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Il puzzle si complica

Skull5 di Dmanisi in una copertina di “Science”

Con l’approfondimento di Homo #6 ci saremmo potuti fermare nel raccontare la storia biologica dell’uomo. Per comprendere delle sfide future della paleoantropologia è però necessario parlare di alcune recenti scoperte. Roba grossa, ma prima di prenderle in esame è bene fare un riassunto di ciò che pare assodato fino a questo punto. Continua a leggere…

Scomodi antenati cinesi

National Geografic ha pubblicato recentemente un articolo su uno studio che sconquassa le nostre conoscenze sulla evoluzione umana. Si tratta della scoperta di un centinaio di manufatti in pietra venuti alla luce nel sito di Shangchen, in Cina. I reperti hanno un’età che varia dai 2,1 agli 1,3 milioni di anni. Per capire la portata della scoperta si invita, armati di pazienza e di attenzione, alla lettura delle pagine di approfondimento della serie “Homo“.

Agli albori dell’uomo

Caricatura ottocentesca di C. Darwin

Imbattutomi  in un curioso articolo del 2011 di Oggiscienza che trattava dell’evoluzione umana ho deciso di parlarne anche su Sapiens. Nell’articolo un professore di un liceo romano, durante una lezione in cui spiega l’evoluzione,  viene interrotto da uno studente scettico: “Prof, ma queste cose non sono superate? A me risulta che secondo le ultime scoperte sul DNA l’uomo non sia imparentato con alcun ominide preesistente. È scritto nel nostro libro di storia”. Mi sono incuriosito, lo confesso, anche per la risposta del prof: “Non si tratta solo di enormi stupidaggini. Sono anche scritte in modo molto sapiente, mischiando informazioni più o meno corrette con affermazioni del tutto errate”[…] Se diciamo che Homo sapiens non è parente di nessuno, allora l’unica conclusione logica che possiamo trarre è che sia stato creato”. Il creazionismo è tornato di moda? Che mi sono perso? Ricordo che alle scuole medie mi divertivo, oltre che a prendere a calci il pallone, anche con lo studio della paleontologia, in particolare di quella umana e sull’argomento portai una ricerca all’esame finale, con tanto di disegni a mano libera. Constatando di ricordare pochissimo, ho deciso di approfondire l’argomento in questa sede. Un’occasione per aggiornarci con le nuove scoperte. Le pagine delle varie “puntate” saranno disponibili col nome di Homo# seguito da un numero progressivo.

Homo #1                                                                          Homo #5

Homo #2                                                                          Homo #6

Homo #3

Homo #4

Si sottolinea che tali approfondimenti si possono assimilare ad una review di letteratura scientifica, quindi trattasi non proprio di una lettura “leggera”. Uomo avvisato..

Il paradosso del “Paradoxus”

Più che un animale, un rebus ” Questo è l’inizio di un articolo di Telmo Pievani su Le Scienze del giugno 2018, riguardante una specie tanto bizzarra quanto interessante, l’ornitorinco, Ornithorhinchus anatinus. E’ un animale dell’ Oceania che pare essere un vero e proprio scherzo di natura: coperto di pelliccia e con una cosa come un castoro, depone le uova e ha un becco simile ad un uccello; alla schiusa però la madre allatta i cuccioli da pori del ventre come fa un mammifero; non usa gli occhi sott’acqua e caccia le sue prede grazie ad elettrorecettori del becco. Appartiene al gruppo di mammiferi ovipari, i monotremi, e basta da solo a mettere in difficoltà l’intera teoria dell’evoluzione. L’animale infatti era già nell,’800 un problema per la sua difficoltosa classificazione, tanto da essere stato rinominato con Il nomignolo di paradoxous. L’articolo di Le Scienze, che aveva nelle sue intenzioni quella di rendere più co

