Il cavallo ed il cervo

“Cervus equum pugna melior communibus herbis pellebat, donec minor in certamine longo imploravit opes hominis frenumque recepit; sed postquam victor violens discessit ab hoste, non equitem dorso, non frenum depulit ore.”

 Un cervo, dopo aver vinto in battaglia un cavallo, lo teneva lontano dal pascolo comune, finché il perdente in quella lunga contesa implorò l’aiuto dell’uomo e ne accettò il morso; ma dopo che riuscì a venirsene via dal nemico, superbo vincitore, non poté più rimuovere  dal dorso il cavaliere, né dalla bocca il morso.

Il latino Ovidio scrisse così di una delle favole antiche più conosciute. Ma non fu Ovidio ad inventarla. Si rifaceva ad uno scrittore più antico. Se ora scrivo che l’inventore è Stesicoro di Imera il lettore potrà tirare un sospiro di sollievo nel constatare che chi scrive non ha perso il filo delle Guerre Greco Puniche. Torniamo allora fiduciosi a Stesicoro.

In effetti la Suda lo chiama così perché è stato un big della lirica corale, ed il nome ????y????? significa appunto gestore del coro, appellativo azzeccato per uno che fu definito anche “Omero lirico”. Nato intorno alla fine del VII secolo a.C., Tisia, così si chiamava, visse la sua gioventù ad Imera, città che continuò ad amare anche dopo essersi trasferito ad Agrigento. Come faccio a dirlo? Successe che, e divenuto qui famoso, prese a non sopportare la politica di Falaride, personaggio che si era impossessato del potere a soli pochi anni dalla fondazione. Agrigento cresceva in maniera impetuosa ed il suo tiranno guidò l’onda del suo sviluppo prendendo il controllo della parte centrale della costa sud della Sicilia. Non contento di questo risultato, si rivolse all’entroterra. Ma ciò che proprio a Stesicoro non andava giù era il fatto che Falaride si fosse messo in testa di impadronirsi del potere anche ad Imera. E sì, perché l’idea era quella di aprirsi un accesso al Tirreno, cosa che avrebbe reso Agrigento potentissima. L’occasione la fornirono gli stessi Imeresi che gli chiesero aiuto perché in difficoltà coi barbari della zona o con la filo-punica Selinunte.

Ed ecco il poeta Stesicoro a mettersi ad arringare di Imeresi con la favoletta. Il cavallo è naturalmente Imera, il cervo è un nemico non troppo definito, come abbiamo detto, e l’uomo è Falaride. Quando la voce delle sparate di Stesicoro arrivò alle orecchie del tiranno, l’esilio del poeta fu cosa fatta. Anche quando ambedue, Stesicoro e Falaride, passarono a miglior vita, la politica aggressiva di Agrigento nei confronti di Imera continuò ma la favola rimase così impressa nella memoria degli Imeresi, che solo con un atto di forza il nuovo tiranno agrigentino, Terone, riuscì a prendere il potere in città. Ma a quel punto intervenne Cartagine e, subito dopo, Siracusa. E fu guerra!

Rispettive aree d’influenza delle due città greche

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