SIMBOLO II

Simbolismo a  gradini

Ed eccoci al “secondo tempo” della partita sul simbolismo, quella giocata tra “saltisti” e “gradualisti” per spiegare come siamo diventati uomini. Ci occuperemo in questo articolo proprio dei secondi,  “quelli dei gradini”, i supporters del gradualismo darwiniano, gli sfegatati della selezione naturale. Il loro credo? ” per pensare simbolicamente come i sapiens è necessario un cervello da sapiens “, insomma, tanta roba! Al vertice di questo manipolo agguerrito sono stati posti dalla dottoressa Adornetti gli studiosi riduzionisti Henshilwood e Dubreuil.

I bambini no..

Christopher Henshilwood

Essi propongono un modello per la genesi del simbolismo che ricalca il meccanismo con cui i bambini immaginerebbero che ci sono modi di vedere le cose diversi dai propri: grazie allo sviluppo di alcune aree del cervello, a partire dai 4-5 anni il  diventano in grado di capire che se strappa la Barbie della bambina con cui gioca, essa si sente privata di qualcosa a cui teneva e quindi strilla.  Il bimbo si immedesima (cambia prospettiva) e restituisce il giocattolo. Per questi autori nascerebbe così non solo la morale (!) ma anche simboli. Ma qualcosa non torna. Il bimbo fa qualcosa che la sua specie sa già fare, uscire dai binari del proprio pensiero per assumere il punto di vista altrui. Ma la capacità di cui parliamo è insorta con “un evento unico”(I. Tattersall,  Conferenza di Udine, novembre 2016) in individui discendenti da genitori privi di tale capacità. Spiegare il fenomeno con il comportamento degli umani moderni appare fuori luogo e proprio il linguaggio e la cultura impartita dagli educatori potrebbero essere alla base della “maturazione” neurologica nei bambini. Ma chi ha fatto maturare i nostri antenati? E Tattersall raggiunge il pareggio. Petardi sul campo di gioco.

Simboli, simbolini, simbolucci..

Ma pur volendo sorvolare su queste “tare”, è anche l’argomento della “matrioska” a non convincere. Anche ammettendo che in altre specie prima del sapiens fossero presenti accenni di simbolicità, andando a ritroso del tempo, dovremmo prima o poi trovare il fenomeno on-off iniziale invocato dai “saltisti”. Sebbene Adornetti ci rassicuri che questo ” non equivale semplicemente a spostare indietro il problema senza spiegare la questione dell’origine della simbolicità” pare che proprio a questo porti il suo ragionamento.  Giustificarsi con la tesi che si tratta di “pensare al complesso a partire dal semplice” sembra la classica foglia di fico: si suggerisce di immaginare matrioske e matrioskine via via più piccole (capacità simboliche via via meno evolute con un corrispettivo neuronale via via più elementare) prima nelle scimmie, poi nei mammiferi, poi nei rettili senza mai fermarsi indietro nella filogenesi? Dovremmo bercela? Come Tattersall stesso sottolinea, nonostante decenni di sforzi di trovare una controparte neurobiologica, il fenomeno “resiste ostinatamente ad ogni spiegazione riduzionistica” (I. Tattersall,  Conferenza di Udine, novembre 2016) quindi ” in realtà non sappiamo dove e come emerga la coscienza.” (Un algoritmo per.. Le Scienze, 21/dic/2018)  e questo è uno dei pochi “fatti” di questa vicenda. Significa, per i duri di comprendonio,  che non abbiamo la più pallida idea a quale mucchietto di cellule corrisponda l’autocoscienza, mamma del simbolismo, di più, “le neuroscienze non hanno gli strumenti per rispondere(Le scienze, 21/dic/2018), figuriamoci se possiamo cercarlo nell’intera  filogenesi! Due a uno per i “saltisti” e fischio finale.

