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Smisuratamente finito

Roma, 12 dicembre 2011, faccia a faccia sul futuro della scienza tra due alfieri dell’ ateismo scientifico, Andrea Camilleri e Margerita Hack . Modera Serena Dandini che ad un certo punto chiede: “L’universo è sempre esistito?” Hack risponde di botto: “Non lo sappiamo, io preferisco pensare che sia infinito nel tempo e nello spazio. ” Ma la teoria del Big Bang (universo finito con un inizio”singolare”) non è quella accettata dal modello standard? Perchè allora la Hack “preferisce” pensare in un altro modo?

L’universo è spazialmente finito o infinito? L’idea oggi più diffusa è che sia infinito: è tanto grande, viene da pensare, che non ha fine. Eppure, se l’universo è infinito, perché vediamo intorno a noi solo realtà che nascono e muoiono, cioè finite? E se l’universo non è infinito, cosa c’è prima e al di là di esso?
Esattamente 100 anni fa, Albert Einstein getta le basi della cosmologia moderna. In Considerazioni cosmologiche sulla teoria della relatività generale respinge l’idea di un universo infinito e immagina l’universo come un “continuo concluso”.
Per Einstein l’universo è spazialmente finito, di volume e circonferenza finiti, ma illimitato, senza frontiera. I concetti di finito e illimitato non sono in contraddizione: si potrebbe camminare a piacimento sulla Terra senza mai giungere ad un confine ultimo; nel contempo, tuttavia, nessuno dubita del fatto che la Terra possieda un volume finito.
Per il Nobel per la fisica Max Born “l’idea di uno spazio finito ma senza limiti” fornisce “la soluzione del mistero per cui il sistema stellare non si sparpaglia e non si dirada, a differenza di quanto accadrebbe se lo spazio fosse infinito” e “apre la strada al concetto moderno dell’universo in continua espansione1. Ma, pur spazialmente finito, l’universo di Einstein è infinito nel tempo e statico: l’idea che possa espandersi è da lui giudicata assurda ed esteticamente non attraente.


Georges Edouard Lemaître


LEMAÎTRE
Sono passati 10 anni dalla memoria di Einstein e il sacerdote Georges Lemaître contrappone all’universo statico di Einstein un universo dinamico, che cresce, si espande. Alcuni anni dopo, da questa intuizione ne nascerà un’altra: l’ipotesi dell’atomo primitivo, progenitore della moderna ipotesi del Big Bang. Così l’universo appare finito non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Per Lemaître questo è vero non solo alla luce della fisica, ma anche della filosofia: “nella realtà fisica l’infinito esiste solo in potenza, mai in atto2. Egli ritiene che le incredibili dimensioni cosmiche suggeriscano all’uomo di fede quello che la Bibbia insegna: la sua dignità di figlio di Dio e la sua piccolezza di creatura contingente.
Un universo finito nello spazio e nel tempo non piace ai materialisti coevi, in particolare al mondo comunista, che scomunica le cosmologie di Einstein e di Lemaître e proclama dogmaticamente l’infinitezza di materia e di spazio. Per i materialisti non può esserci nulla prima dell’universo e al di là di esso.
Ma ai fisici è ormai chiaro: che prima del Big Bang non vi fossero né spazio né tempo, non è affatto un’idea illogica, anzi. Come scrive il filosofo della scienza Paolo Musso 3, “possono esistere solo distanze che crescono nel tempo (infinito potenziale), come per esempio quelle tra le galassie nel caso dell’universo aperto, che continueranno a crescere senza però mai giungere ad essere infinite di fatto (infinito attuale, che non può esistere nel mondo materiale, ma solo in quello dello spirito)”.

