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L’ego è immateriale

Come sa, io ho opinioni non ortodosse su molti argomenti. Due di esse sono pertinenti alla sua situazione attuale: 1) non credo che alcuna diagnosi medica sia certa al cento per cento; 2) l’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite. Spero che lei condivida almeno la mia seconda opinione.

K. Godel, logico-matematico, lettera a A. Robinson, ammalato di malattia terminale, 20/3/1970

Non si vede,quindi esiste

SE DIO SI VEDESSE, NON SAREBBE DIO Se si potesse entrare in un computer, non avrebbe senso dire: ”Guarda, nel computer non c’è nessun uomo e quindi il computer si è fatto da sé”

di Francesco Agnoli

Quando si parla di filosofia, e soprattutto di storia della filosofia, accade talvolta che qualche alunno, dopo che il divino è comparso sotto varie forme (l’archè di qualche filosofo presocratico, i numeri divini di Pitagora, il Motore Immobile di Aristotele, il “daimon” di Socrate, il Dio-Verità e Amore di Agostino, il Sommo Musico di Keplero…) chieda candidamente: “In filosofia si parla tanto di Dio, di anima, di spirito… ma sono tutte realtà che non vediamo… Cosa serve tutto ciò?”. E magari aggiunge: “Io non credo in Dio, né nell’anima, perché non li ho mai visti. La filosofia non mi interessa, perché si occupa di cose astratte”.

Foto E. Caldaresi

È un concetto che si sente dire spesso. Eppure, nella sua apparente logicità, è, in verità, infondato. Non è solo una questione dei “filosofi”, che debbono pur salvare il loro “mestiere”. E’ una questione di profondità. Quante sono le cose che facciamo molta fatica a vedere, eppure esistono? La storia della scienza è piena di ripensamenti, dovuti alla impossibilità di poter prendere per certo ciò che si vede a prima vista. Non è stato forse assai difficile per millenni “vedere” che la Terra ruota su se stessa e gira intorno al Sole? O che l’Universo, lungi dall’essere immobile ed eterno, nasce e cresce? Che le galassie si allontanano? Che la materia è in verità convertibile in energia e l’energia in materia? Che il cosiddetto “vuoto” pullula di entità particellari (quanti) in movimento? Non è stato forse difficile vedere per secoli un intero mondo fisico che sfugge allo sguardo umano: il mondo delle onde, dell’energia, dei campi e delle particelle? E il campo geomagnetico che flette l’ago di una bussola? Non è forse vero che si vedono gli effetti, ma la sorgente, la causa di questo campo è per noi invisibile?

SE DIO SI VEDESSE, NON SAREBBE DIO
Ma torniamo a Dio. Anzitutto, se Dio si vedesse, non sarebbe Dio: anzitutto perché sarebbe qualcosa che è parte del mondo materiale, e che, come tale, non potrebbe essere Creatore del mondo materiale stesso; in secondo luogo perché sarebbe qualcosa che diviene, deperisce, occupa un tempo ed uno spazio, sottomesso alle leggi della fisica e della chimica. Ma se Dio esiste, ed è veramente Dio, cioè l’Onnipotente, Egli è il Creatore e il Signore della materia e delle leggi della fisica e della chimica: è dunque altro da esse, così come l’uomo è altro dai manufatti che costruisce, e di cui è, analogamente, “creatore” e signore.
Se si potesse entrare in un computer, non avrebbe senso dire: «Guarda, nel computer non vi è nessun uomo, significa che si è fatto da sé”, perché è evidente che il computer è stato assemblato e reso funzionante da qualcuno di esterno ad esso: analogamente è bizzarro ritenere di poter trovare, dentro l’universo creato da Dio, non le sue tracce, ma Dio stesso, contenuto, racchiuso-rinchiuso nella sua creazione!
L’essenziale è invisibile agli occhi. Proprio sulla base di questi e di altri analoghi ragionamenti un gigante della scienza come Isaac Newton (1642-1727) riteneva che l’universo fosse retto e governato da Dio, «ente eterno, infinito, assolutamente perfetto», «onnipotente e onnisciente», che «dura dall’eternità in eterno e dall’infinito è presente nell’infinito; regge ogni cosa e conosce ogni cosa che è e che può essere. Non è l’eternità o l’infinità, ma è eterno e infinito; non è la durata e lo spazio, ma dura ed è presente. Dura sempre ed è presente ovunque…, è completamente privo di ogni corpo e di ogni figura corporea, e perciò non può essere visto, né essere udito, né essere toccato…».

