SIMBOLO I

Due modelli per un simbolo

Un articolo del 2013 di Ines Adornetti, dell’ Università Roma 3, ci fornisce la possibilità di riflettere sui modelli che hanno la pretesa di spiegare l’unicità umana nel mondo naturale. I due modelli presi in considerazione hanno in comune l’utilizzo della capacità simbolica/linguaggio come guida per definire l’ essere vivente Homo sapiens. Il fatto che questi non siano che dei prodotti di una caratteristica ben più fondante dell’essere umano, cioè dell’autocoscienza, fa supporre che tale scelta sia legata al considerare simbolismo e linguaggio gli unici fenomeni della coscienza verificabili dalla ricerca archeologica che “non sembrano far parte degli arredi di base del mondo naturale .

Il modello dell’esplosione

Il modello che ha goduto di maggiore successo negli ultimi decenni è il modello dell’esplosione, invetato del paleoantropologo Ian Tattersall e supportato dal linguista Noam Chomsky. Tattersall  sostiene che nonostante l’africano Homo sapiens sia parecchio più vecchio (dalla pubblicazione di Adornetti è divenuto vecchio di 315 mila anni), solo 50 000 anni fa in Europa, sviluppò la capacità simbolica. Solo in questa cosiddetta “Rivoluzione del Paleolitico Superiore” compaiono quelle peculiarità comportamentali (linguaggio e simbolo) che resero quegli esseri dei sapiens. Da lì in poi un’esplosione simbolico-artistica senza precedenti. Comeè potuto succedere? Grazie a due paroline magiche: exaptation ed emergenza. Il succo del loro significato è che le varianti umane dei geni deputati al linguaggio nei primati (CNTNAP2, ASPM, MCPH1 ) subirono ad un certo punto sotto lo stimolo linguistico/culturale (emergenza) uno switch funzionale che li portò a fare cose che prima non facevano (exaptation). Non evete ancora capito? Neanche chi scrive. Ma immaginiamo lo stesso di buttare dentro al cilindro magico un grosso cervello, condiamo con cultura e linguaggio, agitiamo bene pronunciando “Abra-Cadabra”, anzi, “Exaptation- Emergenza” ed ecco venirne fuori un grosso e luccicante simbolo. Applausi per la teoria che è in testa al campionato.

Il paleoantropologo Ian Tattersall

Secondo “quelli del salto” non sarebbe solo l’evoluzione darwiniana ad averci portato ad essere come siamo ma un “miracoloso” fenomeno on-off. Di conseguenza tra  noi e il resto del mondo animale c’è “un abisso profondo” di tipo qualitativo, ed è proprio il simbolo che «contribuisce in maniera decisiva a darci la sensazione di essere separati dal resto della Natura».

Il modello gradualista

E veniamo  “modello gradualista”, a gradini evolutivi, che  si oppone a “quello del salto”. Quello per cui propende l’autrice, è perfettamente inserito nell’ottica della selezione naturale. “Quelli dei gradini” sottolineano come attività simboliche facessero capolino tramite selezione naturale già nelle specie precedenti ad Homo sapiens e pongono l’accento sullo sviluppo cervello degli ominidi anziché sull’aspetto culturale. Per dare conto del fenomeno, l’autrice dell’articolo chiama in causa le ipotesi di Henshilwood e Dubreuil, gente per cui le dimensioni contano: l’evoluzione della corteccia temporo-parietale ha permesso capacità via via maggiori di simbolizzazione, così come, per lo sviluppo di tali aree, nasce nei bambini intorno ai cinque anni la capacità di immaginare prospettive differenti rispetto alla propria. Insomma, i bambini ad un certo punto si mettono nei panni di qualcuno con cui interagiscono e all’incirca così fecero i nostri antenati quando iniziarono a “vedere” le cose non per quello che erano ma per i significati che gli si affibiavano. Si tratta chiaramente di un’ ipotesi riduzionista che prevede piccole capacità di simbolizzazione a partire dalle prime specie appartenenti al genere homo, qualcosa di metaforicamente rappresentabile con una matrioska: cervello piccolo, piccola capacità, cervello grosso, grosse capacità. L’autrice dell’articolo, io e voi che leggete saremmo quindi solo animali in cui queste capacità sono quantitativamente superiori a quelle degli altri animali. Tutto chiaro tutto liscio, nel pieno rispetto del dogma positivista così ben espresso dal filosofo Floris d’Arcais: “Noi sappiamo tutto. Dal primo istante , […] , le galassie , il sistema solare, la nascita della vita , l’evoluzione dai procarioti ai mammiferi , fino alla “scimmia nuda” che tutti noi siamo , contraddistinta dalla neocorteccia e dal cammino eretto , è spiegato dal sapere scientifico.” (Il caso o la speranza? Un dibattito senza diplomazia. 2013, p. 27). Ariapplausi per gli sfidanti.

Vogliamo passare ora ai pro ad ai contro delle due “visioni” senza troppo stare attenti al tifo delle due curve? Il “salto” di Tattersal certo, trasuda di stupore nei confronti dell’unico essere che ragiona su se stesso e sull’universo che lo ospita. Suona bene e noi tutti dovremmo provare stupore. Ma il”retrogusto di miracoloso” della faccenda non piace troppo ai gradualisti darwiniani. Sarebbe bello assegnare il goal a Tattersal ma de gustibus

Venendo ai fatti, “quelli dei gradini” hanno ragione nel sostenere che forme primitive simboliche erano già presenti  in specie del genus Homo antecedenti al sapiens (!) , cosa confermata anche da alcune recenti scoperte come quella della conchiglia di Trinil che sposta indietro la comparsa dei primi simboli a più di 500 mila anni fa, in un periodo molto più vecchio della Rivoluzione del Paleolitico Superiore.  Ma l’altro elemento che fa traballare il modello del “salto” è di ordine logico: Tattersall spiega la nascita del simbolo con la cultura/ linguaggio che è simbolo essa stessa. L’argomento risulta circolare in quanto la spiegazione è qualcosa che necessita essa stessa di spiegazione. Insomma, il “simbolo è nato perchè e nato”  non è una gran risposta. Uno a zero per “quelli dei gradini” e.. palla al centro.

Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo“. La frase è attribuita ad Albert Einsten, ma al di là dell’attribuzione, essa esprime bene la differenza fra gli “stupiti” e gli “apatici” nei confronti della vita. Degli stupiti abbiamo parlato e nel secondo tempo di questa partita di approfondimento parleremo della tribù di coloro che non si stupiscono affatto che qualche discendente delle scimmie africane abbia scritto la Divina Commedia.