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L’integrità di Feynman

Precisamente l’11 maggio di un secolo fa nasceva a New York Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965. Istrionico, eccentrico, controcorrente divulgatore e scienziato. Ma soprattutto Scienziato, con la “S” maiuscola.

R. Feynman nel 1965

Come tale, non solo diede fondamentali contributi alla conoscenza dell’universo, specialmente nel campo della elettrodinamica quantistica, ma condannò con forza la deriva scientista e pseudo scientifica. Nel commentare la dualità onda- particella ed il principio di indeterminazione, non esitò a definire “assurda ma giusta” la visione  del mondo fisico conseguente all’interpretazione di Coopenhagen. E si consolava in fondo ammettendo i limiti della scienza: “Quello che non posso creare, non lo potrò mai capire.” (cit. in L’universo in un guscio di noce di S. Hawking). L’umiltà sarebbe la naturale conseguenza di questa affermazione se consideriamo che non sappiamo come creare dal nulla la materia, la vita dall’inanimato, la coscienza dall’incoscienza. Nel 1988, anno della sua morte, in “Sta scherzando, Mr. Feyman!” scrive della qualità principale dello scienziato: ” Si tratta dell’integrità scientifica. Un principio del pensiero scientifico che richede totale onestà, una disponibilità totale[…] Occorre fornire tutte le informazioni per aiutare gli altri a giudicare il valore del vostro contributo.” La scienza di oggi è così limpida e disinteressata? Spesso si leggono interi libri su nuove ed indimostrate teorie prima di arrivare alle ultima pagine in cui si dice chiaramente che sono solo speculazioni matematiche e che servono ancora delle vagonate di evidenze difficilmente immaginabili.  Altre volte ci si rifiuta di vedere una realtà ovvia solo per non accettare indizi che potrebbero sostenere tesi contrarie. In altri campi di ricerca poi, come nella medicina, è la ricerca stessa ed essere quasi completamente sovvenzionata da privati che hanno come unica stella polare il profitto. Per chi poi volesse toccare con mano la differenza fondamentale fra chi fa scienza e chi si è iscritto ad una setta, confrontiamo due esempi di affermazioni epistemiologiche di uno scienziato come Feynman e uno scientista come Hawking:

La nostra immaginazione è tesa al massimo; non, come nelle storie fantastiche, per immaginare cose che in realtà non esistono, ma proprio per comprendere ciò che davvero esiste.” (R. Feynman citato dall’inizio di Wheeler, Taylor, Fisica dello spazio-tempo)

è solo un modello matematico, non ha senso chiedersi se corrisponde alla realtà.” (R. Hawkins, The Objections of an Unashamed, 1997, p. 169)

Dei due Richard il primo è proteso alla verità, il secondo fa esercizi di immaginazione e di solito, in questi casi, tali esercizi non sono affatto disinteressati. Applicando in maniera coerente le sue idee, le stesse che dovrebbe avere ogni scienziato,  Feynman fu quindi uno dei maggiori critici della “Teoria delle stringhe”,  la cosidetta “teoria del tutto“: «Non mi piace il fatto che non calcolano alcunché… Non mi piace che non verifichino le loro idee… Non mi piace che quando ci sono disaccordi con un esperimento, essi confezionino una spiegazione, un aggiustamento, per poi dire, “Beh, potrebbe ancora essere giusta”». Grande Richard, la scienza è una cosa seria, ce ne fossero!

Hamilton il cattolico

E chi l’avrebbe detto che nel circus della Formula 1, un ambiente in cui gli squali col casco (e senza) nuotano in un mare di denaro, c’è un campione del mondo credente? Ce lo racconta in una vecchiotta intervista di Avvenire Lewis Hamilton, pilota inglese che può vantare quattro titoli mondiali.

 Meglio di lui solo Fangio e Schumacher, ma il nostro ha anche altri miti: «Papa Francesco è un mito, sono stato a un passo da lui. Ho visitato con la mia fidanzata la Cappella Sistina. Che emozione». Sembra sincero il fighetto della “freccia d’argento”.  Quindi non sarebbe solo un grande campione, ma anche un credente cattolico. E vuota il sacco: «Sono sempre stato cattolico praticante».  Sono basito ma da buon tifoso della Ferrari vorrei incalzarlo. Va bene Lewis, ma come la mettiamo con la tua aggressività in gara? «Faccio beneficenza, ma non in pista. In gara, il prossimo è un avversario, mai però un nemico». Ed il segno della croce prima della gara, paura della Rossa eh? «La fede non è scaramanzia. Ho anche una croce tatuata…». Ok, ci credi veramente, ma non ci verrai mica a dire che ogni tua manovra in pista è ispirata al Vangelo? Mi ricordo benissimo del tuo rallentamento al GP di Baku 2017, dietro la safety car, hai distrutto l’alettone anteriore di Vettel. Te possino, sei stato diabolico in quel frangente! «Se accade, poi mi confesso». L’inglesino mi smonta ma la mia fede ferrarista mi fa bollire. Però, se penso che lo stesso Sebastian in pista non fa sconti, quanto agli altri del circus…«Ci sono molti più credenti di quanto non sembri», confessa Lewis. Ah, sì? E perchè non ne parlano? «Forse per paura». Ma allora istituiamo un bel confessionale ai box, obbligatorio dopo la gara! E tu non hai paura Lewis, in fondo lavori a 300 all’ora? «Ho Gesù dalla mia parte». Se la metti così, ti perdono..ma bada a te per il futuro! Non diteglielo, ma mi piacerebbe vederlo in rosso.