..ad astra

e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?

Giacomo Leopardi, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”

E’ complicato, oggi, vedere le stelle. Se vivi in una città, come accade a tanti, rimane pressoché impossibile. In notti particolarmente limpide, alzando la testa in una via di periferia poco illuminata, talvolta è possibile cogliere pallide scintille nel cielo; ma di solito le luci terrene, sgargianti come parvenu ansiosi di impressionare, le cancellano con il loro fulgore troppo vicino ed ingombrante.

Se l’uomo moderno crede meno in Dio è, a mio parere, colpa anche di questo. Le stelle sono oggettivamente altro: remote e irraggiungibili, bellissime e luminose, testimoniano silenziose la fragilità e la piccolezza della nostra specie. Niente da stupirsi che l’uomo prometeico, con la sua ridicola fioca fiaccola, voglia cancellarle insieme alla notte alla quale appartengono.

E’ difficile rendersene conto adesso, ma le stelle non sono sempre state dei globi di gas fiammeggiante persi in mezzo ad un vuoto cosmico fatto di distanze inimmaginabili.
Perché nessuno, fino a poco tempo fa, sapeva cosa erano davvero quei punti brillanti che riempivano la notte. L’unica cosa che si conosceva davvero era la loro bellezza struggente.
Poi, un passo per volta, è diventato chiaro cosa fossero, la fisica che le governa. Le fornaci nucleari che sappiamo costituirle sembrano avere poco da spartire con la poesia e il desiderio umano.

Eppure è proprio la scienza che ci restituisce di questi corpi celesti immagini spettacolari, di quelle che tolgono il fiato e fanno viaggiare la mente. Un cielo fittamente trapunto di stelle, nella solitudine di un prato di montagna, ci fa comprendere quanto piccoli siamo di fronte al cosmo; le fotografie fatte con i moderni strumenti di quei punti di luce lontani insegnano parecchie altre lezioni. Ci parlano di astri come gocce di pioggia, condensate da nubi di idrogeno di dimensioni titaniche. Di stelle che nascono, imbozzolate di gas e polveri, circondate da pianeti che la pressione della luce dei soli nascenti ripulirà, spazzerà, riscalderà. Di stelle morenti e moribonde, di esplosioni accecanti e getti di plasma, onde di fuoco e di energia, pozzi di gravità in fondo ai quali anche la luce si schianta. Le stelle mulinano in una lenta pavana nelle loro galassie, ancora colme di segreti che forse non riusciremo mai a svelare. La stessa luce viaggia per anni, secoli, millenni per farci giungere il loro messaggio.

Sì, telescopi e antenne, satelliti e stazioni spaziali ci hanno portato in un universo in cui gli astri non sono più divinità, non sono più diamanti, non sono più incomprensibili punti di luce nel cielo tenebroso. Ma anche se adesso ne conosciamo la fisica, se abbiamo compreso parte dei loro misteri, ancora non è risolta la domanda che Leopardi attribuiva al suo pastore: che fanno, loro, lassù? Perché ci sono? Perché tanta terribile bellezza, da fare male al cuore? Cosa c’entriamo noi con le stelle?

C’è la scienza fredda e impersonale dello scienziato che neanche guarda l’oggetto del suo studio, perso nei dati, perso lo sguardo stupito del bimbo che vede per la prima volta il cielo stellato; come un antico usuraio che conta e riconta le sue monete, incapace di goderne.
E poi c’è la passione che fa promettere ad quel bambino che giungerà lassù. Che grandi cose potrà fare questo bambino, per completare il suo sogno?

La passione del bambino, il desiderio delle stelle, guida l’uomo nella sua ricerca, nel volere comprendere le incognite dell’esistere e di ciò che esiste. Per lui il futuro sarà aperto, il tempo non sarà ripiegato su se stesso, sulle piccole cose, perché avrà visto l’infinito.

Quella stessa passione, quello stesso desiderio che spinge fuori dall’inferno, per tornare ancora una volta a riveder le stelle.

