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Smisuratamente finito

Roma, 12 dicembre 2011, faccia a faccia sul futuro della scienza tra due alfieri dell’ ateismo scientifico, Andrea Camilleri e Margerita Hack . Modera Serena Dandini che ad un certo punto chiede: “L’universo è sempre esistito?” Hack risponde di botto: “Non lo sappiamo, io preferisco pensare che sia infinito nel tempo e nello spazio. ” Ma la teoria del Big Bang (universo finito con un inizio”singolare”) non è quella accettata dal modello standard? Perchè allora la Hack “preferisce” pensare in un altro modo?

L’universo è spazialmente finito o infinito? L’idea oggi più diffusa è che sia infinito: è tanto grande, viene da pensare, che non ha fine. Eppure, se l’universo è infinito, perché vediamo intorno a noi solo realtà che nascono e muoiono, cioè finite? E se l’universo non è infinito, cosa c’è prima e al di là di esso?
Esattamente 100 anni fa, Albert Einstein getta le basi della cosmologia moderna. In Considerazioni cosmologiche sulla teoria della relatività generale respinge l’idea di un universo infinito e immagina l’universo come un “continuo concluso”.
Per Einstein l’universo è spazialmente finito, di volume e circonferenza finiti, ma illimitato, senza frontiera. I concetti di finito e illimitato non sono in contraddizione: si potrebbe camminare a piacimento sulla Terra senza mai giungere ad un confine ultimo; nel contempo, tuttavia, nessuno dubita del fatto che la Terra possieda un volume finito.
Per il Nobel per la fisica Max Born “l’idea di uno spazio finito ma senza limiti” fornisce “la soluzione del mistero per cui il sistema stellare non si sparpaglia e non si dirada, a differenza di quanto accadrebbe se lo spazio fosse infinito” e “apre la strada al concetto moderno dell’universo in continua espansione1. Ma, pur spazialmente finito, l’universo di Einstein è infinito nel tempo e statico: l’idea che possa espandersi è da lui giudicata assurda ed esteticamente non attraente.


Georges Edouard Lemaître


LEMAÎTRE
Sono passati 10 anni dalla memoria di Einstein e il sacerdote Georges Lemaître contrappone all’universo statico di Einstein un universo dinamico, che cresce, si espande. Alcuni anni dopo, da questa intuizione ne nascerà un’altra: l’ipotesi dell’atomo primitivo, progenitore della moderna ipotesi del Big Bang. Così l’universo appare finito non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Per Lemaître questo è vero non solo alla luce della fisica, ma anche della filosofia: “nella realtà fisica l’infinito esiste solo in potenza, mai in atto2. Egli ritiene che le incredibili dimensioni cosmiche suggeriscano all’uomo di fede quello che la Bibbia insegna: la sua dignità di figlio di Dio e la sua piccolezza di creatura contingente.
Un universo finito nello spazio e nel tempo non piace ai materialisti coevi, in particolare al mondo comunista, che scomunica le cosmologie di Einstein e di Lemaître e proclama dogmaticamente l’infinitezza di materia e di spazio. Per i materialisti non può esserci nulla prima dell’universo e al di là di esso.
Ma ai fisici è ormai chiaro: che prima del Big Bang non vi fossero né spazio né tempo, non è affatto un’idea illogica, anzi. Come scrive il filosofo della scienza Paolo Musso 3, “possono esistere solo distanze che crescono nel tempo (infinito potenziale), come per esempio quelle tra le galassie nel caso dell’universo aperto, che continueranno a crescere senza però mai giungere ad essere infinite di fatto (infinito attuale, che non può esistere nel mondo materiale, ma solo in quello dello spirito)”.

