Hawking, grazie ma non troppo

Stephen Hawking

Un recente articolo della rivista digitale Coelum ci fornisce l’occasione di riconsiderare il “fenomeno Hawking”, il più famoso cosmologo dei nostri tempi, deceduto il mese scorso. L’articolo intitolato”Addio Stephen Hawking, grazie di tutto!” se da un lato ci restituisce una figura umana di tutto rispetto, simpatica e coraggiosa, dall’altro mette in evidenza uno scienziato sui generis, di una specie che certo va per la maggiore oggi ma che certo alla scienza non rende un grande servizio.

Chiariamo subito che, chi come me segue da decenni l’astronomia e la cosmologia non può che essere grato allo scienziato inglese per aver portato all’attenzione del grande pubblico la cultura astronomica. Hawking era riuscito negli anni ’70 ad ottenere la cattedra lucasiana a Cambridge, grazie ai suoi studi sulla singolarità del Big Bang (considerato un buco nero alla rovescia), teoria allora non ancora da tutti accettata e che Hawking, assieme a Roger Penrose, contribuirà a far considerare come il “modello standard”: mostrammo che qualsiasi modello ragionevole di universo doveva iniziare con una singolarità. Ciò significava che la scienza poteva predire che l’universo doveva aver avuto un inizio, ma che non poteva predire come l’universo doveva cominciare, poiché tale compito era competenza di Dio.

Una conclusione perfetta: lo scienziato, con una teoria confermata da dati sperimentali, accerta come avviene un dato fenomeno, lasciando alla filosofia od alla religione le risposte ultime. Due piani diversi, due ambiti di reciproco rispetto.

Da quel punto in poi Hawking intraprense un’inesorabile deriva verso posizioni “scientiste“. Dall’articolo di Coelum si evince chiaramente una notevole disinvoltura nel pubblicare nuove teorie, spesso in contraddizione con quelle precedenti, su argomenti ostici come le singolarità e l’origine dell’universo. Tunnelizzazioni, immagini olografiche quantistiche, tempi immaginari sono solo alcuni dei conigli tirati fuori dal cilindro dell’inglese. Certo, Hawking puntò a stupire sia l’opinione pubblica che l’establisment della cosmologia. E ci riescì con la sua genialità e con la sua scienza-spettacolo fatta di pubbliche scommesse, quasi tutte perse, e di annunci ad effetto: la sua notorietà divenne globale.

Ma la metamorfosi si completa oggi con il chiarimento di quella che sarà una stella polare del suo operato: il Nostro si cimenta con l’origine dell’universo con lo specifico scopo di non “arrendersi alla necessità di un creatore“. Nell’articolo non viene spiegato che lo fa con la teoria di un universo racchiuso nei suoi stessi confini spazio temporali, creatosi ad opera delle stesse leggi della fisica che lo regolano, oppure “immaginando un tempo immaginario“. Scienza o aria fritta? Non è importante. Come premesso, il solo scopo è solo quello di “immaginare” un universo atheist fiendly” e, come lo stesso Hawking aggiunge non ha senso chiedersi se corrisponde alla realtà“. Reali invece sono i quattrini che il buon Stephen rastrella per il mondo con le sue mirabolanti pubblicazioni.

Nelll’ultimo e recentissimo studio prodotto assieme a Thomas Hertog, uscito nei primi mesi del 2018 senza alcuna peer review, il vaglio preliminare degli esperti che certifichi un barlume di coerenza del lavoro, Hawking annuncia la sua teoria definitiva , il colpo di scena (che sa di vecchio) di un universo costituito da bolle di infiniti universi.

Bolle o balle? Nessuno lo sa, in quanto Hawking e Hertog “non suggeriscono nemmeno alcun modo di poter vedere le prove del multiverso, il che signifca che la loro teoria rimane, per il momento, non falsificabile“. Che significa? Che non è scienza nelk senso classico del termine. E cercare di sbarazzarsi di Dio con una “teoria giocattolo” è impossibile persino per uno come Hawking.

Lo scienziato in carrozzina andava dicendo candidamente che il suo obiettivo “è la completa comprensione dell’universo, perché è così com’è e perché” e questo la dice lunga sulla sua confusione. Di lui l’autrice dell’articolo scrive che “incarnava l’immagine che ho della scienza“, ma quando si perde il contatto con le realtà verificabili e si fraintende le effettive possibilità della ragione, la scienza con la S maiuscola cede allo scientismo ed a forme ibride di metafisica. Questo approccio conduce ad una scienza boccheggiante a causa di sofismi pseudo-scientifici. E in molti la pensano così. Ad esempio il fisico Lee Smoolin si chiede: “La fisica, allo stadio attuale, sembra aver drammaticamente perso la propria strada.[..] È usuale che passino tre decenni senza progressi importanti nella fisica fondamentale?”

Caro Stephen, hai consigliato alla gente della strada ed ai giovani scienziati: Ricordatevi sempre di guardare le stelle, non i piedi”. Buon consiglio, ma a patto che ricordi anche di mantenere i piedi ben piantati a terra.

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