I PADRI DELLA SCIENZA
Ma cosa pensavano i padri della moderna astronomia?
Per il cardinal Cusano (1401-1464) l’universo non è circoscritto dalle mura delle stelle fisse, ma ciò non significa che sia infinito: è, invece, “privo di termini entro i quali potrebbe essere racchiuso“. Per Copernico (1473-1543) e Keplero (1571-1630) l’universo è incredibilmente vasto, immensum, ma chiuso, finito, perché “l’infinità appartiene solo a Dio“. Per Cartesio (1596-1650) l’immensità della Creazione, deve spingerci a lodare Dio con maggior ammirazione e vigore; ma ciò non significa che l’universo sia infinito: “Non c’è che Dio solo che io concepisca positivamente infinito“.
In accordo con lui, il grande matematico padre Marin Mersenne dice: “il mondo non può affatto pretendere di rispecchiare e rappresentare l’infinita potenza di Dio4.

I. Newton

Anche l’universo di Isaac Newton, coincidendo con quello biblico, è finito. Sarà l'”universo newtoniano”, nella rivisitazione settecentesca, a divenire infinito nel tempo e nello spazio, e ad affermarsi per lungo tempo, sino al 1917.
L’universo infinito, assente presso i grandi scienziati, compare invece nella visione panteista di Giordano Bruno (1548-1600), come abbiamo sopra anticipato. È un’idea di cui oggi, a livello scientifico, non rimane molto. Già all’epoca, Bruno trova nei veri scienziati i suoi avversari. In particolare il già citato Keplero, secondo cui un corpo infinito non può esistere, e una “misurazione infinita non è concepibile”.

ALCUNI SCIENZIATI CONTEMPORANEI
Oggi, per l’astrofisico italiano Giovanni F. Bignami “L’universo è molto grande e le osservazioni astronomiche indicano che sta continuando ad espandersi. Le sue dimensioni però sono finite e sono determinate dalla quantità di materia e di energia che contiene5.
L’astrofisico T. X. Thuan ricorda che è grazie al concetto di “curvatura dello spazio” che “possiamo capire come sia possibile che lo spazio non abbia un confine pur restando rigorosamente finito. Se questo vi pare impossibile, mettetevi nei panni di un Magellano o di un Phileas Fogg intenti a fare più volte il giro del mondo. Per quanti giri facciate, non incontrerete mai alcun limite. Mai un muro o un bordo a sbarrarvi il cammino. Ciò nonostante, la superficie della Terra è finita. Ciò è possibile perché la Terra non è piatta ma curva“. Analogo il discorso per l’universo 6.
Pur essendo finito, l’universo è smisuratamente grande, e l’uomo è un puntino microscopico. Ma quella dell’universo è una grandezza spaziale, quantitativa, non qualitativa. Copernico, Keplero, Galilei, Pascal, ecc. ritenevano che la dignità dell’uomo non stesse nello spazio che occupa, ma nella sua capacità di pensare e di amare.  

Titolo originale: Lo spazio dell’universo Fonte: Il Timone, dicembre 2017 (n° 168) Pubblicato su BastaBugie n. 555

Notes:

  1. R. Clark, Einstein, Rizzoli 1976, pp. 230-234
  2. M. Stenico, Dall’archè al Big Bang. Georges Edouard Lemaître e la grande narrazione cosmica, Quaderni di archivio Trentino 2017, p. 67
  3. La scienza e l’dea di ragione, Mimesis 2011, p. 464
  4. A. Del Prete, La Rivoluzione scientifica: modelli di conoscenza, Treccani 2002
  5. G. F. Bignami, I marziani siamo noi. Un filo rosso dal Big Bang alla vita, Mondadori 2012, p. 188
  6. T. X. Thuan, Lo scienziato e l’infinito, Dedalo 2014, p. 96

Dalla natura a Dio

M. Faraday

Muore ad Hampton Court, 25 agosto1867, il grande fisico e chimico Michael Faraday. Fondamentali le sue scoperte soprattutto riguardo all’elettromagnetismo tanto che, in suo onore, l’unità di misura della capacità elettrica fu chiamata farad.