L’ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI
Un evidente motivo per il quale la frase “Non credo in Dio, nell’anima… perché non li ho mai visti” non si sostiene è dunque perché “non vedo” significa molto poco. Infatti, come insegnava Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), “l’essenziale è invisibile agli occhi“. Del resto gli occhi fisici non sono unicamente lo strumento di una capacità di vedere molto più profonda, non tangibile e non misurabile, quella dell’intelligenza e del cuore? Se apriamo un corpo, non troviamo la vita; se osservo un cadavere, vedo che è ben diverso da un uomo vivo, però non vedo nulla che sia venuto a mancare, benché sia evidente che qualcosa non c’è più.
Se il chirurgo apre un cervello, non trova dei pensieri: eppure il nostro pensiero lo sperimentiamo ogni istante. Basta chiudere gli occhi, per sentirlo “lavorare”; basta aprirli, per vedere che il nostro corpo obbedisce ai nostri pensieri, alla nostra, invisibile, volontà. Se l’anatomista disseziona un cuore, non trova emozioni e sentimenti, ma solo un muscolo. Eppure i sentimenti agitano tutto il mio corpo, fanno arrossire la mia faccia, generano sorrisi o lacrime.
Se guardo un’ azione di un’altra persona, vedo dei fatti, ma non scorgo il movente di quell’ azione: ma senza quel movente, non ci sarebbe neppure quell’ azione… Dunque ciò che non si vede è ancora una volta la causa di ciò che si vede. Così se osservo un bel quadro, vedo pigmenti, tracce materiale di colore, ma quel quadro non è solo quel colore, quei pigmenti, è soprattutto la fantasia, la creatività, la bravura intangibile, eppure efficace, del pittore

K. Godel

LE INVISIBILI LEGGI DELLA FISICA
Ora il mio sguardo si allarga, e osservo i cieli e i pianeti: ma il loro movimento, il loro ordine, è dato dalle invisibili leggi fisiche. Come ci insegnano i matematici, da Pitagora in poi, tutta la natura visibile è regolata dai numeri, invisibili, incorporei, astratti, cioè colti con gli “occhi” della mente, fuori del tempo e dello spazio. I numeri e le leggi (invisibili, universali, permanenti, sempre identiche a se stesse), regolano realtà fisiche visibili, specifiche, transeunti, e le determinano, così che la materia non fa altro che obbedire. Ciò significa che mentre vediamo materia specifica (questo o quell’oggetto, questa o quella galassia, questo o quel fiore), che cresce, invecchia e si dissolve, non vediamo ciò che fa sì che tutto questo accada!
Per questo motivo i grandi matematici sono sempre stati dei metafisici: Cogito ergo sum (“penso dunque sono”), diceva Cartesio (1596-1650); i numeri e le leggi dei pianeti sono “pensieri di Dio”, suggeriva Keplero (1571-1630); “Non c’è nessun dubbio che gli spiriti costituiscano la parte più importante del mondo e che i corpi esistano solo per stare al loro servizio”, scriveva Leonardo Eulero (1707-1783); “L’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite…”, affermava Kurt Gödel (1906-1978), mentre la scoperta della matematica fu per Albert Einstein (1879-1955) una vera rivelazione: “Mi parve una rivelazione del Sommo Artefice; non me lo dimenticherò mai“.

[Estratto dal libro: Dieci brevi lezioni di filosofia, Francesco Agnoli, ed. Gondolin]   Titolo originale: La ragionevolezza dell’InvisibileFonte: Libertà e Persona, 14/11/2018 Pubblicato su BastaBugie n. 586

Dio certo, anzi quasi

K. Gödel

Nasceva oggi a Brno nel 1906 Kurt Gödel, uno dei più grandi logici della storia, assieme ed Aristotele, S. Anselmo d’Aosta e Gottlob Fregel. Gödel tentò di dimostrare formalmente l’esistenza di Dio, partendo dalla nozione che noi abbiamo di Dio. Ed ottenne il seguente risultato: «Se Dio è possibile [consistente], allora esiste necessariamente». Quindi l’esistenza di Dio o è necessaria o impossibile. Si tratta di una dimostrazione razionale perfettamente verificabile al computer ma dal punto di vista teologico inutilizzabile. Perchè? Per colpa dello stesso Gödel che aveva dimostrato coi suoi teoremi di incompletezza che la matematica e la logica sono sistemi incompleti, quindi le loro affermazioni non sono dimostrabili dall’interno del sistema formale stesso (circolarità). Tale è l’intera conoscenza razionale umana, quindi anche la dimostrazione logica di Dio. Ma in termini di ragionevolezza, la dimostrazione di Gödel colloca in campo ateo l’onere della prova cioè: se non si riesce a dimostrare che Dio non è ammissibile (cosa chiaramente impossibile galileianamente) allora deve esistere necessariamente. Questo può dire dell’Essere superiore la ragione umana , pur nella sua incompletezza.