Ornithorhinchus anatinus, fonte Wikipedia

mprensibile l’origine per selezione naturale di una tale specie, nei fatti enuncia solo le differenze tra le sottopopolazioni, la loro distribuzione geografica e l’età di comparsa del primo ornitorinco. Ma la sua situazione tassonomica e’ rimasta la stessa di quando, giovane studente universitario, mi interessavo di evoluzione naturale e zoologia.  Piovani infatti non risponde all’enigma di come tale complessità biologica sia sorta senza antecedenti e si sia concentrata in una specie che pare un assemblaggio di altre “classi” zoologiche. Il primo ornitorinco compare infatti dal nulla circa 15 milioni di anni fa in Australia. Neanche la sequenziazione del suo DNA, che pure ci fornisce prova del mosaico dei piu disparati geni del suo genoma, ci spiega come un tale animale possa essersi evoluto da altre specie. Secondo il neodarwinismo infatti, si sarebbe dovuto evolvere o dai mammiferi o dagli uccelli attraverso piccole modifiche successive che avrebbero dovuto generare animali intermedi di cui però la paleontologia non ci ha restituito alcuna traccia. Oggi. come nel 800 l’animale rimane invece un unicum, fenotipicamente e geneticamente isolato. Abbiamo a disposizione per giustificare l’insorgenza delle varie specie animali e vegetali, un’unica teoria quella della selezione naturale,nella sua formulazione più moderna detta neodarwinismo. L’ obbligo di doverlo usare senza alternative è di per sè inquietante ed il grande folosofo della scoenza K. Popper  diceva  che« Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994).  Casi come quello dell’ornitorinco, nella migliore delle ipotesi, suggeriscono che la teoria è incompleta, incapace com’è di spiegare la comparsa di esseri viventi del tutto scollegati filogeneticamente dagli altri. Se avremo un superamento del neodarwinismo sarà a partire dallo studio di esseri simili, che rappresentano un vulnus alla teoria ufficiale. Come diceva il  fisico premio Nobel Feynman, “La cosa più interessante, per noi, è quella che non va secondo le previsioni“. (Le battute memorabili di Feynman, Adelphi, 2017). Concordiamo.

Evoluzione infalsificabile

Karl Raimund Popper fu il maggiore epistemiologo della scienza del XX secolo. Il filosofo, mancato nel 1994, sosteneva che una teoria scientifica è tale in quanto falsificabile: « L’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. »( Filosofia e pedagogia dalle origini a oggi, vol. 3, p. 615, 1986).

K. Popper

Non basta quindi il criterio della verificabilità perchè una teoria sia scientifica, ma è necessaria la possibilità di prevedere un test che la può rendere falsa: « Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato. »      (Albert Einstein, lettera a Max Born, 1926).

Ebbene Popper si occupò, tra le altre cose,  anche della coscienza animale scrivendo: «L’emergere della coscienza nel mondo animale è un mistero grande forse quando l’origine della vita stessa. Tuttavia si deve presumere, nonostante l’impenetrabile difficoltà, che sia un prodotto dell’evoluzione, della selezione naturale».(J. C. Eccles, La meraviglia di essere uomo, 1988).

Tralasciando in questa sede l’incapacità della scienza di mostrare come la vita in sé abbia avuto origine, l’apodittico enunciato afferma che la coscienza nel mondo animale rappresenta un altro enorme problema per la teoria dell’ evoluzione, un problema tanto “impenetrabile” da configurare un “mistero”. Ecco però che, di fronte ad un mistero impenetrabile, il filosofo, invece di ammettere lo smacco,  opera una scelta del “si deve presumere“,  una scelta di fede a favore di una visione teorica, quella dell’evoluzione. Ma che possibilità di essere falsificata ha essa?  Pare infatti che, per stessa ammissione dell’autore, l’origine del suo oggetto è ad oggi del tutto impenetrabile. Difficile immaginare una falsificabilità di una teoria che ha come oggetto qualcosa di irriducibile al rigore scientifico.

Di più, quel “si deve” esprime il disagio di una scelta obbligata dal risagio, in sua assenza, di tornare ad una spiegazione teologica. Ma un’unica teoria possibile, può veramente aiutare a capire?

“..non potevo immaginare l’essere ateo in qualsiasi momento prima del 1859, quando è stata pubblicata L’origine delle specie di Darwin”, affermava nel 1985 il biologo R. Dawkins, in The Blind Watchmaker, ed è evidente che tale teoria è necessaria in quanto strumentale alla posizione atea. Ma Popper stesso ha affermato a riguardo che « Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(K. Popper, Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994). 

