Archivi tag: Scientismo

Com’è che siamo uomini?

Ne abbiamo già parlato in qualche modo nella serie di approfondimenti  “Homo”, che invito a rivedere, ma un articolo del 2013 di Ines Adornetti, dell’ Università Roma 3, ci fornisce la possibilità di riflettere più approfonditamente sui modelli che hanno la pretesa di spiegare l’unicità umana nel mondo naturale. I due modelli presi in considerazione hanno in comune l’utilizzo della capacità simbolica/linguaggio come guida per definire un essere vivente Homo sapiens. Leggi di più..

Un universo impossibile

Esperimento ATLAS, 2012

Abbiamo visto nella precedente puntata come la “Supersimmetria”, se confermata,  risolverebbe molti dei problemi della fisica. Vediamo in questa puntata come spiegherebbe quello della minuscola massa del bosone di Higgs.  Per dare conto del fenomeno, in trent’anni di duro lavoro, i fisici hanno immaginato l’esistenza di decine di “superpaticelle” che, marcando stretto la loro controparte “standard”, fornirebbero durante l’interazione col campo di Higgs una “guida” precisa per sottrarre ed aggiungere massa al campo. Continua..

Da Hilbert a Godel

D. Hilbert

Nel pieno della sbornia illuminista, alla fine del XIX secolo, il matematico tedesco David Hilbert concepì il progetto di voler assolutizzare la scienza. Erano gli anni degli enormi progressi della tecnologia ottocentesca e parve a tutti assodato che l’uomo non avesse più bisogno del metafisico, di Dio insomma. “Dio è morto. Dio resta morto. E noi l’abbiamo ucciso.” proclamava trionfante  Nietzche all’orbe terraqueo. La “scienza della materia” ed i calcoli su cui si basava  avrebbero dato all’umanità sicurezza e prosperità infinite. Ma c’era un problema, anzi, dei problemi.

“Hilbert intuiva che quella libertà di creare, che trasformava gli uomini in dei (e liberavano l’uomo da Dio), i matematici dovevano guadagnarsela con delle prove inconfutabili. […] era necessario compiere un ultimo sforzo, il più difficile: dimostrare che le creazioni umane sono armoniose e perfette quanto quelle della Natura”. (Di Saverio G. –Dal paradiso di Hilbert all’inferno di Gödel). La posta in palio era la più grande. La religione scientista, fondata sul dogma matematico, si preparava a  scalzare la religione cristiana, fondata sul dogma della rivelazione biblica. “Sono convinto che prima del 1860 io predicherò il positivismo a Notre Dame come la sola religione reale e completa”(A. Comte, Lettera a Madame de Thoulouze).

Hilbert sapeva di vivere uno dei passaggi storici cruciali e sapeva che per fare l’ultimo passo era necessario che la matematica fosse inattaccabile: “Dove trovare sicurezza e verità se non si trovano neppure nel pensiero matematico“. (Hilbert D., discorso di monaco, 1925). Così, indossato il ruolo di leader della comunità scientifica, al congresso internazionale di Bologna del 1928 indicò 10 (poi divenuti 23) problemi da risolvere perchè la matematica fosse coerente e completa, in altre parole assoluta. La comunità matematica mondiale si tuffò così nel  cosiddetto programma “formalista”.

K. Godel

A Bologna, in quel 1928, ad ascoltare Hilbert c’era anche un giovane matematico ceco di nome Kurt Gödel. Egli accettò la sfida di Hilbert concentrando i sui sforzi sulla logica matematica. La sua prima grande scoperta (ottenuta assieme ad Hans Hahn) fu di dimostrare che è possibile creare una relazione veritiera tra logica e simbolo. Volgarmente, diveniva possibile scrivere la logica con i numeri, un altro punto a favore del “formalismo”. Ma nel 1933, ormai professore a Princeton, Gödel, tra un esaurimento nervoso e l’altro,  pubblicò i suoi teoremi d’incompletezza, destinati ad aver un enorme influenza sul pensiero filosofico successivo. I due teoremi risolvono uno dei problemi proposti da Hilbert ma, nel farlo, devastano l’impianto complessivo del formalismo.