Di lui Einstein scrisse: «Era innamorato della natura misteriosa come l’amante dell’amata lontana»

lettera a Gertrud Warschauer, 27 dicembre 1952

La nipote scrisse di Faraday: «Non posso più guardare il lampo di un fulmine senza ricordare il piacere ch’egli traeva da un bel temporale. Come stesse alla finestra per ore, osservando gli effetti e godendosi la scena; mentre noi sapevamo che la sua mente era colma di alti pensieri, talvolta riguardanti il Creatore, talvolta le leggi attraverso le quali Egli ritiene giusto governare la terra»

A. S. Eddington, La scienza ed il mondo invisibile, introduzione.

Ma era chiara la fonte di tanto trasporto di Farad: la natura è scritta
«dal dito di Dio», e «svelare i misteri della natura equivale a scoprire le manifestazioni di Dio»

Non si vede,quindi esiste

SE DIO SI VEDESSE, NON SAREBBE DIO Se si potesse entrare in un computer, non avrebbe senso dire: ”Guarda, nel computer non c’è nessun uomo e quindi il computer si è fatto da sé”

di Francesco Agnoli

Quando si parla di filosofia, e soprattutto di storia della filosofia, accade talvolta che qualche alunno, dopo che il divino è comparso sotto varie forme (l’archè di qualche filosofo presocratico, i numeri divini di Pitagora, il Motore Immobile di Aristotele, il “daimon” di Socrate, il Dio-Verità e Amore di Agostino, il Sommo Musico di Keplero…) chieda candidamente: “In filosofia si parla tanto di Dio, di anima, di spirito… ma sono tutte realtà che non vediamo… Cosa serve tutto ciò?”. E magari aggiunge: “Io non credo in Dio, né nell’anima, perché non li ho mai visti. La filosofia non mi interessa, perché si occupa di cose astratte”.

Foto E. Caldaresi

È un concetto che si sente dire spesso. Eppure, nella sua apparente logicità, è, in verità, infondato. Non è solo una questione dei “filosofi”, che debbono pur salvare il loro “mestiere”. E’ una questione di profondità. Quante sono le cose che facciamo molta fatica a vedere, eppure esistono? La storia della scienza è piena di ripensamenti, dovuti alla impossibilità di poter prendere per certo ciò che si vede a prima vista. Non è stato forse assai difficile per millenni “vedere” che la Terra ruota su se stessa e gira intorno al Sole? O che l’Universo, lungi dall’essere immobile ed eterno, nasce e cresce? Che le galassie si allontanano? Che la materia è in verità convertibile in energia e l’energia in materia? Che il cosiddetto “vuoto” pullula di entità particellari (quanti) in movimento? Non è stato forse difficile vedere per secoli un intero mondo fisico che sfugge allo sguardo umano: il mondo delle onde, dell’energia, dei campi e delle particelle? E il campo geomagnetico che flette l’ago di una bussola? Non è forse vero che si vedono gli effetti, ma la sorgente, la causa di questo campo è per noi invisibile?

SE DIO SI VEDESSE, NON SAREBBE DIO
Ma torniamo a Dio. Anzitutto, se Dio si vedesse, non sarebbe Dio: anzitutto perché sarebbe qualcosa che è parte del mondo materiale, e che, come tale, non potrebbe essere Creatore del mondo materiale stesso; in secondo luogo perché sarebbe qualcosa che diviene, deperisce, occupa un tempo ed uno spazio, sottomesso alle leggi della fisica e della chimica. Ma se Dio esiste, ed è veramente Dio, cioè l’Onnipotente, Egli è il Creatore e il Signore della materia e delle leggi della fisica e della chimica: è dunque altro da esse, così come l’uomo è altro dai manufatti che costruisce, e di cui è, analogamente, “creatore” e signore.
Se si potesse entrare in un computer, non avrebbe senso dire: «Guarda, nel computer non vi è nessun uomo, significa che si è fatto da sé”, perché è evidente che il computer è stato assemblato e reso funzionante da qualcuno di esterno ad esso: analogamente è bizzarro ritenere di poter trovare, dentro l’universo creato da Dio, non le sue tracce, ma Dio stesso, contenuto, racchiuso-rinchiuso nella sua creazione!
L’essenziale è invisibile agli occhi. Proprio sulla base di questi e di altri analoghi ragionamenti un gigante della scienza come Isaac Newton (1642-1727) riteneva che l’universo fosse retto e governato da Dio, «ente eterno, infinito, assolutamente perfetto», «onnipotente e onnisciente», che «dura dall’eternità in eterno e dall’infinito è presente nell’infinito; regge ogni cosa e conosce ogni cosa che è e che può essere. Non è l’eternità o l’infinità, ma è eterno e infinito; non è la durata e lo spazio, ma dura ed è presente. Dura sempre ed è presente ovunque…, è completamente privo di ogni corpo e di ogni figura corporea, e perciò non può essere visto, né essere udito, né essere toccato…».