Originale pubblicato il 7/3/2019 su Berlicche

Dentro..la vita

“La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini. […] Nella filosofia moderna avviene il contrario: la cinta esterna è innegabilmente artistica ed emancipata: la sua disperazione sta dentro. ”

Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936), scrittore inglese, Ortodossia

Absurdum in fundo

E siamo alla fine del nostro approfondimento sul potere conoscitivo di una scienza fondata solo sulla matematica. Abbiamo visto nelle due precedenti puntate come dalle bizzarrie della fisica quantistica sarebbe dovuta scaturire una sana riflessione sui fondamenti della scienza galileiana. E invece la comunità dei fisici, ubriacata da suoi strabilianti risultati “tecnici”, ha continuato a considerarla l’unica fonte di conoscenza cacciandosi così nel peggiore dei vicoli ciechi. Leggi tutto..

Diversi in cosa?

Il Corriere della Sera ha recentemente proposto di riabilitare i Neanderthaliani da quella immagine di pelosa e grugnante ferinità a cui erano condannati: conoscevano la pittura e la musica, seppellivano i defunti, assistevano gli invalidi, camminavano eretti, si accoppiarono in diverse epoche preistoriche coi nostri antenati. Di più, sappiamo che si sono “incrociati” producendo prole fertile anche con uomini di Denisova, un’altra presunta specie che si è mescolata anche con Homo sapiens. Due individui possono essere considerati della stessa specie proprio perchè la loro prole è feconda, perchè mai allora li dovremmo considerare una specie diversa? Erano sì tozzi, ma dall’aspetto raffinato: “..capelli castani, biondi o rossi, con la pelle e gli occhi chiari, che potrebbero essere scambiati per nord-europei“. I dati vanno ormai tutti nella stessa direzione: gli uomini di Neanderthal erano così simili a noi da poter considerare le differenze fisiche secondarie; perchè allora non accettare che i Neanderthaliani sono semplicemente spariti in un incrocio tra razze?” Eppure qualcuno sostiene che Homo neanderthalensis non sarebbe neanche “nostro antenato perché il suo sviluppo fisico segue un percorso diverso dal nostro” ma l’aspetto esteriore supporta questa idea? Considerereste mai il bambino dell’immagine, o un pigmeo, od un inuit, uomini di un’altra specie perchè “esteriormente” diversi?

L’articolista del Corriere asserisce a ragione che “Certi errori di valutazione erano comprensibili nell’Ottocento..“, ma quale ideologia moderna ci impedisce di considerare i neanderthal semplicemente uomini antichi? Charles Darwin in persona ci avvisava sulla possibile strumentalizzazione del concetto di “specie”: «… io considero il termine specie come una definizione arbitraria che, per motivi di convenienza..” [L’origine delle specie, 1859, cap.2]. Parliamo forse di un’altra “specie” solo per evitare i ricordi degli orrori di un passato in cui l’ideologia della “razza” aveva dilaniato l’umanità? Siamo ancora così fragili?

Infine, chi invocherà la genetica per scavare un solco tra sapiens e neanderthalensis? Forse gli stessi convinti che l’uomo non è nulla di speciale e che strombazzano che “Darwin con la sua teoria ci ha buttato giù dalla vetta del creato“? A colui che per primo pubblicò la teoria della selezione naturale, Alfred Russel Wallace, non passò mai per la testa di togliere l’uomo dal vertice del creato, in quanto convinto che nelle “facoltà intellettive e morali dell’uomo intervenissero forze spirituali ancora ignote e invisibili..”(Focus.it) . Ma cosa non piacque alla cultura dominante e per questo fu dimenticato..

La fisica dell’istinto

Ancora alla ribalta su Le Scienze il modello vecchio di 22 anni dell’universo senza confini, “in bottiglia” come disse l’inventore J. Maldacena. Si tratta di un modello matematico/geometrico che prevede un universo “olografico” originato da un sistema sottostante con una dimensione in meno. Capito? No? Poco male, perché si tratta solo di un “giocattolo” matematico, con “poca speranza di avere prove sperimentali che dimostrino la correttezza“, come afferma proprio l’articolista di Le scienze.