La realtà irreale

Max Planck, premio Nobel per la Fisica

Abbiamo visto nella prima puntata come sia impossibile assolutizzare la matematica per colpa dell’indecidibilità dei suoi fondamenti introdotta da Gödel. Ma la realtà sembra essere davanti a noi oggettiva e sappiamo dalle nostre scoperte che pare rispondere al principio della causa-effetto (determinismo); possiamo quindi ancora verificare (osservatore distinto dall’oggetto) che i risultati dei modelli matematici corrispondano a tali “fatti” (realismo). La fiducia in tale metodo fu il dogma di Albert Einsten, e lo è ancora per molti. Leggi tutto..

La lingua dell’universo

Dove ci porta studiare l’universo senza mai alzare lo sguardo  dai numeri? In questo approfondimento diviso in tre “puntate” cercheremo di dare una risposta, per quanto parziale, alla luce dei più recenti sviluppi della scienza. E partiremo da lontano, da Pitagora, che fu il primo a predicare in Occidente che “ogni cosa si adatta al numero“. Gli credettero in molti, anche Galileo che nel suo Saggiatore accettò che l’universo fosse «scritto in lingua matematica e i caratteri son […] figure geometriche […] senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto». Leggi tutto..

 

Da Hilbert a Godel

D. Hilbert

Nel pieno della sbornia illuminista, alla fine del XIX secolo, il matematico tedesco David Hilbert concepì il progetto di voler assolutizzare la scienza. Erano gli anni degli enormi progressi della tecnologia ottocentesca e parve a tutti assodato che l’uomo non avesse più bisogno del metafisico, di Dio insomma. “Dio è morto. Dio resta morto. E noi l’abbiamo ucciso.” proclamava trionfante  Nietzche all’orbe terraqueo. La “scienza della materia” ed i calcoli su cui si basava  avrebbero dato all’umanità sicurezza e prosperità infinite. Ma c’era un problema, anzi, dei problemi.

“Hilbert intuiva che quella libertà di creare, che trasformava gli uomini in dei (e liberavano l’uomo da Dio), i matematici dovevano guadagnarsela con delle prove inconfutabili. […] era necessario compiere un ultimo sforzo, il più difficile: dimostrare che le creazioni umane sono armoniose e perfette quanto quelle della Natura”. (Di Saverio G. –Dal paradiso di Hilbert all’inferno di Gödel). La posta in palio era la più grande. La religione scientista, fondata sul dogma matematico, si preparava a  scalzare la religione cristiana, fondata sul dogma della rivelazione biblica. “Sono convinto che prima del 1860 io predicherò il positivismo a Notre Dame come la sola religione reale e completa”(A. Comte, Lettera a Madame de Thoulouze).

Hilbert sapeva di vivere uno dei passaggi storici cruciali e sapeva che per fare l’ultimo passo era necessario che la matematica fosse inattaccabile: “Dove trovare sicurezza e verità se non si trovano neppure nel pensiero matematico“. (Hilbert D., discorso di monaco, 1925). Così, indossato il ruolo di leader della comunità scientifica, al congresso internazionale di Bologna del 1928 indicò 10 (poi divenuti 23) problemi da risolvere perchè la matematica fosse coerente e completa, in altre parole assoluta. La comunità matematica mondiale si tuffò così nel  cosiddetto programma “formalista”.

K. Godel

A Bologna, in quel 1928, ad ascoltare Hilbert c’era anche un giovane matematico ceco di nome Kurt Gödel. Egli accettò la sfida di Hilbert concentrando i sui sforzi sulla logica matematica. La sua prima grande scoperta (ottenuta assieme ad Hans Hahn) fu di dimostrare che è possibile creare una relazione veritiera tra logica e simbolo. Volgarmente, diveniva possibile scrivere la logica con i numeri, un altro punto a favore del “formalismo”. Ma nel 1933, ormai professore a Princeton, Gödel, tra un esaurimento nervoso e l’altro,  pubblicò i suoi teoremi d’incompletezza, destinati ad aver un enorme influenza sul pensiero filosofico successivo. I due teoremi risolvono uno dei problemi proposti da Hilbert ma, nel farlo, devastano l’impianto complessivo del formalismo.