L’ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI
Un evidente motivo per il quale la frase “Non credo in Dio, nell’anima… perché non li ho mai visti” non si sostiene è dunque perché “non vedo” significa molto poco. Infatti, come insegnava Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), “l’essenziale è invisibile agli occhi“. Del resto gli occhi fisici non sono unicamente lo strumento di una capacità di vedere molto più profonda, non tangibile e non misurabile, quella dell’intelligenza e del cuore? Se apriamo un corpo, non troviamo la vita; se osservo un cadavere, vedo che è ben diverso da un uomo vivo, però non vedo nulla che sia venuto a mancare, benché sia evidente che qualcosa non c’è più.
Se il chirurgo apre un cervello, non trova dei pensieri: eppure il nostro pensiero lo sperimentiamo ogni istante. Basta chiudere gli occhi, per sentirlo “lavorare”; basta aprirli, per vedere che il nostro corpo obbedisce ai nostri pensieri, alla nostra, invisibile, volontà. Se l’anatomista disseziona un cuore, non trova emozioni e sentimenti, ma solo un muscolo. Eppure i sentimenti agitano tutto il mio corpo, fanno arrossire la mia faccia, generano sorrisi o lacrime.
Se guardo un’ azione di un’altra persona, vedo dei fatti, ma non scorgo il movente di quell’ azione: ma senza quel movente, non ci sarebbe neppure quell’ azione… Dunque ciò che non si vede è ancora una volta la causa di ciò che si vede. Così se osservo un bel quadro, vedo pigmenti, tracce materiale di colore, ma quel quadro non è solo quel colore, quei pigmenti, è soprattutto la fantasia, la creatività, la bravura intangibile, eppure efficace, del pittore

K. Godel

LE INVISIBILI LEGGI DELLA FISICA
Ora il mio sguardo si allarga, e osservo i cieli e i pianeti: ma il loro movimento, il loro ordine, è dato dalle invisibili leggi fisiche. Come ci insegnano i matematici, da Pitagora in poi, tutta la natura visibile è regolata dai numeri, invisibili, incorporei, astratti, cioè colti con gli “occhi” della mente, fuori del tempo e dello spazio. I numeri e le leggi (invisibili, universali, permanenti, sempre identiche a se stesse), regolano realtà fisiche visibili, specifiche, transeunti, e le determinano, così che la materia non fa altro che obbedire. Ciò significa che mentre vediamo materia specifica (questo o quell’oggetto, questa o quella galassia, questo o quel fiore), che cresce, invecchia e si dissolve, non vediamo ciò che fa sì che tutto questo accada!
Per questo motivo i grandi matematici sono sempre stati dei metafisici: Cogito ergo sum (“penso dunque sono”), diceva Cartesio (1596-1650); i numeri e le leggi dei pianeti sono “pensieri di Dio”, suggeriva Keplero (1571-1630); “Non c’è nessun dubbio che gli spiriti costituiscano la parte più importante del mondo e che i corpi esistano solo per stare al loro servizio”, scriveva Leonardo Eulero (1707-1783); “L’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite…”, affermava Kurt Gödel (1906-1978), mentre la scoperta della matematica fu per Albert Einstein (1879-1955) una vera rivelazione: “Mi parve una rivelazione del Sommo Artefice; non me lo dimenticherò mai“.

