Archivi categoria: Paleoantropologia

Come t’invento una specie

Notiziona. E’ spuntato un altro ramo nel già nutruito cespuglio dell’evoluzione umana: si chiama Homo luzonensis e visse 50 000 anni fa nelle Filippine. Che c’è di strano? Che lo studio coordinato dal francese Florent Détroit si basa solo su qualche osso e qualche dente appartenente a soli tre individui; circa il DNA, non si è riusciti ad estrarlo. E’ una falange ad apparire particolarmente sconvolgente per gli scienziati: assomiglia più a quella di Australopithecus (“ominide” più vecchio di milioni di anni) che a quella degli “uomini” della stessa età. Bastano quindi qualche cuspide dentaria e la forma di qualche “pezzo” di piede per decretare la scoperta di una nuova specie del genere Homo. Applausi e luci della ribalta.

Si è scoperto che questa ed altre presunte “specie” come H. denisova condividevano gli stessi territiori di Homo sapiens e dei Neanderthaliani. E si sa che dai loro numerosi “incroci” sia originata prole fertile. Ora, proprio la possibilità di prole feconda e relativa ibridazione in “natura” sono proprio il criterio che Dobzhansky e Mayr indicano come il principale per definire individui simili come appartenenti alla stessa specie, almeno quando questa abbia una riproduzione sessuata. Ma questo per il consensus scientifico dominante non conta. Invece esisterebbe “un’enorme varietà” di uomini simili al sapiens.

Risulta ormai abbastanza evidente che i criteri puramente morfologici siano insufficienti a delimitare i confini delle specie (se li applicassimo ai cani, Alani e Chihuahua sarebbero specie distinte). I criteri genetici poi, qualora utilizzabili, si esplicitano alla fine in un numero, un cut off stabilito più o meno arbitrariamente. Ciononostante, le risposte alle “sorprese paleontologiche” che ingarbugliano l’evoluzione umana sono la solita scorciatoia dell’invenzione di nuove specie umane, con la scusa dei caratteri morfologici e della genetica, ed il rifiuto di vedere un’unica specie, quella che possiede autocoscienza, ciò che la differenzia dagli animali. Ritornano a proposito in mente le parole di Darwin quando affermava:

[…] io considero il termine specie come una definizione arbitraria che, per motivi di convenienza, serve a designare un gruppo di individui strettamente simili tra di loro, .. ”

C. Darwin, L’origine delle specie, cap.2

Diversi in cosa?

Il Corriere della Sera ha recentemente proposto di riabilitare i Neanderthaliani da quella immagine di pelosa e grugnante ferinità a cui erano condannati: conoscevano la pittura e la musica, seppellivano i defunti, assistevano gli invalidi, camminavano eretti, si accoppiarono in diverse epoche preistoriche coi nostri antenati. Di più, sappiamo che si sono “incrociati” producendo prole fertile anche con uomini di Denisova, un’altra presunta specie che si è mescolata anche con Homo sapiens. Due individui possono essere considerati della stessa specie proprio perchè la loro prole è feconda, perchè mai allora li dovremmo considerare una specie diversa? Erano sì tozzi, ma dall’aspetto raffinato: “..capelli castani, biondi o rossi, con la pelle e gli occhi chiari, che potrebbero essere scambiati per nord-europei“. I dati vanno ormai tutti nella stessa direzione: gli uomini di Neanderthal erano così simili a noi da poter considerare le differenze fisiche secondarie; perchè allora non accettare che i Neanderthaliani sono semplicemente spariti in un incrocio tra razze?” Eppure qualcuno sostiene che Homo neanderthalensis non sarebbe neanche “nostro antenato perché il suo sviluppo fisico segue un percorso diverso dal nostro” ma l’aspetto esteriore supporta questa idea? Considerereste mai il bambino dell’immagine, o un pigmeo, od un inuit, uomini di un’altra specie perchè “esteriormente” diversi?

L’articolista del Corriere asserisce a ragione che “Certi errori di valutazione erano comprensibili nell’Ottocento..“, ma quale ideologia moderna ci impedisce di considerare i neanderthal semplicemente uomini antichi? Charles Darwin in persona ci avvisava sulla possibile strumentalizzazione del concetto di “specie”: «… io considero il termine specie come una definizione arbitraria che, per motivi di convenienza..” [L’origine delle specie, 1859, cap.2]. Parliamo forse di un’altra “specie” solo per evitare i ricordi degli orrori di un passato in cui l’ideologia della “razza” aveva dilaniato l’umanità? Siamo ancora così fragili?