Ecco cosa dicono:

Godel 1: In ogni formalizzazione coerente della matematica […] è possibile costruire una proposizione sintatticamente corretta che non può essere né dimostrata né confutata all’interno dello stesso sistema

Il primo teorema dimostra che qualsiasi sistema formale(come la matematica) incompleto: esso contiene affermazioni di cui non si può dimostrare né la verità né la falsità.

Godel 2: Nessun sistema, che sia abbastanza coerente ed espressivo da contenere l’aritmetica, può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.

Il secondo certifica che se si prende un qualsiasi enunciato casuale, non sarà possibile stabilire se esso è o non è un assioma del sistema. Pertanto data una qualsiasi dimostrazione, in generale, non sarà più possibile verificarne la correttezza.

La matematica rimase solo un utile strumento, prepotentemente sovrastata dall’insight, l’intuito umano; la metafisica non fu spazzata via, tuttt’altro.

 

Logica insufficienza

Epimenide di Creta (VIII- VII secolo a. C.) fu un filosofo e taumaturgo greco che conosciamo soprattutto per il “paradosso del mentitore”. La sua affermazione:  «tutti i Cretesi sono bugiardi» è giunta fino a noi come esempio di indecidibilità (impossibilità di verifica circa la sua veridicità o falsità).

Era infatti egli cretese e questo rendeva la frase falsa; ma anche fosse stato, putacaso, solo in questa occasione veritiero, la frase sarebbe stata di nuovo falsa in quanto perchè non tutti i Cretesi erano bugiardi. Nel cosro dei secoli altre formulazioni del paradosso sono state formulate, la più famosa delle quali è: “questa frase è falsa”(se fosse vera allora non sarebbe falsa sul serio, se fosse falsa in senso verrebbe ribaltato). Ma quale è la rilevanza per la logica moderna di questi antichi giochetti?

La rilevanza sta nel fatto con esse ci si accorse che esistono formulazioni indecidibili e che queste che queste contagiano pure la  matematica. Di più, Kurt Gödel dimostrò nel 1930 che è la stessa matematica a soffrire di indecidibilità. La scoperta dell’ “incompletezza della matematica” portò il programma scientista di fine ottocento in un vicolo cieco: fu chiaro che le scienze fondate sulla matematica non possono dare risposte assolute ed oggettive (senza l’intervento dell’intuito umano). Insomma un macigno sulla scienza che ha prodotto “… il profondo malessere intellettuale che da 75 anni opprime le migliori menti. Una crisi attutita, latente, sotterranea, ha continuato a strisciare fino ai nostri giorni..” ( G. Di Saverio, professore di filosofia, 2003 ). Ma ne parleremo ancora..

 

Chi controlla gli algoritmi?

Un algoritmo è un procedimento logico-matematico che, grazie ad una serie finita di istruzioni o regole, conduce ad una risoluzione di un problema. Più semplicemente, è una “macchina” matematica che, inseriti dei dati, fornisce risposte. I programmi del computer sono basati su algoritmi. Oggi sono ovunque: regolano i social ed il mercato finanziario, prevedono il tempo meteorologico, costituiscono il nerbo dei software dei computer e dei robot, guidano gli aerei, le navi, e le automobili lo saranno a breve. Esistono dei rischi nell’affidare l’intero pianeta ad un mucchio di calcoli matematici? A questa ed ad altre domande tenta di rispondere Ed Finn, ricercatore dell’Università dell’Arizona in un libro intitolato ”Che cosa vogliono gli algoritmi”. Dal titolo traspare addirittura la possibilità che i calcoli possano portare ad una intenzionalità. “Non abbiamo prove per sostenere che gli algoritmi abbiano intenzionalità, creatività o qualsiasi altro tratto che consideriamo necessario per l’immaginazione” conclude l’americano, caldeggiando comunque lo sviluppo di una nuova disciplina scientifica che indaghi il problema: una sorta di scienze umane sperimentali. Naturalmente tale idea poggia sulla fede che la coscienza sia un fenomeno ”fisico”, cosa ad oggi non dimostrabile. E nonostante molti ritengano che, come conseguenza dei teoremi di Gödel, la “cosci

K. Godel

enza artificiale” sia impossibile, alcuni ritengono possibile che la sofisticazione dei calcoli algoritmici, per inciso capaci di creare algoritmi a loro volta, ad un certo punto possa sfuggire al controllo della mente umana: chi potrebbe controllare se un risultato di un mega-calcolatore è giusto o sbagliato quando chi lo ha creato non è in grado di verificare le istruzioni che il calcolatore stesso ha rielaborato a partire da quelle originarie? Ricordate “Al” di 2001 Odissea nello Spazio? Ecco, il problema esiste ma la soluzione proposta da Finn lo è ancora di più: come antidoto alla paura, altra fredda scienza, numeri che controllano numeri. Algoritmi controllori di algoritmi, inquietante. Pensiamo ad un’altra soluzione prima di finire schiavi in un mondo governato da una sorta di “Matrix”.