Ecco cosa dicono:

Godel 1: In ogni formalizzazione coerente della matematica […] è possibile costruire una proposizione sintatticamente corretta che non può essere né dimostrata né confutata all’interno dello stesso sistema

Il primo teorema dimostra che qualsiasi sistema formale(come la matematica) incompleto: esso contiene affermazioni di cui non si può dimostrare né la verità né la falsità.

Godel 2: Nessun sistema, che sia abbastanza coerente ed espressivo da contenere l’aritmetica, può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.

Il secondo certifica che se si prende un qualsiasi enunciato casuale, non sarà possibile stabilire se esso è o non è un assioma del sistema. Pertanto data una qualsiasi dimostrazione, in generale, non sarà più possibile verificarne la correttezza.

La matematica rimase solo un utile strumento, prepotentemente sovrastata dall’insight, l’intuito umano; la metafisica non fu spazzata via, tuttt’altro.

 

Ops, mi son perso l’universo!

Il modello standard prevede che 13,7 miliardi di anni fa ci fu l’inizio di tutto, quello che chiamiano il Big Bang. Dopo un periodo infinitesimo in cui nacque il tempo e l’energia(?) si formarono in egual misura materia ed antimateria. Fino a poco tempo fa gli scienziati pensavano che la materia avesse caratteristiche leggermente differenti rispetto all’antimateria perchè, in caso contrario, dal loro incontro si sarebbe generato un annichilimento assoluto, un “aborto cosmico”. Ma alla fine dell’anno scorso, un esperimento del Cern, incentrato sulle caratteristiche dell’antiprotone, ha dimostrato che materia ed antimateria sono identiche e speculari (di segno opposto). Che significa? “Ognuna delle nostre osservazioni ha rilevato una completa simmetria tra materia e antimateria ed è per questo che l’universo non dovrebbe esistere“. Insomma, non dovrebbe esserci  nulla, niente, nada, annichilito dall’interazione di particelle ed antiparticelle. “Deve esserci una sproporzione da qualche parte, semplicemente non capiamo dove” ha confessato il coordinatore dello studio Christian Smorra.  Ci si augura che si superi l’empasse ma questo è il genere di notizie che fa sorridere quando viene accostato ad affermazioni di qualche sacerdote scientista del tipo: “Noi sappiamo tutto, dal primo istante , o meglio dall’istante immediatamente successivo al Bing Bang“. ( P. Flores d’Arcais, V. Mancuso, “Il caso o la speranza? Un dibattito senza diplomazia“, p. 27, 2013 ).

Scientismo, in breve

Sappiamo tutto“: “Sappiamo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Veniamo dall’intera storia della evoluzione, cosmica e poi terrestre“. E’ quanto afferma una bandiera dell’ateismo filosofico nostrano, Paolo Flores d’Arcais in un libro in cui dialoga col Cardinale Angelo Scola. Quella che già a prima vista sembra una “sparata cosmica”, per dirla educatamente, porta come conseguenza per il nostro che mentre “… un tempo le dispute filosofico-teologiche su fede e ragione erano esplicite, si andava alla radice. Oggi, per paura di ferire la sensibilità di chi ha fede, l’ateo è spesso reticente”. E’ tutto chiaro? Gli onniscienti scienziati [il “noi” sottinteso del “sappiamo tutto” -ndr-]  eviterebbero di fare  sfoggio di erudizione per non offendere nella discussione i credenti ignoranti.  Ma veramente sappiamo tutto delle questioni cruciali come da dove viene il cosmo, la vita, la nostra specie, la nostra essenza e cioè l’autocoscienza? Proviamo a farcelo confermare da scienziati rigorosamente atei od agnostici, per evitare “conflitti d’interesse”.