Da rimanere basiti: di che parliamo allora? Di aria fritta, a quanto pare, anche se qualcuno ci crede lo stesso, come il fisico Xi Dong: “se i pezzi cominciano a combaciare, istintivamente sai di essere sulla strada giusta“. Strano vedere tanta fideistica istintività in uno scienziato, ma è disinteressata passione o c’è dell’altro? Il fatto è che “a molte persone non piace l’idea che il tempo abbia avuto un inizio, probabilmente perché sa di intervento divino”. [S. Hawking, Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, 2011] Uomo avvisato…

Succede oggi!

Oggi, nel 2019, si stanno facendo esperimenti dall’esito assolutamente incerto sui bambini, e non parliamo della germania nazista, ma della Cina comunista. Peggio, il sospetto è che a breve anche l’Occidente si muoverà per non perdere “il treno”. He Jiankui, così si chiama lo scienziato pioniere, ha annunciato il novembre scorso di aver modificato con la tecnica CRISP il genoma di due gemelle (dal padre rigorosamente sieropositivo) per renderlo refrattario al contagio dell’HIV. Il genio, prontamente licenziato dalla sua Università “potrebbe aver causato inavvertitamente mutazioni in altre parti del genoma, che potrebbero avere conseguenze imprevedibili sulla salute” delle bimbe-cavia e pare che ad agosto nascerà un terzo bambino “mutante”. La cosa più grave è che il mondo scientifico, nascondendosi dietro ad un biasimo di facciata, è principalmente preoccupato della immagine negativa che potrebbe affossare il remunerativo settore della sperimentazione sugli embrioni: “L’attenzione negativa, ovviamente, non va bene” . Altri, più spavaldi, sbandierano invece sicurezza: “Sarebbe di stimolo, non di ostacolo, a un progresso significativo in questo settore“. Quando manca Dio “tutto è possibile” ebbe a dire Dostoevskij. Auguri fratelli.

Aperta, ma non sempre

Ieri, alla trasmissione de La7 L’aria che tira, Myrta Merlino ha intervistato lo scrittore Gianrico Carofiglio che, dopo aver diligentemente prensentato il suo libro, ha iniziato a sciorinare massime di Einstein. Quella meno propriamente attribuibile allo scienziato era: “La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre.” Chissà se Carofiglio sa che proprio Einstein ha dimostrato con alcune delle sue vicende che la massima è proprio vera?

Nel 1927 il cosmologo e prete belga Jeorges Lemaitre gli presentò l’idea che l’universo fosse in espansione. «I tuoi calcoli sono corretti, ma la tua comprensione della fisica è abominevole», fu la risposta di Albert, convinto in maniera preconcetta dell’infinità del cosmo. La mente del grande scienziato continuò a rimanere chiusa anche quando Mons. Lemaitre iniziò a sostenere che l’universo avesse avuto un inizio che egli chiamò “atomo primigenio”. Einstein ribattè infastidito che «Questa faccenda somiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete» e solo nel 1933 l’inventore della Relatività cedette alla futura teoria del Big Bang di Lemaitre, ammettendo ad una presentazione del cosmologo belga che «Questa è la più bella e soddisfacente spiegazione della creazione che abbia mai sentito».
Ci vollero quindi cinque anni perchè il “paracadute” di Einstein si aprisse e quella frase, probabilmente non sua, forse non l’avrebbe neanche mai ripetuta, per non vergognarsene.

Esplosioni fortunate

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Star-expl.jpg

Il fine tuning dell’ universo proveniente dalla caotica singolarità che chiamiamo impropriamente “Big Bang” è inconcepibile. Sappiamo che anche la nascita della prima forma di vita sulla terra fu un evento estremamente improbabile. Ora una simulazione al computer del Politecnico di Zurigo asserisce che anche l’ “ambiente” spaziale che ha permesso alla terra di essere abitabile fu molto improbabile: prima del sole, una stella gigante deve essere esplosa “innaffiando” la terra di elementi radiottivi che hanno permesso superficie solida e clima favorevole. “Sembra che siamo stati straordinariamente fortunati”, ha detto il coordinatore dello studio, Tim Lichtenberg. Fortunati anche perchè dopo la prima cellula una serie di miracoli in successione hanno portato all’uomo ed alla sua inspiegata coscienza. Ma siamo fortunati o solo ottusi a continuare a pensare in questo modo? Questa è conoscenza? E facciamocela qualche domanda ogni tanto!