L’enigma della coscienza

La coscienza è quel fenomeno psichico che permette all’individuo di percepirsi esistente, distinto dall’ambiente circostante, di localizzarsi nello spazio e nel tempo. Così definita la coscienza, ed in particolare la sua forma riflessiva, l’autocoscienza, è elemento distintivo ed escusivo dell’uomo. Un articolo di Le Scienze del giugno del 2018 chiarisce qual è lo stato dell’arte sugli studi scientifici circa la coscienza. “Se si parla di coscienza I filosofi hanno molto da dire” esordisce l’autrice. Il problema del suo studio, che appare essere appunto soprattutto filosofico, rischia di essere una chimera per la

D. Dennett

scienza positivistica. Ciononostante per “the hard problem” gli studiosi si arrampicano sugli specchi di teorie dai nomi esotici : esistono le ” enattiviste”, le “sensitivo-motorie”, la teoria della “mente diffusa” e della “mente-mondo”. Si tranquillizza il lettore della assenza, in questa sede, della volontà approfondire quelle che sono pure speculazioni, più che teorie. Basti dire la loro somma produce la sensazione che esse non possiedano gli strumenti adatti per indagare un fenomeno di tipo spiccatamente metafisico. Questo aspetto, che si manifesta nell’insight (intuito) e nella percezione di “essere presenti” a noi stessi, viene dai “riduzionisti” come il filososofo ateo D. Dennet considerato “perfettamente riconducibile a fenomeni elettrochimici del cervello. La coscienza umana è illusione”non c’è nulla di misterioso nella “coscienza”. E certamente non c’è motivo di andare oltre la fisica.” ( Breaking the Spell, 2006, 244). Nonostante questa spavalderia e decenni trascorsi ad aprire una breccia in questo mistero insolubile, la comunità scientifica arranca a produrre fattie  e “i filosofi cercano di dare forma una teoria della coscienza che possa aiutare gli sperimentalisti a disegnare ricerche utili per risolvere l’enigma”. Insomma, la scienza è in alto mare e nessuna teoria viene universalmente riconosciuta come valida.

Kurt Godel

Particolare attenzione merita il tentativo di ricreare con algoritmi il cervello ed il suo supposto prodotto, la coscienza: stiamo parlando della possibilità di ricreare l’intelligenza artificiale al computer, cosa per nulla scontata. Infatti, nei primi decenni del ventesimo secolo fu chiaro con i lavori di Kurt Gödel, uno dei più grandi logici della storia dell’umanità, che un sistema formale (come quello matematico del computer) è incapace di dare coerenza/completezza a sé stesso ed ai suoi risultati: si tratta dei famosi “teoremi d’’incompletezza di Gödel” che, per alcuni scienziati tra cui R. Penrose (La mente nuova dell’imperatore, 1989), escludono la possibilità di creare un’intelligenza artificiale in quanto tale “sistema” dovrebbe possedere in sé l’insight, l’intuito, capace di “dimostrare” gli assiomi della matematica altrimenti indimostrabili all’interno del sistema formale stesso. E’ infatti questo fenomeno che fornisce coerenza al sistema formale, non il calcolo matematico. Di più, l’intuito appare inconciliabile ed per certi versi opposto al puro calcolo.

Quindi pietra tombale sull’intelligenza artificiale? Quasi. Gödel stesso chiarì negli anni ’50 che i suoi teoremi non escludono a priori la possibilità di creare l’intelligenza artificiale, quanto piuttosto, nel peggiore dei casi, la nostra capacità di verificare se quella che abbiamo creato è effettivamente una vera intelligenza. In altre parole, se non siamo solo “macchine” matematiche e quindi siamo dotati di libero arbitrio, insight ed autocoscienza,  non possiamo creare intelligenza artificiale necessaria per la verifica scientifica delle teorie sulla coscienza stessa; se invece siamo solo “macchine” e l’intuito è solo un’illusione, come sostiene Dennet, possiamo creare macchine simili a noi con un sistema di algoritmi, ma in questo caso non siamo in grado di studiare né noi stessi, né il sistema creato.  Le conseguenze sono macigni: se infatti manca questa verifica logico-matematica i lavori sulla coscienza rimarranno senza controllo sperimentale, neanche lontanamente immaginabile ad oggi, rimanendo per sempre quello che sono in effetti, cioè fenomeni di pertinenza filosofica e teologica.