Circa l’origine del cosmo, per iniziare, il grande cosmologo Alexander Vilenkin afferma: “i cosmologi non si posso più nascondere dietro la possibilità di un Universo che si perde in un passato eterno. Non c’è via d’uscita: non resta che affrontare il problema dell’ inizio del cosmo“. ( Un solo mondo o infiniti?, 2006 ). E circa l’inizio cosa si può dire ad oggi? Il fisico Steven Weinberg spiega che : “possiamo tracciare la storia dell’espansione del cosmo indietro nel tempo, fino al […] primo milionesimo di secondo, ma non sappiamo […] chi fu a far partire l’orologio. Probabilmente non lo sapremo mai, come non potremo mai comprendere il perché delle leggi ultime della natura”.

Ma i libri scolastici dicono che sappiamo come è nata la vita, vero? Richard Dawkins, massimo esponente dell’ateismo biologico ammette mestamente che: “nessuno sa come è iniziata…nessuno sa niente“. Ma forse abbiamo certezze su come sia saltato fuori l’Homo Sapiens: “siamo una specie nuova, certo. Ma è altrettanto certo che ci siamo evoluti da specie preesistenti (anche se non conosciamo di preciso tutti i passaggi e forse non li conosceremo mai..)” riferisce con una discreta confusione la paleoantropologa cattedrattica Olga Rickards. Va bene, abbiamo capito che siamo a zero, ma almeno per l’autocoscienza, l’elemento che da solo fa di un primate un uomo, sappiamo da dove diavolo viene? E qui il premio Nobel per la fisica Erwin Schrödinger taglia corto togliendoci ogni speranza: «la coscienza non può essere spiegata in termini fisici e nei termini di nessun’altra cosa» ( General Scientific and Popular Papers”, 1984).

Premesso che tali valutazioni sono dominanti nel mondo scientifico, egregio Flores d’Arcais, è mai pensabile che se Socrate fosse a conoscenza delle splendide “certezze” di cui disponiamo muterebbe dal suo timido“sappiamo di non sapere” in un trionfante “sappiamo tutto”? Eppure il Paolo dell’ateismo nazionale ne rimane convinto, nonostante proprio il filosofo ateniese, ad un certo punto della sua vita, abbia abbandonato lo studio delle “scienze naturali” in quanto studio “del relativo” per approdare alla filosofia, studio “del tutto”, cioè dell’assoluto. Non sappiamo quali misteriose verità sorreggano Flores d’Arcais ma, in ogni caso, l’impressione che dà è d’essere vittima di un “delirio d’onniscienza” col carattere della cronicità.

Logica insufficienza

Epimenide di Creta (VIII- VII secolo a. C.) fu un filosofo e taumaturgo greco che conosciamo soprattutto per il “paradosso del mentitore”. La sua affermazione:  «tutti i Cretesi sono bugiardi» è giunta fino a noi come esempio di indecidibilità (impossibilità di verifica circa la sua veridicità o falsità).

Era infatti egli cretese e questo rendeva la frase falsa; ma anche fosse stato, putacaso, solo in questa occasione veritiero, la frase sarebbe stata di nuovo falsa in quanto perchè non tutti i Cretesi erano bugiardi. Nel cosro dei secoli altre formulazioni del paradosso sono state formulate, la più famosa delle quali è: “questa frase è falsa”(se fosse vera allora non sarebbe falsa sul serio, se fosse falsa in senso verrebbe ribaltato). Ma quale è la rilevanza per la logica moderna di questi antichi giochetti?