DNA..tamagotchi

Struttura del DNA “naturale”

Viene presentato come una meraviglia in grado di “sostenere un’evoluzione di tipo darwiniano” che “ suggerisce anche che su altri mondi la vita potrebbe essersi evoluta lungo linee affini, ma differenti, a quelle seguite sulla Terra”, il DNA ad otto basi (invece delle normali quattro) detto Hachimoji, è in realtà solo un giochino degli scienziati della Florida. Il perchè dell’ “invenzione” non è chiaro: è “non autosufficiente” e quindi non utilizzabile per la vita. A voler ben pensare si spera non faccia danni e che possa almeno servire alla medicina.

Agostino l’evoluzionista

“Nel granello dunque erano già presenti invisibilmente tutti insieme gli elementi che nel corso del tempo si sarebbero sviluppati per formare l’albero; allo stesso modo dobbiamo immaginare il mondo, quando Dio creò simultaneamente tutte le cose, conteneva simultaneamente tutti gli elementi creati in esso e con esso quando fu fatto il giorno[…] .

Conteneva inoltre gli esseri che l’acqua e la terra produssero virtualmente e causalmente, prima che comparissero nel corso dei tempi e che noi ora conosciamo come opere che Dio continua a compiere fino al presente”

Agostino d’Ippona, De Genesi ad litteram, V, 23, 24

 

La realtà irreale

Max Planck, premio Nobel per la Fisica

Abbiamo visto nella prima puntata come sia impossibile assolutizzare la matematica per colpa dell’indecidibilità dei suoi fondamenti introdotta da Gödel. Ma la realtà sembra essere davanti a noi oggettiva e sappiamo dalle nostre scoperte che pare rispondere al principio della causa-effetto (determinismo); possiamo quindi ancora verificare (osservatore distinto dall’oggetto) che i risultati dei modelli matematici corrispondano a tali “fatti” (realismo). La fiducia in tale metodo fu il dogma di Albert Einsten, e lo è ancora per molti. Leggi tutto..

Tentativi

Cento persone che si sussurrano un pettegolezzo non rendono quel pettegolezzo vero
Diecimila scienziati che sostengono una teoria non fanno sì che quella teoria sia dimostrata
Un milione di uomini che invocano una legge non la stabiliscono per questo giusta
Cento milioni di elettori che scelgono una parte politica non la rendono per questo la scelta migliore.

Non è il numero che decide del vero e del falso, del giusto o dell’ingiusto.
Il sentire comune, la scienza, la legislazione umana o la democrazia sono solo tentativi di comprensione, che per riuscire presuppongono conoscenza dei fatti, onestà intellettuale, corretto uso della ragione. Ma ciò che è vero è vero.

Se tutta l’umanità intera credesse una menzogna, non per questo essa diverrebbe verità.

Originale pubblicato su Berlicche il 21/1/2019

La scienza dell’incertezza

"Se, d’accordo con il Teorema di Godel, qualunque sistema assiomatico contiene proposizioni indecidibili; se, d’accordo con la relatività di Einstein, non esistono più lo spazio e il tempo assoluti; se, d’accordo con la fisica quantistica, la scienza è solo in grado di offrire vaghe e casuali approssimazioni del cosmo; se, d’accordo con il principio di indeterminazione, la causalità non serve più a predire con certezza il futuro; e se gli individui possono accedere solo a verità parziali, individuali, allora tutti noi che siamo stati modellati con la stessa materia degli atomi, siamo fatti d’incertezza".

Jorge Luis Volpi Escalante, accademico saggista, In cerca di Klingsor – Mondadori, Milano 2000, p.378