Dal certo all’assurdo-II

Abbiamo visto nella prima puntata come sia impossibile assolutizzare la matematica per colpa dell’indecidibilità dei suoi fondamenti introdotta da Gödel. Ma non tutto è perso: la realtà sembra essere davanti a noi chiara ed oggettiva e sappiamo dalle nostre scoperte che essa pare rispondere al principio della causa-effetto (determinismo); possiamo quindi ancora verificare (osservatore distinto dall’oggetto) che i risultati dei modelli matematici corrispondano a tali “fatti” (realismo). La fiducia in tale metodo fu il dogma di Albert Einsten, e lo è ancora per molti.

Dall’indecidibile all’irreale

W. K. Eisemberg

Ma ad infrangere il sogno positivistico arrivarono i “quanti”: la materia fu scomposta da Max Plank e colleghi in pezzettini irriducibili con un’astrusa natura duale: “Le particelle che costituiscono la materia hanno anche caratteristiche di onde elettromagnetiche“. 1 Si trattava solo di un nostro limite nel percepire o di una natura che si rivelava capricciosamente? Il dubbio divenne più inquietante quando Eisemberg decretò che nella meccanica quantistica “le leggi naturali non conducono a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere è piuttosto rimesso al gioco del caso“. 2 Si era scoperto infatti che se di un particella si conosce la velocità in un dato momento, non è possibile conoscerne contemporaneamente la posizione, e viceversa. Questo perché non solo l’osservatore influenza esso stesso il risultato dell’esperimento, ma anche perché il capriccio sembra essere un’attitudine fondamentale della materia. Bohr rincarò la dose ridimensionando le aspettative della scienza asserendo che «non esiste alcun mondo quantistico. Esiste solo una descrizione fisico-quantistica astratta. É sbagliato pensare che il compito dei fisici di scoprire come è la natura. La fisica tratta di ciò che possiamo dire intorno alla natura» 3

Se così fosse, preferirei fare il ciabattino, o magari il biscazziere, anziché il fisico4, rispose Einstein che non sopportava la perdita della causalità e che osservatore e realtà rimanessero reciprocamente invischiati, tanto da far apparire il cosmo dipendente dalla coscienza stessa: «Davvero sei convinto che la Luna esista solo se qualcuno la guarda?» 5. E così il buon Albert si mise a lavorare al paradosso EPR che avrebbe dovuto dimostrare che la teoria dei quanti, la cosiddetta meccanica quantistica, aveva delle falle, delle variabili che non conoscevamo: d’altronde era la mossa più logica per chi credeva in un universo “galileiano” fatto di realtà e causa-effetto, tutto traducibile in tanti bei numerini.

J. S. Bell

Ma nel ’62 arrivarono i teoremi di J. S. Bell a dimostrare che Nessuna teoria fisica a variabili locali nascoste può riprodurre le predizioni della meccanica quantisticae vent’anni dopo Alan Aspect pose fine definitivamente alla disputa sull’ EPR decretandolo falso: non solo la meccanica quantistica era completa ma sulla sua scia Antony Peggett dimostrò che si deve anche abbandonare la ingenua nozione di realismo che le particelle hanno certe proprietà [..] indipendenti da ogni osservazione“.

E scomparve la “realtà”. Infatti, che significato conoscitivo ha una scienza senza realtà “oggettiva”? Se l’osservatore interagisce con l’oggetto nell’atto conoscitivo, persino «Il concetto di “misura” diventa così sfocato» 6 E senza esso a cosa ci servono i numeri? A questa interpretazione della realtà “irreale”, detta “di Coopenaghen”, D. Mermin non potè che rispondere con un laconico «Zitto e calcola!», vera foglia di fico per l’indicibile: «Credo di poter affermare con sicurezza che nessuno comprende la meccanica quantistica» 7 fu costretto ad ammettere il Premio nobel R. Feynman. E mentre gran parte della divulgazione scientifica ancora oggi sorvola sulla fondamentale incomprensibilità del mondo, il contagio della indecidibilità raggiunge anche i fenomeni fisici. Infatti, dal 2015 sembra essere diventato indecidibile il problema del gap spettrale ed il rischio è che anche altri problemi importanti possano esserlo“. Secondo il matematico E. De Giorgi il giusto significato della specializzazione scientifica, il giusto senso della professionalità che non isola dal resto del sapere, non esclude il dialogo con le altre discipline […] Questa giusta specializzazione può avere un valore sapienziale di riconoscimento dei propri limiti.” 8 Ma “sapienza” è termine assente nel vocabolario positivista, anche se è ormai chiaro che con tale metodo dal vero si è approdato all’irreale incomprensibile. Ma solo nella nostra terza ed ultima puntata si toccherà il fondo di questa debacle conoscitiva.

Notes:

  1. Louis Victor Le Broglie, Tesi dottorato, 1924
  2. Ordnung der Wirklichkeit , 1942; in Indeterminazione e realtà, traduzione di G. Gembillo e G. Gregorio, Guida, Napoli, 1991, p. 128
  3. S. L. Jaky, Il miraggio del conflitto tra scienza e religione, p. 17.
  4. A. Einstein, Lettera a M. Borm, 1924
  5. A. Einstein, discussione con Abraham Pais a Princeton, 1950
  6. John S. Bell, Speakable and Unspeakable…p. 117.
  7. citato da Manjit Kumar, Quantum, Mondadori, 2017, p. 340
  8. Dizionario Interdisciplinare tra Scienza e Fede, Valore sapienziale della Matematica, Città Nuova 2002, Vol.1, pp. 841-848