La rilevanza sta nel fatto con esse ci si accorse che esistono formulazioni indecidibili e che queste che queste contagiano pure la  matematica. Di più, Kurt Gödel dimostrò nel 1930 che è la stessa matematica a soffrire di indecidibilità. La scoperta dell’ “incompletezza della matematica” portò il programma scientista di fine ottocento in un vicolo cieco: fu chiaro che le scienze fondate sulla matematica non possono dare risposte assolute ed oggettive (senza l’intervento dell’intuito umano). Insomma un macigno sulla scienza che ha prodotto “… il profondo malessere intellettuale che da 75 anni opprime le migliori menti. Una crisi attutita, latente, sotterranea, ha continuato a strisciare fino ai nostri giorni..” ( G. Di Saverio, professore di filosofia, 2003 ). Ma ne parleremo ancora..

 

La scienza non è onnisciente

R. C. Lewontin

A dirlo non è un reazionario esponente del “bacchettonismo” cattolico ma il famoso biologo genetista americano Richard C. Lewontin. In un breve saggio,  Biologia come ideologia, che dovrebbe essere letto obblligatoriamente in tutti i licei, Lewontin, di pensiero agnostico, partendo dalla biologia, dipinge delle scienza attuale un affresco diverso di quello della narrazione dei media,   puntando l’indice sul dogmatismo che la caratterizza e la distorce. Gli scienziati, possessori unici della “Verità”, in Occidente si sono sostituiti al Cristianesimo nell’indirizzare e giustificare non solo la visione del cosmo, ma anche quella la socialità e dell’uomo. Tale distorsione del modo di fare scienza è l’essenza dello scientismo, una sorta di “fede” che pretende di ottenere la conoscenza completa della realtà a partire dalla sola materia. Il pensiero di Lewontin è simile a quello del filosofo della scienza M. Ceruti che così commenta su Avvenire.it il suo libro “La fine dell’onniscienza“: “Per inerzia, anche da parte di molti suoi comunicatori, il modo in cui la scienza viene rappresentata è tornato positivista fuori tempo massimo, per così dire, ignorando come ormai da più di un secolo la scienza abbia cambiato paradigma abbandonando l’idea di essere autosufficiente“. Ma i due saggi non sono in fondo un invito a smettere di “fare scienza”, tutt’altro. Solo studiandola meno superficialmente e riconoscendone i limiti si potrà apprezzarne appieno il contributo.

Cervelli fluttuanti

Ci sono leggende pseudo scientifiche dure a morire perchè rispondono a specifici scopi scientisti. Una delle più fortunate è  l’ “universo di Hawking-Hartle“. Nonostante gli autori stessi lo abbiano presentato nel lontano 1983 solo come “modello” e non come teoria, tale fantasiosa visione continua ad imperversare anche al giorno d’oggi in vari organi d’informazione.

Il cosmologo James Hartley

Prima di continuare è bene sottolineare la differenza tra teoria e modello: ambedue sono ipotesi ma mentre la prima si basa sull’osservazione( dal gr. theoréo =”guardo, osservo”) e prevede almeno qualche speranza di verifica quantitativa, la seconda è invece una congettura che manca delle caratteristiche di verificabilità. Il modello è quindi una “bozza” di teoria, a metà strada tra l’idea e la teoria stessa.

Fatta questa doverosa premessa, il modello in questione prevede un universo originario senza confini invece che un universo originato da una singolarità puntiforme. Dal 1967, infatti, la teoria del Big Bang  divenne quella accettata dal mondo scientifico e tale teoria prevede che tutto il cosmo sia  nato da un singolo punto di caratteristiche peculiari: densità, temperatura, gravità , curvatura, infinite. E’ una sfida intellettuale che mette di fronte ogni uomo ad uno scenario sconcertante: un attimo prima il nulla, un attimo dopo tutto. Si comprende quindi come, in reazione al fatto che il Creatore venga quasi necessariamente chiamato in causa per risolvere una sorta di  non-senso, alcuni abbiamo ideato una visione alternativa, la “no-boundary proposal“.  Secondo la “proposta di Hartle e Hawking, con l’appoggio esterno di T. Hertog, prima del tempo di Plank, il più ficcolo indagabile dalla fisica, c’era una sorta di universo primordiale simile ad un buco nero senza confini spazio-temporali.  Solo dopo i  10-44 s del tempo di Plank sarebbe sopravvenuto il Big Bang  col nostro universo ed il tempo. Ma cosa ha fatto passare lo stato di Hartle alla condizione di Big Bang?  Una fluttuazione quantistica del precedente stato.