[Estratto dal libro: Dieci brevi lezioni di filosofia, Francesco Agnoli, ed. Gondolin]   Titolo originale: La ragionevolezza dell’InvisibileFonte: Libertà e Persona, 14/11/2018 Pubblicato su BastaBugie n. 586

Il progresso cieco

Per migliorare una tecnologia non serve comprenderla“, è il titolo di un recente articolo su Le scienze nel quale scienziati anglo-francesi guidati da Maxime Derex appurano con un esperimento che copiare è stato il meccanismo fondamentale per il progresso tecnologico dei nostri antenati. Ma quella che a prima vista può sembrare l’entusiasmante scoperta dell’ “acqua calda” può da sola spiegare come siamo passati dal’arco ai missili intercontinentali?

L’esperimento in esame ha verificato che studenti arruolati allo scopo modificavano una ruota per renderla più veloce nello scendere su di un percorso inclinato. Per riprodurre in qualche modo il susseguirsi delle generazioni che affinano una tecnologia, i soggetti hanno lavorato riuniti in sessioni separate ma potevano accedere al lavoro ed ai resoconti teorici del gruppo che aveva lavorato in precedenza. Nel corso del test la ruota ha effettivamente migliorato la sua prestazione, ma il fatto che la comprensione da parte degli studenti dei princìpi fisici alla base delle modifiche efficaci fosse ” mediamente mediocre “, ha indotto gli sperimentatori a concludere che nel miglioramento complessivo della velocità di discesa ha agito solo una “selezione” che ha favorito rettifiche vantaggiose originatesi casualmente.

In altre parole, l’evoluzione cognitiva umana sarebbe cieca, ricalcando in questo l’evoluzione biologica, grazie ad un ” accumulo di miglioramenti nel corso delle generazioni “. E’ dunque facile vedere la seconda come un semplice conseguenza della prima. Convincente, no?

Non proprio. Una prima doverosa critica dev’essere avanzata nei confronti degli autori quando pretendono che i nostri antenati, quelli che miglioravano “l’arco o la canoa” in una foresta pluviale ricoperti da moscerini, siano assimilabili ad un gruppo di “studenti” del terzo millennio davanti a carta e tastiera. Ma se anche oggi esistono in regioni sperdute del pianeta tribù prive di un linguaggio per designare il tempo e con parole a designare pochissimi numeri, come è possibile asserire che i metodi conoscitivi dei primitivi siano gli stessi che abbiamo noi? Si considera di fatto nulla l’influenza culturale, ma senza dimostrarlo. Tale enorme limite potrebbe da solo invalidare i risultati dello studio, ma c’è di peggio.

L’idea sottostante è che il progresso umano derivi dal “ragionamento”, intelligenza razionale strutturata in passaggi logici verbalizzati che esprimono il nesso causale dei fenomeni. Ebbene, a molti parrà strano ma non è così. Già più di duemila anni fa Platone nel Menone mette in bocca a Socrate che vedere un problema è vedere qualcosa di nascosto, e risolverlo è anticiparne la soluzione ancor prima di averne afferrato tutti i particolari e nessi causali: o noi conosciamo già, magari sotto altra forma, cosa cerchiamo (il problema non è in effetti tale), o non troveremo mai la soluzione.

Tale intuizione anticipatoria, attribuita da Platone all’immortalità dell’anima e semplicisticamente da lui ricondotta a “riminiscenza” di nozioni apprese in altre vite, richiama l’esprit de finesse che Pascal contrappone a all’esprit de géométrie: quest’ultimo, la capacità logica capace di esprimere i dati della conoscenza, non precede ma segue l’intuizione conoscitiva ottenuta grazie a l’esprit de finesse. Il nucleo originario di conoscenza è, come direbbe il chimico, fisico e filosofo di fama mondiale Michael Polanyi, “conoscenza inespressa”. Tale conoscenza inesperessa ed intuitiva non è insegnabile “se non attraverso esercizi pratici“, esempi formali. Ne deriva una frattura tra quanto possiamo esprimere verbalmente (formalmente espresso) e quanto possiamo afferrare intiutivamente (compreso inespresso).

