La sinossi

 

La colonizzazione fenicia prima, e quella greca poi, rappresentarono fenomeni di immani dimensioni e di incalcolabili conseguenze, forse le più rilevanti della storia dell’Occidente. I due eventi nel loro insieme, diedero vita ad un’epopea che di fatto unificò l’intero bacino mediterraneo e dalla quale scaturirono le fondamenta di quello che oggi definiamo “pensiero occidentale”. Le guerre greco-puniche furono l’esito naturale di questa corsa alla nuova frontiera. La storia di queste guerre, le guerre più lunghe dell’antichità, è appunto l’argomento del libro. Si è seguita la storia delle due civiltà a partire dalle loro origini. I Greci erano un ceppo indoeuropeo sceso sulle tiepide coste egee a cercare una vita più agiata. I Fenici invece si collocarono in riva al mare presso la terra di Canaan, stanchi dei torridi territori dei Sinai, alla ricerca di nuovi mercati. I due popoli, o meglio i loro antenati, agli antipodi per origini e visione di vita, finirono per influenzarsi a vicenda quando vennero in contatto, alla fine del “medioevo ellenico”. Così i Fenici insegnarono ai Greci a scrivere e questi trasmisero ai Semiti le tecniche di navigazione d’altura.Stranezze della storia che porteranno gli Elleni ad essere i più grandi scrittori dell’antichità ed i Fenici i marinai più famosi di ogni tempo. Divenuti quelli che conosciamo per reciproco influsso, si lanciarono quindi alla conquista del Mediterraneo occidentale. In pochi secoli le coste non colonizzate del Mediterraneo occidentale si esaurirono e gli avamposti delle due civiltà finirono per essere confinanti. Ma i Greci non erano per nulla intenzionati a fermarsi e, guidati dall’oracolo di Delfi, presero a contendere palmo a palmo i litorali ai Fenici. Questi sembrarono inizialmente non poter reggere la pressione colonizzatrice ellenica, pressione che presto si concretizzò nella creazione di metropoli costiere di prima grandezza nella penisola italiana ed in Sicilia. Ma poi una delle più fiorenti colonie mercantili di Tiro, Cartagine, cambiò pelle per trasformarsi in una vera e propria superpotenza militare e ciò successe quando la sua madre patria perse la libertà per mano dei Persiani. I Punici avevano ormai carta bianca anche in politica estera ed i loro eserciti e la loro possente flotta non solo sottomisero le altre colonie Fenicie ma rappresentarono un argine efficace all’espansionismo ellenico. Era l’inizio del VI secolo a.C. quando dalle scaramucce si passò ai fatti. I primi scontri avvennero sulle onde del Golfo del Leone e sulle sabbie del Sahara: in gioco c’era la ridefinizione delle rispettive aree di influenza. I Greci di Focea riuscirono a fondare Marsiglia e altre colonie fino alle coste iberiche ma quelli di Cirene non riuscirono ad andare oltre alla Grande Sirte. I Cartaginesi, rinsaldato il controllo sull’Occidente siciliano e sulle Baleari, riuscirono ad evitare che i Greci dilagassero in Corsica e Sardegna. Sulla linea ideale che passava da queste isole i Punici inchiodarono il nemico che fu costretto ad un tentativo di sfondamento proprio là dove Cartagine era più vicina ed influente. In Sicilia quindi prese il via la fase più lunga e logorante delle guerre.

Il Mediterraneo alla fine del VII secolo a.C. con le direttrici della ultima fase colonizzatrice greca(in azzurro, come le are di influenza greca). In rosso le aree fenicio-puniche; in bianco l’asse rodano-cirenaico, l’asse della opposizione punica. In verde l’area etrusca ed in giallo quella romana.