I PADRI DELLA SCIENZA
Ma cosa pensavano i padri della moderna astronomia?
Per il cardinal Cusano (1401-1464) l’universo non è circoscritto dalle mura delle stelle fisse, ma ciò non significa che sia infinito: è, invece, “privo di termini entro i quali potrebbe essere racchiuso“. Per Copernico (1473-1543) e Keplero (1571-1630) l’universo è incredibilmente vasto, immensum, ma chiuso, finito, perché “l’infinità appartiene solo a Dio“. Per Cartesio (1596-1650) l’immensità della Creazione, deve spingerci a lodare Dio con maggior ammirazione e vigore; ma ciò non significa che l’universo sia infinito: “Non c’è che Dio solo che io concepisca positivamente infinito“.
In accordo con lui, il grande matematico padre Marin Mersenne dice: “il mondo non può affatto pretendere di rispecchiare e rappresentare l’infinita potenza di Dio4.

I. Newton

Anche l’universo di Isaac Newton, coincidendo con quello biblico, è finito. Sarà l'”universo newtoniano”, nella rivisitazione settecentesca, a divenire infinito nel tempo e nello spazio, e ad affermarsi per lungo tempo, sino al 1917.
L’universo infinito, assente presso i grandi scienziati, compare invece nella visione panteista di Giordano Bruno (1548-1600), come abbiamo sopra anticipato. È un’idea di cui oggi, a livello scientifico, non rimane molto. Già all’epoca, Bruno trova nei veri scienziati i suoi avversari. In particolare il già citato Keplero, secondo cui un corpo infinito non può esistere, e una “misurazione infinita non è concepibile”.

ALCUNI SCIENZIATI CONTEMPORANEI
Oggi, per l’astrofisico italiano Giovanni F. Bignami “L’universo è molto grande e le osservazioni astronomiche indicano che sta continuando ad espandersi. Le sue dimensioni però sono finite e sono determinate dalla quantità di materia e di energia che contiene5.
L’astrofisico T. X. Thuan ricorda che è grazie al concetto di “curvatura dello spazio” che “possiamo capire come sia possibile che lo spazio non abbia un confine pur restando rigorosamente finito. Se questo vi pare impossibile, mettetevi nei panni di un Magellano o di un Phileas Fogg intenti a fare più volte il giro del mondo. Per quanti giri facciate, non incontrerete mai alcun limite. Mai un muro o un bordo a sbarrarvi il cammino. Ciò nonostante, la superficie della Terra è finita. Ciò è possibile perché la Terra non è piatta ma curva“. Analogo il discorso per l’universo 6.
Pur essendo finito, l’universo è smisuratamente grande, e l’uomo è un puntino microscopico. Ma quella dell’universo è una grandezza spaziale, quantitativa, non qualitativa. Copernico, Keplero, Galilei, Pascal, ecc. ritenevano che la dignità dell’uomo non stesse nello spazio che occupa, ma nella sua capacità di pensare e di amare.  

Titolo originale: Lo spazio dell’universo Fonte: Il Timone, dicembre 2017 (n° 168) Pubblicato su BastaBugie n. 555

Notes:

  1. R. Clark, Einstein, Rizzoli 1976, pp. 230-234
  2. M. Stenico, Dall’archè al Big Bang. Georges Edouard Lemaître e la grande narrazione cosmica, Quaderni di archivio Trentino 2017, p. 67
  3. La scienza e l’dea di ragione, Mimesis 2011, p. 464
  4. A. Del Prete, La Rivoluzione scientifica: modelli di conoscenza, Treccani 2002
  5. G. F. Bignami, I marziani siamo noi. Un filo rosso dal Big Bang alla vita, Mondadori 2012, p. 188
  6. T. X. Thuan, Lo scienziato e l’infinito, Dedalo 2014, p. 96