Tattersall vince la partita ma sarà difficile per lui vincere il campionato: la sua teoria, più in linea con l’evidenza di un abisso tra uomo ed animali, è in ogni caso monca, incapace di spiegare veramente il fenomeno. E potrebbe non averne mai i mezzi: il problema è filosofico e non scientifico. Ricordate che diceva d’Arcais? Che grazie al metodo scientifico sappiamo tutto e cioè che la materia viene dal Big Bang (l’essere dal non essere), la vita dalla materia (il vivo dal non vivo), l’uomo dagli animali (la coscienza dall’incoscienza). Ma questi sono non sensi, supercazzole, vani tentativi di colmare con strumenti scientifici inadeguati infinite voragini filosofiche. In particolare, circa al nostro problema, “Noi crediamo che il problema della comparsa della coscienza sia lo scheletro nell’armadio dell’ evoluzionismo ortodosso” scrisse il Nobel per la medicina Sir John Carew Eccles, quello che la neurofisiologia praticamente l’ha inventata.

Soluzione speciosa?

Se è il simbolo a definire l’umano “moderno”,  ritrovarlo sempre più indietro nel tempo in quasi tutte le specie del genus,  abbandonando i preconcetti, suggerisce che esse non siano altro che sotto-popolazioni di un’unica specie vecchia di alcuni milioni di anni: tutti condividevano la capacità simbolizzante, pur con diversi gradi di espressività legati al differente livello culturale. Chi o cosa potrebbe dire il contrario?

Il DNA? E chi decide quali geni considerare per assegnare ad una o ad un’altra specie una sotto-popolazione? Utilizzeremo forse la forma del corpo e della scatola cranica, che abbiamo imparato a considerare relative con le nuove scoperte? Sappiamo addirittura che sapiens, neanderthal e denisova (di questi soli abbiamo i DNA) si sono incrociati più volte nel corso della loro storia, come quindi non considerarli la stessa specie? Seppellivano i morti, costruivano strumenti musicali ed erano dotati si capacità simboliche, seppur rudimentali! E lo stesso discorso potrebbe valere, per ora in assenza di prove, (è problematico trovare  resti di attività simboliche non rovinate dal tempo) anche per le specie più antiche come erectus, antecessor, georgicus, heidelbergensis e così via.  Non sarebbero “moderni”perchè avevano le arcate orbitali sporgenti? Come si comporterebbe, si chiede la paleo-antropologa Susan Anton, «un ricercatore che, tra un milione di anni, guardasse i pochi resti fossili di un pigmeo africano e di un giocatore dell’NBA»? (National Geographic News, 25/3/2002) Li ascriverebbe a specie diverse? Persino il dio della biologia, Charles Darwin, aveva un’idea “elastica” della specie: «[…] io considero il termine specie come una definizione arbitraria che, per motivi di convenienza, serve a designare un gruppo di individui strettamente simili tra di loro». (L’origine delle specie, 1859, cap.2) L’intero genere Homo potrebbe essere un’unica specie e, prima di esso, la voragine, quindi gli animali.

In paleoantropologia, nonostante gli annunci trionfalistici, siamo ancora al palo come bene ebbe a dire una studiosa di Oxford: “Quattro dei maggiori misteri riguardo agli esseri umani sono: 1) perchè camminano su due gambe? 2) perchè hanno perso la pelliccia? 3) perchè hanno sviluppato cervelli così grandi? 4) perchè hanno imparato a parlare? Le risposte ortodosse a queste domande sono: 1) “Non lo sappiamo ancora”; 2) “Non lo sappiamo ancora”; 3) “Non lo sappiamo ancora”; 4) “Non lo sappiamo ancora”.  L’elenco delle domande potrebbe essere notevolmente più lungo senza influenzare la monotonia delle risposte.” ( Elaine Morgan, The Scars of Evolution, Oxford University Press,1994)

Il monolito di Kubric

Il mistero permane grosso, più grosso della vacca nel corridoio di Bersani.  E grosso era anche il monolito extraterrestre che Stanley Kubric usò nel film 2001 Odissea nello spazio, proprio per saltare il baratro che ci divide dalle scimmie. Si potrebbe pensare a spiegazioni meno fantascientifiche ma contro questa legittima tentazione teologica partirebbe immediatamente il lancio di pietre dei black bloc  scientisti.  Di bernoccoli ne abbiamo già troppi ma, in ogni caso, e per quanto detto, ad ogni genialoide voglioso di strombazzare ai quattro venti che lui ed i sui amici sanno tutto, si consiglia l’adozione di una più ragionevole e socratica prudenza.