Universo#10

Considerazioni finali

Francesco Bacone

Inutile nasconderlo, la fine del precendente approfondimento ci ha lasciato un retrogusto amaro. Sono state tutte quelle idee pseudo-scientifiche inverificabili eruttate da centinaia di influenti scienziati accorsi al capezzale di una fisica “al palo”. Ma non solo: alcuni di loro consigliano di evitare schiamazzi pubblici per paura di perderci la faccia,  e questo ricorda le parole che Francesco Bacone scrisse nella Nuova Atlantide mettendole in bocca agli scienziati di un radioso futuro: “teniamo consultazioni su quali delle scoperte e degli esperimenti fatti debbano essere pubblicati, e quali no; e prestiamo tutti giuramento di segretezza per celare quelli che crediamo giusto tenere segreti“. Lo scopo della scienza è la verità od il potere, come lo stesso filosofo inglese andava dicendo?

Preso atto con delusione prima della deriva fideistica di una parte della scienza, ed ora di quella carbonara, ma dovendo tornare a noi, rimane il problema di trarre qualcosa di buono da tutta questa storia. Se la scienza è in stallo, aspettiamo che venga costruito un giga-acceleratore da 200 GeV sulla luna nel 2231? E potremmo anche non vederlo mai in quanto “Alcuni fisici sono perplessi rispetto alla prospettiva di investire miliardi di dollari in una macchina che potrebbe limitarsi ad aggiungere qualche cifra decimale di precisione alla nostra conoscenza di un insieme noto di equazioni.” E allora cosa pensare? Qualcosa di certo c’è. E’ indubbio per esempio, che la scoperta della natura delle stelle e dei pianeti, dei sistemi stellari e delle galassie rappresenti una conoscenza che ha contribuito molto a delineare la reale collocazione dell’uomo nel cosmo. Ancora di più, la scoperta dell’origine del “tutto”, il Big Bang, è una pietra miliare nella storia della conoscenza umana, un evento tanto rilevante da avere anche profonde implicazioni filosofiche. Possiamo quindi a ragione dire di avere oggi nel campo dell’infinitamente grande un’idea sufficientemente chiara ed intuitiva (pur con le criticità che abbiamo già espresso) di cosa sia l’universo. Le cose cambiano radicalmente nel mondo dei quanti, il regno dell’infinitamente piccolo. La meccanica quantistica che ha completato a livello della scala atomica quella newtoniana all’inizio del secolo scorso non solo non è unificabile alla relatività einsteniana che domina il mondo macroscopico, ma è minata da un’ontologica indeterminatezza che trova la sua massima espressione nell’ “interpretazione di Coopenaghen,” nella quale soggetto ed oggetto interagiscono in maniera tale che il concetto di  “realta” ed “esperimento” perdono ogni significato. Certo, ha funzionato alla grande permettendo un enorme e tumultuoso sviluppo della tecnica ma ha anche raggiunto tali risultati a prezzo di una perdita netta in intuitività. Di più, si è posta in un vicolo cieco nel tentativo di trovare risposte ultime.

Aprire gli occhi

Il risultato a cui porta la fisica moderna è un universo incomprensibile, imprevedibile ed improbabile. Quindi il primo giudizio che dobbiamo emettere è proprio sullo “strumento fisica”: essa nei fattio manca clamorosamente il bersaglio di farci conoscere  la “natura delle cose”. Tutto viene dal nulla, la materia è energia, onda, particella, senza massa, simulacro di realtà mescolata col tempo e lo spazio, un quid incomprensibile attorno al quale si tenta di restringere il cerchio della schematizzazione  matematica. Ma più si stringe in cerchio, più il tessuto dell’universo diventa evanescente, la realtà ci scivola tra le dita come sabbia, ritorna al nulla, ai numeri senza senso. E proprio il numero, sul quale Cartesio aveva fondato la sua nuova scienza di cui la fisica è la figlia prediletta, diviene in sè stesso senza senso, privo come è di corrispettivo sperimentale. E se, per assurdo, un senso volessimo proprio darglielo, questo ci condannerebbe ad un percorso conoscitivo infinito e circolare. “Tutta la scienza moderna non ha il minimo valore della conoscenza; essa si basa anzi su di una formale rinuncia alla conoscenza nel senso vero. ” Scrisse Julius Evola nel suo Cavalcare la Tigre (p. 115). De turris ha commentato: “La crisi è dovuta alla autoreferenzialità della scienza che cerca di dare risposte soltanto in se stessa, e quindi non può fare altro che andare nella direzione della continua riproposta di schemi già noti”. Per afferrare i nessi ultimi è necessario ben altro, qualcosa che ci permetta di trarre una conclusione diversa da quella deludente ottenuta, qualcosa che abbia “senso”.

Riaccendere la voglia di capire, di andare oltre il numero, come persone “semplici” che afferrano al volo nessi assoluti, come fanno i bambini. Questa è la soluzione. L’universo e la sua materia,  inconoscibili da qualcuno che si trova immerso nella sua stessa dimensione,  furono deliberatamente creati e finalizzati per la nostra esistenza da una mente onnipotente. Tale appare limpidamente a chiunque voglia solo accettarne l’evidenza, tanto l’impronta di tale Essere è evidente nel cosmo. Direte voi che questo non è scientifico e che si tratta solo di una formulazione filosofico-teologica, per taluni solo un’ illusione. Ammesso ma non concesso che ciò sia vero, l’essere umano non si può impantanare all’infinito nella stucchevole circolarità di argomentazione di una degradata ratio scientifica, oggi l’unica ad essere considerata ( fuori tempo massimo ) come guida della conoscenza del mondo. Svegliamoci, togliamoci le lenti dello scientismo, l’universo è davanti ad i nostri occhi e, se sappiamo leggere tra le righe, ci dice la Verità.