Homo #1

DEFINIZIONI

Iniziamo con questo contributo un approfondimento sulla storia dell’Homo sapiens dal punto di vista della sua evoluzione biologica, mettendone in luce dubbi e certezze con cui si confrontano i paleoantropologi, sicuri che la sua comprensione possa fornire al lettore qualche interessante spunto di riflessione.

Chi siamo?

E’ bene partire la nostra trattazione da cosa noi intendiamo per “uomo”. Non ditemi che è ovvio in quanto non lo è affatto. Certo, lo sappiamo, chi scrive e chi legge ha un’idea abbastanza precisa di cosa sia un “sapiens” ma da un punto di vista tassonomico (cioè nella classificazione del mondo animale) cosa ci rende specie a sé? Postura eretta, deambulazione bipede, pollice opponibile, visione binoculare, sviluppo encefalico(volume intracranico), costruzione ed uso di utensili sono le caratteristiche più importanti. Nonostante pensiero, creatività e ragionamento siano sviluppati come i nessun altro animale,  l’uomo possiede una qualità specifica che non è presente in nessun altro essere vivente, una qualità che lo rende eccezionale, per quel che ne sappiamo, nell’universo: l’autocoscienza. Non è il caso in questa trattazione di perdersi nei problemi scientifici e filosofici di tale qualità. Basterà però tenere presente che proprio la caratteristica fa del bipede in questione un “fuori quota”, un essere unico, dovrebbe a rigore definirne la specificità. E’ chiaro quindi che la biologia, in quanto branca specialistica scientifica, è da sola incapace di esaurire il campo conoscitivo riguardo all’uomo, essere per la cui comprensione olistica sono necessari anche altri strumenti conoscitivi come l’arte, la filosofia, la teologia.

La specie

Già, la specificità, che in biologia coincide col concetto di specie. Per poter dire cosa è Homo e cosa non lo è, dobbiamo anche definire il concetto di specie, declinandolo quanto più precisamente possibile con il soggetto in esame. Darwin scrisse « […] io considero il termine specie come una definizione arbitraria che, per motivi di convenienza, serve a designare un gruppo di individui strettamente simili tra di loro, per cui la specie non differisce granché dalla varietà, intendendosi con questo
termine le forme meno distinte e più fluttuanti. Inoltre, anche il termine di varietà viene applicato arbitrariamenteper pura praticità nei confronti delle semplici variazioni individuali. ». Il vocabolario online Treccani la definisce”un complesso di organismi tra loro interfecondi [cioè in grado di riprodursi fra loro] e in grado di dare origine a prole feconda[ in grado di riprodursi a sua volta].

Doppia elica del DNA–fonte wikipedia

Tale concetto è stato recentemente messo indiscussione tramite tecniche di sequenziamento genetico: l’idea è che due specie simili possano sì “ibridarsi”ma il frutto della loro unione presenti corredi genetici tali da ridurne la capacità riproduttive  e/o la salute complessiva. Insomma, si avrebbe uno svantaggio evolutivo che sarebbe preludio al concetto di “specie filogenetica”: solo quegli individui interfecondi con una prole “più sana” apparterrebbero alla stessa specie. La verifica di tale concetto in paleoantropologia è applicabile solo ad individui relativamente recenti(ad es. H. sapiens, H. Neanerthalensis), in quanto ci possono fornire DNA sequenziabile.

Al di là di queste scivolose definizioni,  “Gli organismi di una stessa specie condividono un patrimonio genetico che si considera sostanzialmente chiuso rispetto a quello di altre specie.” Una specie quindi è un insieme[stabile, nda] di individui con DNA molto simile, caratteristiche fenotipiche abbastanza simili e che in natura si riproduce normalmente. E’ bene sottolineare tale ultimo avverbio in quanto talora alcune specie, come l’orso polare ed il grizzly, possono potenzialmente generare prole feconda incrociandosi(magari in cattività), ma le due popolazioni tendono in natura a non mischiarsi mai e per tale motivo sono considerate specie separate.

E’ vedente che  l’idea e la definizione di specie non sono precisamente definite e questo spesso porta ad una confusione di fondo. Dovremo quindi stare molto attenti.

Per convenzione, in tassonomia, la  nomenclatura di una specie è composta da due termini: il primo( in maiuscolo) è il nome del genere, il secondo (in minuscolo) è il nome della specie vera e propria; es. : Homo Sapiens, l’uomo, Panthera leo, il leone, Panthera tigris, la tigre. Per comodità spesso si omette il nome del genere e si lascia per esteso solo quello della specie: P. leo, P. tigris, H. sapiens.

L’albero evolutivo

Sotto viene mostrato uno dei più semplici  schemi evolutivi ipotetici dell’Homo sapiens. Tale sequenza la si può ritrovare variamente modificata nella maggior parte dei testi, anche scolastici e su essa ragioneremo nelle prossime “puntate”.

Albero evolutivo umano secondo Friedemann Schrenk

A questo punto però è bene fare una precisazione. La favola metropolitana che circola è che, secondo la teoria darwiniana, l’uomo derivi  dalla scimmia. Ebbene, l’opinione accettata dalla comunità dei paleoantropologi è che “una parentela diretta, per discendenza, con le scimmie antropomorfe, non viene sostenuta da nessuno. Viene ammesso un ceppo comune per le antropomorfe e gli ominidi, tra i quali si svilupperà la linea umana.( F. Facchini, ”Evoluzione: cinque questioni” , Jaka Book, 2012). Si ritiene che la separazione delle linee evolutive tra uomini e scimmie sia avvenuta tra 5 e 10 milioni di anni fa(Lewin 1987). Tutti i discendenti di questo comune antenato che hanno portato all’uomo vengono definiti “ominidi” ed appartengono alla famiglia degli Hominidae(qualche scienziato ci fa rientrare anche le grandi scimmie). Gli ominidi appartengono alla superfamiglia a cui appartengono tutte le scimmie, quella degli Hominoidea(ominoidi). Assodato quindi che l’uomo non discende dalla scimmia ma da un ipotetico antenato comune, possiamo addentrarci con le idee più chiare nella sua più remota storia.