Nel trituratore

«È tardi. Arriva la mia ultima paziente. Dai suoi esami emergono cattive notizie. Il tumore è cresciuto. So come comportarmi in questi casi. […] io non provo niente. Non piango, non sono triste. Spiego con calma quali dovranno essere i passaggi successivi, sperando disperatamente che lei non colga il vuoto che c’è dietro le mie parole». E’ la confessione di un’oncologa irlandese che scrive al The Guardian.

“The doctor”, Luke Fildes

Lo scopo è denunciare un disagio cronico legato al funzionamento di sistemi sanitari che, in nome della ottimizzazione dei servizi e l’appropriatezza prescrittiva, trasformano medico e paziente in vittime.  “ Il tempo da dedicare a pazienti con bisogni complessi è minimo. E se lo dilatiamo risultiamo inefficienti. Se proviamo a riorganizzare gli appuntamenti il management ci chiede perché sprechiamo così tanto tempo. L’umanità è rimossa, negata ai pazienti e prosciugata nei medici». Si chiama burnout e tale atteggiamento è associato ad una maggiore probabilità di commettere errori da parte medica e da una acuita insoddisfazione da parte del paziente.

Anche i medici, oltre ai pazienti, sono trattati come numeri – continua […], ci si aspetta che lavorino oltre le loro possibilità“. Ci si aspetta che invece di pensare esclusivamente ai bisogni di salute , ottemperino a obblighi burocratici infiniti, tengano conto di cavilli legislativi in continua ed incalzante evoluzione. E se le cose non girano per il verso giusto chi gestisce il sistema sentenzia che ” Non è ammissibile che quel carico di lavoro non sia gestibile“.  E’ venuto il momento che la popolazione dei paesi occidentali prenda coscienza di quale strada hanno imboccato i sistemi sanitari che sostiene con i propri contributi. Il sistema deve prevedere i tempi per l'”umanità”. Così non va bene.

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