Non conviene in questa sede ricordare la pletora di campagne militari, battaglie di terra e di mare, di spedizioni punitive, di assedi e deportazioni che si successero quasi senza soluzione di continuità nell’arco temporale di due secoli e mezzo. Un elenco necessariamente arido di nomi, fatti e date che,adeguatamente diluito nel libro, potrebbe risultare indigesto in queste poche righe. Più importante è invece sottolineare quali furono le conseguenze più evidenti di questi interminabili scontri senza un chiaro vincitore. In primis finì il periodo d’oro della grecità isolana, ricchissima di pensatori ed artisti nel primo periodo classico. Infatti, allo splendore della ormai metropoli Siracusa, fece da contraltare la devastazione totale delle altre città siciliote ed anzi, proprio la loro distruzione per mano punica accrebbe la potenza siracusana. L’instabilità e la paura della guerra facilitarono la nascita della tirannia, frequente nell’isola come in nessuna altra parte della grecità. Despoti come Agatocle e Dionisio il Vecchio, furono considerati dagli antichi paradigmi del potere assoluto. Il secondo in particolare, capace di una tirannide durata decenni, estese il potere di Siracusa a quasi tutta la Sicilia, all’Italia meridionale ed alle coste adriatiche fino alla foce del Po, configurando per la prima volta in Occidente un abbozzo di potere imperiale attivo su territori ed etnie diverse. Grazie a queste guerre le tattiche belliche e in particolare quelle di assedio, furono implementate e raffinate grazie all’utilizzo di un’artiglieria leggera e pesante, per la prima volta presenti sui campi di battaglia occidentali. Si ebbe poi l’impulso alla costruzione di navi e fortificazioni sempre più grandi come le esaremi siracusane e le muraglie di Cartagine, Siracusa e Selinunte. Ma l’enorme sforzo militare profuso dalle due superpotenze del Mediterraneo occidentale rappresentò il presupposto a quella che è la conseguenza più importante delle guerre: Cartagine e Siracusa, allora le più poderose città del Mediterraneo, non poterono sfruttare la loro supremazia per ampliare il loro impero ma rimasero fatalmente invischiate nel logorante conflitto. Tale logorio concesse a Roma il tempo necessario a raggiungere una potenza sufficiente ad imporsi in Occidente. E fu proprio la città della lupa a interrompere lo scontro centenario tra Punici e Siracusani, nel momento in cui decise di varcare lo Stretto, nel 265 a.C. I Romani avanzarono in Sicilia con una facilità figlia delle infinite devastazioni subite dall’isola e la Storia prese velocemente un altro corso. I Greci rimpiansero la morte prematura di Alessandro accettando la sottomissione all’invasore ed ai Cartaginesi non rimase che tentare di rimandare l’ineludibile fato. Quindi guerre lunghissime, le più lunghe che la storia antica ricordi, con risvolti sociali, tecnologici e politici di grande rilievo. Guerre non adeguatamente conosciute e studiate, almeno a livello scolastico. Guerre senza un nome definito, fino ad oggi, nonostante ci si sia impegnati per la divulgazione di quello utilizzato per quest’opera. Lo stile utilizzato nel libro risente del fatto che chi scrive non è un addetto ai lavori e delle scelte che ha dovuto fare di conseguenza. Poco opportuno infatti con questi presupposti l’utilizzo di una forma accademica. La decisione di usare un linguaggio ed un periodare più discorsivo, a tratti giornalistico, in ogni caso non serioso, rende più scorrevole l’enorme congerie di avvenimenti e l’opera dovrebbe risultare non troppo indigesta al lettore medio. Ma tale atteggiamento formale non induca a pensare che il libro sia stato redatto con leggerezza: il suo inizio risale infatti alla fine del 2005. In questo tempo si è svolta una ricerca certosina della critica storica e delle fonti, analizzate talora anche in lingua madre. L’argomento è stato sviscerato sotto diversi punti di vista (tecnologico, politico, militare, tattico, demografico, filosofico ed artistico) e la trattazione è stata corredata da numerose note, immancabili puntelli alle deduzioni dell’autore. Nonostante la vastità del periodo in esame, chi scrive si è quindi impegnato a seguire per la sua redazione criteri di precisione e completezza propri della professione che svolge, attrezzandosi per quanto possibile con le nozioni necessarie allo scopo.

Aldo Ferruggia

 

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