Ammasso stellare delle Pleiadi, fonte wikipedia

In questo modo si evita il disagio di dover capire da dove sia sbucato fuori il cosmo, che è, per definizione, originariemante infinito, autosufficiente e autocreato dalle sue stesse leggi (in particolare la gravitazione). Bello no? Avevamo il problema di un universo con un inizio inspiegabile a meno di non ammettere l’esistenza precedente di una un’entità eterna? Lo si risolve inventando un ipotetico universo che racchiude in sè le caratteristiche di ciò che vogliamo negare. “L’idea che spazio e tempo possono formare una superficie chiusa senza bordo, ha profonde implicazioni per il ruolo di Dio“. Tutto fila quindi? No, assolutamente.

Il cosmologo S. Hawking

No, perchè il ragionamento dei nostri eroi dello scientismo procede dalla necessità che prima del Big Bang ci fosse un “vuoto quantistico” e non il “nulla” come prevede la teoria standard.  Per creare un universo, questo stato primordiale non poteva essere veramente “vuoto” ma doveva avere al suo interno dei “quanti” con delle “leggi” che ne regolavano la sussistenza, una cosa che ricorda da vicino l’iperuranio di Platone. Ma la teoria del Big Bang, prima della singolarità iniziale, prevede solo il nulla, niente, nihil, nada, nothing! E questa singolarità iniziale è insondabile, come lo stesso Hawking sostenne negli anni ’70: “Dimostrammo che[…]la scienza poteva predire che l’universo doveva aver avuto un inizio, ma che non poteva predire come l’universo doveva cominciare, poiché tale compito era competenza di Dio“.

A chi dovremmo credere, al primo od al secondo Hawking? La risposta, per fortuna, viene proprio dal cosmologo britannico: “è solo un modello matematico, non ha senso chiedersi se corrisponde alla realtà”. Già, meglio evitare il mal di testa, d’altronde un modello per il quale non ha senso chiedersi se corrisponde alla realtà, non è scienza. Quindi, per sapere come è nato Tutto, evitiamo scienziati che fanno filosofia e prendiamo una Bibbia, apriamo alla Genesi e leggiamo al capitolo 1:  1In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. 3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu».

Eredità modeste

Sulla rivista Focus del mese di Maggio 2018 un interessante articolo intitolato da “Il racconto dell’universo” ci narra le ultime scoperte cosmologiche. Spicca, anche per il color giallo alert, una piccola sezione dedicata all’eredità “che ci lascia di Stephen Hawking”, il famoso cosmologo in carrozzella da poco mancato. I punti di rilievo paiono essere due: il multiverso e la frequenza della vita nel cosmo.

Circa il primo(un universo fatto da n universi più o meno concatenati) va rilevato che l’idea, nata negli anni settanta è di difficile — se non imposibile — verificabilità scientifica; l’articolista assicura che Hawking abbia segnato la strada per verificare la giustezza di una tale tesi ma la rivista Coelum recentemente sostiene il contrario: Hawking ed Hertog (i due autori della teoria che prevede nientepopodimeno che infiniti universi) “non suggeriscono alcun modo di poter vedere le prove”. Ed è meglio credere agli astronomi di Coeum che al giornalista di Focus.

Insomma il multiverso rimane solo una bella speranza inverificabile; i multiversi, ha confessato uno dei loro più eminenti ideatori, Alex Vilenkin, non appartengono alla fisica, ma sono “esercizi di cosmologia
metafisica
”, buoni a riempir le pagine delle riviste peer review (ed il conto bancario degli autori–ndr–).

