Dal certo all’assurdo-III

Dalle bizzarrie della fisica quantistica sarebbe dovuta scaturire una sana riflessione sui fondamenti della scienza galileiana e invece la comunità dei fisici, ubriacata da suoi strabilianti risultati “tecnici”, ha continuato a considerarla l’unica fonte di conoscenza cacciandosi così nel peggiore dei vicoli ciechi.

Dall’irreale all’assurdo

P. Ball

Per averne un’idea basta fare un salto su Quanta Magazine e leggersi l’articolo più letto del 2018: L’autore, il fisico e divulgatore Philip Ball, mette in luce come il tentativo di “cura” della perdita del determinismo della meccanica quantistica sia peggio della malattia. Cerchiamo di capire. Quando facciamo una misurazione quantistica rileviamo solo un risultato tra i molti possibili e i fisici sono costretti a descrivere l’accaduto con il “collasso della funzione d’onda”. In soldoni, la probabilità diventa “fatto” quando noi la osserviamo. Per eliminare il fastidio di un osservatore che swmbra “decidere” la realtà, Hugh Everett III nel ’57 propose che tutti gli stati si verificano simultaneamente in altrettanti universi separati ma che l’osservatore, in quello in cui è confinato, ne può osservare solo uno: “Misuri il percorso di un elettrone e in questo mondo sembra andare di qua, ma in un altro mondo è andato di là“. E perché non lo vedi di là? Perché, osservando, hai separato le realtà rimanendo “isolato” in quella in cui è di qua: “Ogni transizione quantica che si svolge su ogni stella, in ogni galassia, in ogni angolo remoto dell’universo sta dividendo il nostro mondo locale sulla terra in una miriade di copie“. Forziamo l’immaginazione alla faccia del rasoio di Ockam: ” un intero universo parallelo attorno a quell’unico elettrone, identico sotto tutti gli aspetti tranne che per il destino dell’elettrone“.

Quella che appare la madre di tutte le supercazzole venne archiviata col marchio dell’assurdità fino al ’70, quando Bruce DeWitt la riesumò rilanciandola alle cronache col pomposo nome di “ipotesi dei molti mondi” (MWI). Essa prevede un un numero pressoché infinito di universi “sovrapposti nello stesso spazio fisico ma reciprocamente isolati e in continua evoluzione”. I paradossi quantistici avrebbero senso solo per chi osserva obbligatoriamente all’interno di uno di questi mondi mentre la completa determinazione degli eventi sarebbe conservata nel sistema nel suo complesso. Hai un problema con un fenomeno quantistico che non risponde sì/no? Basta ammetterli entrambi contemporaneamente et voilà, la funzione d’onda non c’è più, il determinismo è salvo a costo di creare ogni istante infiniti universi.

Notare che non si tratta dell’ipotesi del multiverso (infiniti universi con spazio/tempo disgiunti comunicanti attraverso le singolarità dei Big Bang e dei buchi neri), fantasticheria inventata per evitare di affrontare seriamente fine tuning ed abiogenesi. Pur condividendo con la frottola del multiverso l’impossibilità di verifica e falsificabilità, la MWT prevede invece universi generati da scissioni dello stesso spazio/tempo nato dal Big Bang. Quindi ciò di cui parliamo ricade a pieno titolo nella metafisica, ma vuoi mettere l’impatto sul cinema fantascientifico alla Interstellar! Un’ultima domanda può frullare nelle nostre modeste menti: come diavolo due universi possono separarsi ad ogni piè sospinto? I fisici rispondono con la “decoerenza”, un ulteriore “fatto” inverificabile tanto “nebuloso” da sconsigliare ogni tentativo di spiegazione ma ampiamente sufficiente affinché l’intellettuale “moderno” possa coltivare il suo ateismo “scientifico” sniffando la sua quotidiana dose col gusto del nulla. Tutto chiaro no?

Tutto esiste, quindi niente

Il baraccone MWI, lo ribadiamo, non ha né evidenze né possibilità di verifica e tutto questo ricorda maledettamente la gödeliana impossibilità di spiegare qualcosa all’interno del sistema in esame, in un regresso infinito di spiegazioni da spiegare. D’altronde non è stata la “fede” nella matematica portata ai suoi eccessi ad averci ficcato in questo pasticcio? La matematica è infinita..

I fisici ed i commentatori di Quanta Magazine, di fronte a tali meravigliosi sviluppi si dividono in tre fazioni. Ci sono quelli del «zitto e calcola» che, forse consci del capolinea a cui la fisica li ha condotti, ma spaventati dai rischi che comporta l’abbandonare la sicurezza del numero e la cattedra con la quale sbarcano il lunario, si accontentano dei risultati pratici, negando di fatto alla scienza ogni valore conoscitivo ultimo. Poi ci sono gli “Everettiani” che si ostinano a guardare il cosmo attraverso le lenti del caleidoscopio di numeri e forme regalatogli da nonno Galileo: questi dello scientismo metafisico snobbano il vecchio gingillo della verifica sperimentale e smanettano freneticamente alla ricerca infinite soluzioni a loro volta da risolvere, nel sonno della coscienza, a sua volta irrimediabilmente frammentata da una simile visione: “In molti di questi universi esistono repliche di te e me, tutt’altro che indistinguibili, ma che conducono altre vite“. E alla domanda del perché dell’innaturalezza della realtà rispondono puerilmente: «perché sì»: a tutto infatti possono rispondere, sfruttando le infinite possibilità messe a disposizione dal loro giocattolo, incuranti che «In fin dei conti, se dici che tutto è vero, non hai detto nulla.»

Infine c’è chi non vuol spendere la vita ad enumerare ipotesi indecidibili, indimostrabili ed infalsificabili. Ball ad esempio, ricorda a tutti che una «teoria scientifica (almeno, non posso pensare ad un’eccezione) è una formulazione per spiegare perché le cose nel mondo sono il modo in cui le percepiamo. […] Certo,[la MWI] afferma di spiegare perché sembra che “tu” stia qui osservando che lo spin dell’elettrone va su, invece che giù. Ma in realtà [..], sta dicendo che non ci sono né fatti né tu che li osservi.» E così l’indecidibilità della matematica ha finito col contagiare la fisica e con essa il nostro senso della realtà. Galileo non ne sarebbe contento, e noi?

Piuttosto che vaneggiare di fronte all’insondabilità ultima della natura gioverebbe invece ricordare una famosa discussione tra nobel sulla meccanica quantistica, durante la quale Einstein disse a Bohr: “È una teoria che ci dice molte cose, ma non ci fa penetrare più a fondo il segreto del Grande Vecchio. In ogni caso, sono convinto che questi non gioca a dadi col mondo” E Bohr non poté che ribattere: “Ma non tocca a noi dire a Dio come deve far andare il mondo.“[P. A. Schilpp, Discussione con Einstein.. in Albert Einstein scienziato e filosofo, 1958]