Il “folle volo”

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica..

Dante e Virgilio incontrano la “fiamma”di Ulisse

Dante racconta il suo incontro con Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno. L’eroe greco viene descitto in maniera diversa da quanto fatto da Omero originariamente, ma le motivazioni e le differenze  qui non ci interessano. Ciò che ci interessa invece è capire chi si cela dietro il paravento di Ulisse, cioè a quale categoria di uomini Dante si riferiva mettendo il greco tra i dannati. In quel girone dell’inferno venivano puniti per l’eternità i fraudolenti e certo Ulisse poteva annoverarsi tra questi per lo stratagemma della presa di Troia. Ma ciò che il poeta toscano sottolinea di Ulisse è però la sua irrefrenabile voglia di esperienza, di conoscenza, di superamento del limite, a costo di sacrificare vita ed affetti:

né dolcezza di figlio, né la pieta 
del vecchio padre, né ’l debito amore 
lo qual dovea Penelopé far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore 
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, 
e de li vizi umani e del valore;  

Le motivazioni del viaggio sono buone: seguire la natura umana che si nutre di ciò che la differenzia dagli animali:

Considerate la vostra semenza: 
fatti non foste a viver come bruti, 
ma per seguir virtute e canoscenza.

Ma sono parole vuote: il viaggio diventa subito senza senso perchè la foga viene spesa solo nel ricercare nuove esperienze, con il superamento del limite, del tabù. E’ quindi la negazione stessa di una vita pienamente umana: il “folle volo” è tale in quanto ossessivamente votato al superamento del “limite”;  le virtù, ed in particolare prudenza e temperanza, non vengono tenute in considerazione.

d’i nostri sensi ch’è del rimanente, 
non vogliate negar l’esperienza, 
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Il non negarsi nulla, il non saper limitarsi,  produce una vita sbilanciata, tutta protesa al  provare tutto,  una trasgressione senza freni che genera un solo epilogo: l’essere inghiottiti dalla realtà che risponde ad altre regole:

Tre volte il fé girar con tutte l’acque; 
a la quarta levar la poppa in suso 
e la prora ire in giù, com’altrui piacque, 

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso

Ulisse sfugge a Polifemo

Ulisse è colui che infrange proprio quelle regole, che vive un’affannata “vita pericolosa” per dirla alla Vasco, e non se ne pente. Nonostante ci appaia proprio per questo simpatico,  l’eroe pecca d’orgoglio, di narcisistica ed irrefrenabile pulsione all’autosoddisfacimento: la sua curiosità pare voler ingoiare il cosmo intero e digerirne le leggi. Ulisse in definitiva,  non accetta la sua natura di uomo ponendosi al di fuori del paradigma, subendo per questo la punizione divina, la dannazione dell’anima.

Vivesse oggi il poeta toscano cel’avrebbe con chi, in ambito scientifico, pretende con i soli mezzi umani, di penetrare misteri che sfuggono alla ragione. Ma non solo: alzi la mano chi non si è riconosciuto almeno un po’ in Ulisse. Dante lo sapeva bene e , in fondo, ce l’aveva con tutti noi, noi che vogliamo sapere e provare senza limite (trasgredire) …tralasciando obbedienza e spiritualità. Uomo avvisato..

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