utilizzo della capacità simbolica/linguaggio come guida per definire un essere vivente Homo sapiens. Leggi di più..

Un universo impossibile

Esperimento ATLAS, 2012

Abbiamo visto nella precedente puntata come la “Supersimmetria”, se confermata,  risolverebbe molti dei problemi della fisica. Vediamo in questa puntata come spiegherebbe quello della minuscola massa del bosone di Higgs.  Per dare conto del fenomeno, in trent’anni di duro lavoro, i fisici hanno immaginato l’esistenza di decine di “superpaticelle” che, marcando stretto la loro controparte “standard”, fornirebbero durante l’interazione col campo di Higgs una “guida” precisa per sottrarre ed aggiungere massa al campo. Continua..

L’ottimismo dello scienziato

«Il credente ha forse il vantaggio di sapere che l’enigma ha una soluzione, che la scrittura soggiacente è, tutto considerato, l’opera di un essere intelligente, che il problema della natura può essere risolto e che la sua difficoltà è senza dubbio proporzionata alla capacità presente o futura dell’umanità. Tutto ciò non gli darà forse delle nuove risorse nella sua ricerca, ma contribuirà a mantenerlo in un sano ottimismo, senza il quale non si può conservare a lungo un forte impegno»

(Georges LamaÎtre, prete, fisico, astronomo belga, ideatore della teoria del Big Bang e della Legge di Hubble, Direttore della Pontificia Accademia delle Scienze, citato da O. Godart & M. Heller, in Les relations entre la science et la foi chez Georges Lemaitre, Pontificiae Academiae Scentiarum Commentarium, vol. III, n. 21, p.21).

L’armonia dal caos

Peter Higgs

I cosmologi coi loro calcoli possono mandare indietro la storia del cosmo come una moviola fino a una frazione microscopica di secondo dopo il Big Bang usando le equazioni di Albert Einstein e i cinque parametri (numeri indipendenti che abbiamo visto essere aggiustati ad arte), della costante lambda, della densità di materia ordinaria, della Materia Oscura e di Energia oscura, coniugandole con delle fluttuazioni quantistiche dell’universo iniziale. Continua..

Topi a guardia del formaggio

Lo studio dei media è utilissimo per capire l’entroterra culturale del politicamente corretto. Andando a ritroso, ad esempio, ci si imbatte nella trasmissione di Rai3 “Che tempo che fa”, quella in cui, nel dicembre 2011, un tonico Massimo Gramellini affermava che la teoria dell’evoluzione darwiniana funge da antidoto del razzismo: “i razzisti non sono pazzi, sono ignoranti, perché non sanno che la legge dell’ evoluzione umana è l’incrocio”.  In realtà però la teoria della selezione naturale, così chiamata originariamente, si basa su mutazioni casuali e selezione del più adatto. Darwin stesso aveva infatti intitolato il suo libro più famoso : “L’origine delle specie” o “La conservazione delle razze favorite nella lotta per la vita“. La lotta per la sopravvivenza è quindi il mezzo per preservare la “razza”, cosa da sempre piaciuta ai razzisti, più o meno consciamente debitori dell’ideologia darwiniana. L’ “incrocio” come dice Gramellini, pur aumentando la variabilità genetica, non è il “centro” della teoria.

Gramellini imperterrito continuava: “ma perché nelle scuole non le insegniamo queste cose qui? Perché c’è ancora gente che crede nel 2011 che il razzismo sia una cosa vera, appartenente alla natura umana … è esattamente l’opposto della legge di natura“. Abbiamo già avuto modo di occuparci di questa “falla” del pensiero politicamente corretto a cui sfugge che la teoria di Darwin sancisce anche il diritto naturale del più forte (per caso più forte) su chi è (per caso) più debole, meno adatto alla vita. E’ proprio il tribunale naturale che in questo caso elimina il più debole, senza possibilità d’appello. Ma se l’uomo è semplicemente un animale evoluto grazie al caso ed alla necessaria selezione, come facciamo a difendere la dignità umana o, in particolare, un individuo od un’etnia più debole?  Si può immaginare il fraintendimento alla base di tali idee: è possibile che la comune origine dell’umanità (se tale dato sarà ancora confermato in futuro) nel continente nero possa mitigare lo strisciante disprezzo nei confronti degli africani odierni;  e poi il “rimescolamento” genico porta a migliorare la salute degli individui, siamo d’accordo,  ma tali vantaggi sono poca cosa in confronto al rischio di avallare, concedendole un “fondamento biologico”, una guerra per la sopravvivenza dei popoli.

E non era proprio l’Inghilterra di Darwin una delle nazioni che più sfruttò la tratta degli schiavi tra l’Africa e le Americhe? Il darwinismo in tutto questo non forniva una giustificazione a quanto era accaduto? Il più forte domina il più debole e lo sottomette, perchè avere per questo la coscienza in subbuglio? Vogliamo rischiare di ripulire coscienze anche oggi, resuscitando fantasmi del passato? La “competizione” è ormai stata accettata e digerita anche dalla sinistra mondiale in campo economico con la consacrazione del “libero mercato”. Fermimoci qui. Insomma, combattere il razzismo col darwinismo è come combattere una polmonite con un’influenza od affidare ai topi la guardia di una dispensa piena di formaggi. La cosa è pericolosa, oltre che inutile.

Finemente equilibrato

Si deve ammettere che l’argomento del “fine tuning” trattato nella precedente puntata non è un argomento risolutivo rispetto alla necessità di una “mente” superiore che indirizza il corso del cosmo. Chi non accetta tale impostazione può infatti uscire dall’angolo ribattendo che noi viviamo nell’unico universo fra i tanti fra quelli che ne esistono in cui ci sono proprio quelle condizioni che rendono possibile la nostra esistenza. Staremmo insomma scambiando causa con effetto. Leggi tutto…

Il Big Bang ed il “fine tuning”

G. Lamaitre

Iniziamo questa ennesima puntata di approfondimento sulla natura dell’universo con una domanda che può apparire fuori luogo: perchè il cielo di notte è scuro? In pochi ci pensano ma dalla risposta deriva una grande verità. All’inizio dell’800 se lo chiese anche l’astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers: con l’universo infinito e pieno di infinite stelle il cielo sarebbe dovuto essere zeppo di luce di stelle e non scuro. Fu stranamente uno un letterato, Edgar Allan Poe a mettere in dubbio che l’universo fosse infinito, leggi tutto..