Universo#10

Considerazioni finali

Ma noi, non specialisti? Cosa dedurne da tutta questa storia? Aspettiamo che venga costruito un acceleratore da 200 GeV sulla luna nel 2231? Qualcosa di certo c’è. E’ indubbio per esempio, che la scoperta della natura dei pianeti, dei sistemi stellari e delle galassie rappresenti una conoscenza che ha contribuito molto a delineare la reale collocazione dell’uomo nel cosmo. Ancora di più, la scoperta del Big bang, dell’origine del “tutto” è una pietra miliare nella storia della conoscenza umana, un evento tanto rilevante da avere anche profonde implicazioni filosofiche. Quindi possiamo dire di avere oggi nel campo dell’infinitamente grande un’idea sufficientemente chiara ed intuitiva (pur con le criticità che abbiamo già espresso) di cosa sia l’universo. Le cose cambiano radicalmente quando nel mondo dei quanti, il regno dell’infinitamente piccolo. La meccanica quantistica che ha soppiantato quella newtoniana all’inizio del secolo scorso non solo non è unificabile alla relatività einsteniana che domina il mondo macroscopico, ma è minata da una ontologica indeterminatezza che trova la sua massima espressione nell’ “interpretazione di Coopenaghen” nella quale soggetto ed oggetto interagiscono in maniera tale che il concetto di  “realta” ed “esperimento” perdono ogni significato. Certo, ha funzionato alla grande permettendo un enorme e tumultuoso sviluppo della tecnica ma ha anche raggiunto tali risultati a prezzo di una perdita netta in intuitività. Di più, si è posta in un vicolo cieco.

Aprire gli occhi

Il risultato a cui porta la fisica moderna è un universo incomprensibile ed improbabile. Il primo giudizio che dobbiamo emettere è proprio sullo “strumento fisica” che manca clamorosamente il bersaglio di farci conoscere  la “natura delle cose”. Tutto viene dal nulla, la materia è energia, onda, particella, senza massa, simulacro di realtà mescolata col tempo e lo spazio, un quid incomprensibile attorno al quale si tenta di restringere il cerchio della schematizzazione  matematica. Ma più si stringe in cerchio, più il tessuto dell’universo diventa evanescente, la realtà ci scivola tra le dita come sabbia, ritorna al nulla, ai numeri senza senso. E proprio il numero, sul quale Cartesio aveva fondato la sua nuova scienza di cui la fisica è la figlia prediletta, è in sè stessosenza senso. E se per assurdo lo avesse, ci condannerebbeD un percorso conoscitivo infinito e circolare. “Tutta la scienza moderna non ha il minimo valore della conoscenza; essa si basa anzi su di una formale rinuncia alla conoscenza nel senso vero. ” Scrisse Julius Evola nel suo Cavalcare la Tigre (p. 115). De turris ha commentato: “La crisi è dovuta alla autoreferenzialità della scienza che cerca di dare risposte soltanto in se stessa, e quindi non può fare altro che andare nella direzione della continua riproposta di schemi già noti”. Per afferrare i nessi ultimi è necessario ben altro, qualcosa che ci permetta di trarre una conclusione diversa da quella deludente ottenuta, qualcosa che abbia “senso”.

Riaccendere la voglia di capire, di andare oltre il numero, come persone “semplici” che afferrano al volo nessi assoluti, come fanno i bambini. L’universo e la sua materia,  inconoscibili da qualcuno che si trova immerso nella sua stessa dimensione,   furono deliberatamente creati e finalizzati per la nostra esistenza da una mente onnipotente. Tale appare a chiunque voglia solo accettarne l’evidenza. L’impronta di tale Essere è evidente nel cosmo. Direte voi che questo non è scientifico e che si tratta solo di una formulazione filosofico-teologica, per taluni solo un’ illusione. Giusto, ma come uomini non ci si può impantanare all’infinito nella stucchevole circolarità di argomentazione della ratio scientifica, oggi l’unica ad essere considerata ( fuori tempo massimo ) come guida della conoscenza del mondo. Svegliamoci, togliamoci le lenti dello scientismo, la realtà è davanti ad i nostri occhi, basta volerla vedere.