Come Achille e Pentesilea

 

Ditti di Creta[1] ci tramanda in lingua fenicia che ad un certo punto, durante la guerra di Troia, i Troiani si allearono con le Amazzoni. Fu Paride, evidentemente non contento del disastro provocato dal suo ascendente sulle donne, a convincere con ricchi doni Pentesilea, la regina del popolo delle donne, a combattere contro i Greci. Ditti narra poi del duello tra Achille e Pentesilea, duello che, manco a dirlo, si concluse con la morte della donna. Il femminicidio ebbe ampia eco nelle cronache di guerra e non, tanto che la scena dell’esecuzione di Pentesilea campeggia plastica su molte opere vascolari antiche, quasi manifesto sessista ellenico contro la supponenza destabilizzante della cultura amazzone.

Disegno di particolare del vaso di Vulci con Achille che uccide Pentsilea

Una delle più famose raffigurazioni dell’episodio viene da Vulci e si trova naturalmente custodita al British Museum di Londra. Il vaso risale alla fine del IV secolo a.C. e, per quel che ci interessa ci restituisce plasticamente i duellanti nella fase finale dello scontro. Lo sconfitto sta per essere ucciso nell’atto d’inciampare o dopo essere stato sospinto in basso. Il vincitore infierisce con la lancia dall’alto, evitando così la corazza ed infiggendo la sua punta nel torace del nemico. Sarà successo migliaia di volte sul campo di battaglia e sarà successo molte volte anche nella grande battaglia di Imera del 480 a.C. Nessuno potrà mai più assistere alla mischia, al corpo a corpo, di quello che fu uno degli eventi chiave del Mediterraneo antico. Ma l’archeologia è piena di sorprese e qualche anno fa, nella necropoli occidentale di Imera, gli archeologi coordinati dal dott. Stefano Vassallo si sono trovati incredibilmente di fronte alle sepolture originali del grande scontro.

Disegno dei resti del soldato della sepoltura W2764; a sinistra la punta di lancia ritrovata; in rosso il senso d’infissione.

Una in particolare[2], identificata come W2764, ci riporta all’episodio troiano appena raccontato: nel torace di un soldato, uno tra tanti nelle fosse comuni dei Greci, una punta di lancia. Metallo scuro tra ossa bianche, ancora lì, quasi parte dello scheletro, dopo 2500 anni. Il Greco, come Pentsilea, aveva lottato contro un nemico più forte, poi, forse colpito o forse inciampando, era caduto in basso. Il suo scudo non riuscì a fermare la lancia dell’avversario che, entrando dall’alto nella fossa sovraclaveare, perforò in sequenza pelle, la pleura, apice del polmone, pericardio e cuore. Non sappiamo se la lancia si ruppe o venne lasciata nel torace nella foga del combattimento, ma sappiamo che la punta metallica non ne uscì mai più. Ed è la stessa lancia che forse ci dice chi era l’uccisore. Ad Imera i Cartaginesi riunirono un esercito enorme con genti provenienti da mezzo Mediterraneo. Senza questa punta metallica non avremmo indizi circa l’identità dell’ “Achille imerese”. Il proprietario della lancia probabilmente era anch’esso un isolano: una lancia identica è stata infatti ritrovata in una sepoltura della Palermo fenicia e la coincidenza non lascia molti dubbi[3]. Ma ritornando per finire alla vittima, possiamo dire che la sua sofferenza fu lancinante ma breve. Il tamponamento cardiaco e lo shock gli fecero presto perdere i sensi, così come speriamo sia successo anche alla nostra Pentesilea.

Aldo Ferruggia

NOTE

[1] Ditti Cretese (?ì????, Dictys): probabilmente scrittore ellenistico che raccontava storie inventate di sana pianta e materiale più antico, insomma, fatti della guerra di Troia divergenti dalla versione Omerica.

[2] Vassallo S., “Le battaglie di Himera, i luoghi, i protagonisti”, Archeology, 2010.

[3] Vassallo, ibidem.

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