Circa la vita poi, Hawking come altri scienziati, ritiene che la scoperta di alcuni aminoacidi in meteoriti caduti sulla terra renda praticabile l’ipotesi che la vita sia un po’ ovunque nello spazio; da uno di questi corpi sarebbe stata inseminata sul nostro pianeta. E’ bene chiarire che i mattoni della vita(gli aminoacidi) sono solo il primo passo per la costruzione della complessima ed ordinata struttura che è una cellula ”elementare”. E’ impossibile invocare il caso per una tale costruzione! Potremmo mai costruire una casa mescolando a caso dei mattoni? Naturalmente no, tantomeno quindi è lecito pensare che la vita sia frequente altrove nel cosmo. Non perlomeno come frutto di combinazioni fortuite della chimica. Anche questa è quindi una bella speranza, null’altro .

Ecco il lascito di Hawking, due idee speranzose condite da una forte spettacolarizzazione.

L’oppio di Marx

Uno degli sloagan più conosciuti e, ahimè osannati, è “La religione è l’oppio dei popoli“.

La frase è del filosofo tedesco Karl Marx (1818-1883) e sostiene in pratica che la situazione sociale disagiata ha portato la gente ad “inventarsi” una serie di credenze per provare sollievo, per sopportare il sopruso, l’alienazione, la fatica.

Tralasciando in questa sede le “magnifiche sorti e progressive” che la sua ideologia regalerà al mondo, di primo acchito, di fronte a cotanta apodittica affermazione, si può rimanere attoniti. Avete sentito dire: “La grande muraglia cinese si vede dalla luna”! E’ una cosa simile. Ragionando solo sulla lunghezza della muraglia, la cosa non appare poi così irragionevole. Ma se si considera la larghezza della costruzione le cose cambiano.. Tornando al nostro discorso, cosa si cela veramente dietro alla frase di Marx?

Innanzitutto la fede in qualcos’altro. Sissignori, è il modus tollens, un procedimento logico efficacissimo se le credenze su cui ci si basa sono vere: se si dubita di P è perchè si crede fermamente in x, y e z che sono per loro natura incompatibili con P. Nel nostro caso, se si dubita della coerenza della fede cristiana(P) –a questo si riferiva il nostro filosofo ateo– è perchè si crede nell’infinità dell’universo (x), nel materialismo assoluto (y) e nella completezza della scienza (z). Marx inoltre credeva che x, y e z , allora come ora tutt’altro che dimostrate, fossero incompatibili con la coerenza della fede cristiana. Egli, come tutti noi, “credeva” in qualcosa. Persino gli scienziati, come diceva Michael Polany, devono credere per capire, proprio come Agostino di Ippona: credo ut intelligam è infatti necessario al processo cognitivo.

Il problema è cosa credere e, dal suo punto di vista il buon Karl, immerso nell’ambiente culturale ottocentesco, percepiva vividi i fasti dello scientismo illuminista, la tecnologia che stava cambiando il mondo, ma anche il capitalismo selvaggio ed alienante. Aveva insomma delle attenuanti dovute a ciò che il suo tempo gli poneva dinanzi. Le credenze a quel punto gli apparvero come legacci non solo del progresso, ma della libertà stessa dell’uomo. Sapeva forse della meccanica quantistica? Sapeva forse del dualismo onda particella, dei teoremi di Gödel, del Big Bang? Tutti questi “fatti” scientifici si concretizzarono solo negli anni ’30 del secolo successivo nella “crisi della scienza”, crisi tutt’ora perdurante, nonostante la dilagante propaganda scientista.

Quindi, l’errore del nostro filosofo fu di scommettere la sua “fede” su un mucchietto di vane illusioni umane. Probabilmente avrebbe cercato altri modi per aiutare le masse di oppressi, se solo fosse nato un secolo dopo. La sua affermazione (La religione è…) è quindi legata al suo tempo, secolarizzata, una “verità ad orologeria” e come tale con respiro irrimediabilmente corto rispetto a quelle della cristianità: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno“.