Jurij non lo disse mai

Jurij Gagarin

Jurij Alekseevic Gagarin (Klušino 1934 – Kirzac 1968) è  un “mito”. Il suo volo nello spazio, il primo della storia,  durò solo 1′ e 48″.  Un breve lasso di tempo in cui la capsula Vostok 1, alla velocità di più di 27 000 Km/h gli fece compiere un’orbita ellittica intorno alla terra, fino all’altezza massima di 302 Km.  Con quelle due ore scarse  iniziò l’avventura dell’uomo nello spazio e l’astronautica ebbe il suo battesimo. In piena guerra fredda il mito andava sfruttato e la propaganda sovietica si mise al lavoro. Così venne attribuita al cosmonauta la celebre frase: “Non vedo nessun Dio quassù“. Veniva così celebrata la vittoria della scienza e della tecnica contro l’Occidente e di ogni forma di religione. Ma Gagarin non disse mai quelle parole, come confermano le registrazioni. L’astronauta era infatti credente,  festeggiava regolarmente Natale e Pasqua, battezzava i figli e si battè per restaurare la Cattedrale di Cristo Salvatore, come hanno testimoniato suoi amici, un colonnello dell’Accademia Aereonautica Militare,  Valentin Vasil’evich Petrov ed un’altro astronautaAleksej Archipovic Leonov. In realtà quelle circa l’assenza di Dio nello spazio erano parole simili a quelle pronunciate da Nikita Krusciov, capo del PCUS,  durante lo svolgimento del Politburo in cui  si discusse su come utilizzare il successo di Gagarin a fini antireligiosi. E quella frase andò in pasto ai giornali di tutto il mondo messa in bocca proprio al “mito”, per annunciare la “buona novella”: la scienza ha accertato che Dio non esiste.

«Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» Mc, 7, 14-15

L’oppio di Marx

Uno degli sloagan più conosciuti e, ahimè osannati, è “La religione è l’oppio dei popoli“.

La frase è del filosofo tedesco Karl Marx (1818-1883) e sostiene in pratica che la situazione sociale disagiata ha portato la gente ad “inventarsi” una serie di credenze per provare sollievo, per sopportare il sopruso, l’alienazione, la fatica.

Tralasciando in questa sede le “magnifiche sorti e progressive” che la sua ideologia regalerà al mondo, di primo acchito, di fronte a cotanta apodittica affermazione, si può rimanere attoniti. Avete sentito dire: “La grande muraglia cinese si vede dalla luna”! E’ una cosa simile. Ragionando solo sulla lunghezza della muraglia, la cosa non appare poi così irragionevole. Ma se si considera la larghezza della costruzione le cose cambiano.. Tornando al nostro discorso, cosa si cela veramente dietro alla frase di Marx?

Innanzitutto la fede in qualcos’altro. Sissignori, è il modus tollens, un procedimento logico efficacissimo se le credenze su cui ci si basa sono vere: se si dubita di P è perchè si crede fermamente in x, y e z che sono per loro natura incompatibili con P. Nel nostro caso, se si dubita della coerenza della fede cristiana(P) –a questo si riferiva il nostro filosofo ateo– è perchè si crede nell’infinità dell’universo (x), nel materialismo assoluto (y) e nella completezza della scienza (z). Marx inoltre credeva che x, y e z , allora come ora tutt’altro che dimostrate, fossero incompatibili con la coerenza della fede cristiana. Egli, come tutti noi, “credeva” in qualcosa. Persino gli scienziati, come diceva Michael Polany, devono credere per capire, proprio come Agostino di Ippona: credo ut intelligam è infatti necessario al processo cognitivo.

Il problema è cosa credere e, dal suo punto di vista il buon Karl, immerso nell’ambiente culturale ottocentesco, percepiva vividi i fasti dello scientismo illuminista, la tecnologia che stava cambiando il mondo, ma anche il capitalismo selvaggio ed alienante. Aveva insomma delle attenuanti dovute a ciò che il suo tempo gli poneva dinanzi. Le credenze a quel punto gli apparvero come legacci non solo del progresso, ma della libertà stessa dell’uomo. Sapeva forse della meccanica quantistica? Sapeva forse del dualismo onda particella, dei teoremi di Gödel, del Big Bang? Tutti questi “fatti” scientifici si concretizzarono solo negli anni ’30 del secolo successivo nella “crisi della scienza”, crisi tutt’ora perdurante, nonostante la dilagante propaganda scientista.

Quindi, l’errore del nostro filosofo fu di scommettere la sua “fede” su un mucchietto di vane illusioni umane. Probabilmente avrebbe cercato altri modi per aiutare le masse di oppressi, se solo fosse nato un secolo dopo. La sua affermazione (La religione è…) è quindi legata al suo tempo, secolarizzata, una “verità ad orologeria” e come tale con respiro irrimediabilmente corto rispetto a quelle della cristianità: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno“.