Una frase attribuita ad Albert Einstein è : “Se non sai spiegarlo a tua nonna, non l’hai capito veramente” e questo pare in contrasto con quanto appena detto. Ma non lo è. Einstein aveva infatti a cuore la formalizzazione semplificante necessaria al metodo scientifico: la formula. Ma lo stesso Einstein aveva ben chiaro che “alcuni concetti, come ad esempio quello di causalità, non si possono dedurre con metodi logici dai dati dell’esperienza» (A. Einstein, Opere scelte, Bollati Boringhieri 1988, p. 66), e si stupiva del fatto che pure intuizioni della mente possano condurre ad asserzioni vere nei confronti della realtà fisica, saltando qualsiasi passaggio logico, quest’ultimo utile solo al momento della costruzione della prova di verifica: «Io vedo la cosa nel modo seguente: 1) Ci sono date le E (esperienze immediate). 2) A sono gli assiomi da cui traiamo le conclusioni. Dal punto di vista psicologico gli A poggiano sulle E. Ma non esiste alcun percorso logico che dalle E conduca agli A; c’è solamente una connessione intuitiva (psicologica) e sempre “fino a nuovo ordine”. (Lettera a Solovine, 7 maggio 1952).

Ritornando all’esperimento di Maxime Derex, alla luce di quanto esposto come è possibile affermare che la soluzione al problema non è stata capita nonostante i progressi ottenuti durante il test? Solo perchè non è stata adeguatamente espressa? Abbiamo visto come sia fallace far coincidere la comprensione con la logica verbalizzante. Inoltre il fatto che la “ maggior parte dei partecipanti abbia prodotto teorie errate o incomplete” non è necessariamente la prova che non abbia compreso il problema nè, tantomeno, che i progressi ottenuti siano frutto del caso. Infatti, le scadenti risposte al “questionario ideato per verificare la comprensione dei meccanismi fisici” potrebbero almeno in alcuni casi essere indice proprio della difficoltà di passare dal conosciuto all’espresso. Che dire poi del fatto che solo qualcuno abbia avuto intuizioni efficaci (vero volano del progresso tecnologico) ? Come già Sant’Agostino sosteneva, “la conoscenza è dono della grazia” (M. Polanyi, La conoscenza personale, 1990, p. 428), nel senso che un intuito creativo, inespresso, è dono di alcuni baciati da particolari facoltà/condizioni. E gli altri? Certo, accolgono la conoscenza afferrata dai più intuitivi: nel nostro caso le modifiche vantaggiose ottenute dall’intuito di pochi vengono copiate, ma questo non significa che copiare sia il principale motore del progresso tecnologico, ma solo che esso è sicuramente un meccanismo di propagazione dello stesso.

Il titolo dell’articolo de Le Scienze andrebbe quindi così modificato: “per migliorare una tecnologia serve che qualcuno comprenda intuitivamente le modifiche da apportare e che gli altri le propaghino copiandole “.



Procedere per intuito

«Io vedo la cosa nel modo seguente:

1) Ci sono date le E (esperienze immediate).

2) A sono gli assiomi da cui traiamo le conclusioni.

Dal punto di vista psicologico gli A poggiano sulle E. Ma non esiste alcun percorso logico che dalle E conduca agli A; c’è solamente una connessione intuitiva (psicologica) e sempre “fino a nuovo ordine”.

3) Dagli A si ricavano, con procedimento deduttivo, enunciati particolari Sche possono pretendere di essere veri.

4) Gli S sono messi in relazione con le E (verifica per mezzo dell’esperienza).»

A. Einstein, Lettera a Solovine, 7 maggio 1952

Aperta, ma non sempre

Ieri, alla trasmissione de La7 L’aria che tira, Myrta Merlino ha intervistato lo scrittore Gianrico Carofiglio che, dopo aver diligentemente prensentato il suo libro, ha iniziato a sciorinare massime di Einstein. Quella meno propriamente attribuibile allo scienziato era: “La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre.” Chissà se Carofiglio sa che proprio Einstein ha dimostrato con alcune delle sue vicende che la massima è proprio vera?