E quindi? La selezione naturale viene accettata  senza una ragionevole speranza di falsificabilità tramite il modus tollens. Ergo, tenendo buono il pensiero di Popper stesso, la teoria dell’origine della coscienza per selezione naturale è una teoria in senso metafisico e non scientifico: nell’attesa fideistica che possa guadagnarsi un giorno il grado di teoria scientifica, è ad oggi solo una prospettiva dotata di un certo senso, non falsificabile ma che può aiutare lo scienziato ad inquadrare un problema. (E. Morin, La conoscenza della conoscenza, 1986). Piuttosto che un ritorno alla Genesi, insomma.. meglio che niente.

Sotto la scure della falsificabilità popperiana decadono quindi dal rango di “scienza”, non solo le religioni con la teologia e la metafisica, non solo il marxismo,  l’astrologia e la pscicanalisi, ma anche la stessa teoria della selezione naturale.

 

In memoria della memoria

In ritardo di un paio di mesi mi decido a pubblicare un post riguardante la gionata della memoria 2018. Può sempre insegnare qualcosa..

Assonnato davanti alla mia tazza di thè, di domenica mattina, decido di fermarmi su Rai1 per farmi svegliare da Unomattina in famiglia, programma diretto dal duo Timperi-Miccitelli. A convincermi in effetti era stato il simpatico faccione del prof. Sabatini: stava egli appunto finendo una delle sue erudite disquisizioni su “curriculum e curriculaquando Timperi lo sprona a parlare di una questione che da giorni stava a cuore al professore. Il buon Sabatini chiarisce allora che nel periodo della “giornata della memoria” era infastidito dal sentir parlare di “razze umane”.

Bravo, Sabatini, anche a me fa senso ‘sta roba.
Ma l’erudito ospite della trasmissione poi si inerpica a spiegare quale, secondo lui, sarebbe il motivo della assoluta infondatezza di tale modo di dire: siamo tutti discendenti dell’unico Homo Sapiens, proveniente dall’Africa e impostosi in maniera travagliata su altre specie, e cita la triste fine dell’uomo di Neanderthal. Nell’invitare i professori della scuola ad utilizzare l’argomento “scientifico” contro il razzismo, intuendo egli stesso il problema che introduce nella discussione, consiglia di “lasciar perdere il modo” con cui il Sapiens si sarebbe imposto. Il buon professore tenta di risolvere questa devianza del genere umano, ponendo l’accento sulla causa che lo ha prodotto. Mi spiego.

Sabatini parla di selezione naturale e l’Homo sapiens fece fuori eliminandolo fisicamente la “razza” neanderthaliana e si capisce benissimo che raccontata così la cosa non è troppo educativa per le nuove generazioni. E quindi egli raccomanda, mentre manda un’occhiataccia a Timperi, di “non spiegare come” il Sapiens si sia
imposto.
Ai nazisti piaceva molto la teoria darwiniana del “più forte sopravvive, il più debole soccombe” e tentarono di selezionare una razza a scapito di altre. Più selezione di così! Furono proprio le idee scientifiche di fine ottocento a creare i presupposti per le carneficine del secolo successivo. “Dio è morto!” gridava Nietzsche, anche grazie alla “selezione naturale” che Darwin introdusse nella
discussione scientifico/filosofica. Darwin non aveva certo questo intento, ma strumentalmente, da quel momento in poi si potè tentare di eliminare intere etnie in nome della “purezza della razza”, oppure intere classi sociali giudicate oppressive in ragione del “progresso dell’umanità”.
Sabatini chiude con un apodittico “Scienza!Scienza! Scienza!” ma siamo sicuri che per eliminare l’olocausto, di qualunque colore esso sia, basti evocare teorie scientifiche prive di anima ed eticità? Può la mera competizione per la sopravvivenza che, ben inteso, agisce anche dentro la specie, aiutarci a non finire infilzati da una
lancia o in un forno crematorio, od al freddo della Siberia? Non stiamo semplicemente cercando di spegnere il fuoco con la benzina?