Nel 1927 il cosmologo e prete belga Jeorges Lemaitre gli presentò l’idea che l’universo fosse in espansione. «I tuoi calcoli sono corretti, ma la tua comprensione della fisica è abominevole», fu la risposta di Albert, convinto in maniera preconcetta dell’infinità del cosmo. La mente del grande scienziato continuò a rimanere chiusa anche quando Mons. Lemaitre iniziò a sostenere che l’universo avesse avuto un inizio che egli chiamò “atomo primigenio”. Einstein ribattè infastidito che «Questa faccenda somiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete» e solo nel 1933 l’inventore della Relatività cedette alla futura teoria del Big Bang di Lemaitre, ammettendo ad una presentazione del cosmologo belga che «Questa è la più bella e soddisfacente spiegazione della creazione che abbia mai sentito».
Ci vollero quindi cinque anni perchè il “paracadute” di Einstein si aprisse e quella frase, probabilmente non sua, forse non l’avrebbe neanche mai ripetuta, per non vergognarsene.

La realtà irreale

Max Planck, premio Nobel per la Fisica

Abbiamo visto nella prima puntata come sia impossibile assolutizzare la matematica per colpa dell’indecidibilità dei suoi fondamenti introdotta da Gödel. Ma la realtà sembra essere davanti a noi oggettiva e sappiamo dalle nostre scoperte che pare rispondere al principio della causa-effetto (determinismo); possiamo quindi ancora verificare (osservatore distinto dall’oggetto) che i risultati dei modelli matematici corrispondano a tali “fatti” (realismo). La fiducia in tale metodo fu il dogma di Albert Einsten, e lo è ancora per molti. Leggi tutto..

Il Big Bang ed il “fine tuning”

G. Lamaitre

Iniziamo questa ennesima puntata di approfondimento sulla natura dell’universo con una domanda che può apparire fuori luogo: perchè il cielo di notte è scuro? In pochi ci pensano ma dalla risposta deriva una grande verità. All’inizio dell’800 se lo chiese anche l’astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers: con l’universo infinito e pieno di infinite stelle il cielo sarebbe dovuto essere zeppo di luce di stelle e non scuro. Fu stranamente uno un letterato, Edgar Allan Poe a mettere in dubbio che l’universo fosse infinito, leggi tutto..

Il tempo è illusione

Inauguriamo con questo post la categoria “Citazioni” in cui i più grandi pensatori della storia potranno regalarci le loro “chicche di saggezza”

«Ecco che ancora una volta mi ha preceduto, seppur di poco, nell’abbandonare questo strano mondo. Tutto questo non ha nessun valore. Per noi fisici credenti  la distinzione tra passato, presente e futuro si equivale ad una illusione, per quanto essa sia ostinata.»

(A. Einstein, due mesi prima di morire scrive ai familiari dell’amico appena mancato Michele Besso, e al defunto si riferisce nella frase; Lettera alla famiglia Besso, 21/3/ 1955)

Distruggere lo spirito

«In passato eravamo perseguitati malgrado fossimo il popolo della Bibbia; oggi, invece, siamo perseguitati proprio perché siamo il popolo del Libro. Lo scopo non è solo sterminare noi, ma insieme a noi distruggere anche quello spirito, espresso nella Bibbia e nel Cristianesimo, che rese possibile l’avvento della civiltà nell’Europa centrale e settentrionale. Se questo obiettivo verrà conseguito, l’Europa diverrà terra desolata. Perché la vita della società umana non può durare a lungo se si fonda sulla forza bruta, sulla violenza, sul terrore e sull’odio»

(Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni,  2004, p. 26).

Da Aristotele a Newton

Continuiamo nel nostro approfondimento sull’universo e la “stoffa” di cui è fatto, ma stavolta faremo sul serio, tanto che la pagina potrebbe risultare indigesta a coloro che sono completamente a secco di nozioni di fisica. Per aiutare il lettore si cercherà, per quanto possibile, di utilizzare termini semplici e si renderà il testo non troppo lungo, permettendo di ragionare su di un numero limitato di concetti. Continua..