Infine, chi invocherà la genetica per scavare un solco tra sapiens e neanderthalensis? Forse gli stessi convinti che l’uomo non è nulla di speciale e che strombazzano che “Darwin con la sua teoria ci ha buttato giù dalla vetta del creato“? A colui che per primo pubblicò la teoria della selezione naturale, Alfred Russel Wallace, non passò mai per la testa di togliere l’uomo dal vertice del creato, in quanto convinto che nelle “facoltà intellettive e morali dell’uomo intervenissero forze spirituali ancora ignote e invisibili..”(Focus.it) . Ma cosa non piacque alla cultura dominante e per questo fu dimenticato..

Il pesciolino cosciente

Labroides dimidiatus

Un recente articolo di Le Scienze riapre la discussione su come indagare l’autocoscienza negli animali. Pare che  Alex Jordan, biologo evolutivo del Max-Planck-Institut abbia scoperto tracce di autocoscienza addirittura in un piccolo pesce pulitore che riconosce allo specchio una macchia creata ad arte sul suo corpo per assomigliare ad un parassita e quindi va sul fondo a grattarsi per liberarsene.  “Significa che i primati non sono più così speciali” ha tuonato il ricercatore e stupisce realmente che un tale fenomeno avvenga così “evolutivamente lontano” da noi, più di quanto ci si possa ragionevolmente immaginare.

Il primo ad utilizzare lo specchio come strumento per indagare l’autocoscienza negli animali fu il ricercatore Gordon Gallup negli anni settanta. Egli si accorse che gli scimpanzè dapprima reagivano come se vedessero un estraneo, poi iniziavano a scrutarsi con curiosità. I macachi  invece fallivano il test ma col tempo la pattuglia delle specie che superavano il test divenne nutrita: elefanti, delfini e gazze ladre non fecero che anticipare il pesce pulitore di cui si parla oggi.

Ma tutti questi animali sono davvero autocoscienti? L’autocoscienza è un fenomeno di tipo matrioska, via via più piccolo quanto più in “basso” si scende nella scala evolutiva, o c’è un salto tra l’uomo e gli animali? Ne abbiamo già parlato nel nostro approfondimento sul simbolismo umano e parrebbe che il lavoro presentato Jordan,  sembri supportare l’ipotesi della graduale comparsa dell’ autocoscienza nel mondo animale. Ma abbiamo trovato l’autocoscienza o qualcos’altro? La prima cosa da sottolineare è che essa è un unicum, “ un’idea particolare, anche misteriosa“; la seconda è che ” le neuroscienze non hanno gli strumenti per rispondere” alle domande fondamentali su di essa: cosa è e da dove emerge. Tale indefinitezza pesa come un macigno sui tentativi di verificarla nei casi in cui la capacità di esplicitarla (linguaggio e controllo motorio) è compromessa da un deficit organico: è il problema medico della coscienza nel cerebroleso.

Non avendo quindi di essa una chiara definizione come è possibile sostenere che il fenomeno osservato allo specchio dimostra la sua presenza negli animali? In realtà ciò che essi fanno è riconoscere il proprio corpo separato dal resto dell’ambiente/simili. Una facoltà molto vantaggiosa per la sopravvivenzai, ma ben lungi dal configurare consapevolezza di sé. In questo senso appare più adeguato considerare l’espressività simbolica come conditio sine qua non per riconoscere l’autocoscienza nel senso che noi intendiamo, proprio come fa il paleontologo Tattersall quando afferma che proprio essa «contribuisce in maniera decisiva a darci la sensazione di essere separati dal resto della Natura 1. Altrimenti ci esponiamo al rischio di scoprire autocoscienza ovunque, anche tra pinne e squame. Il pulitore, la gazza e la scimmia, sono tutti in grado di riconoscere il proprio corpo (che viene esplorato allo specchio come se avessero a disposizione un terzo occhio, un nuovo strumento sensoriale, come facciamo noi) ma non sono “ontologicamente”(e manca anche il substrato organico per farlo) in grado di essere “terzi”  rispetto al proprio pensiero: non possono manipolarlo per creare “senso” e quindi simbolo. La “novità” umana è proprio questa consapevolezza, cioè la capacità di prendere le distanze dal prodotto stesso della mente. Da qui il “salto” col resto del mondo animale.

Per concludere , quando lo stesso Jordan ci pone davanti al dilemma “o accetti che il pesce sia consapevole di se stesso, o accetti che forse il test non è una buona verifica di quel fatto“, è ragionevole propendere decisamente per la seconda ipotesi, anche perché io batto sulla tastiera ciò che sto scrivendo ed il pulitore mi osserva attraverso il vetro dell’acquario.

 

1: J. Tattersall, An evolutionary framework for the acquisition of symbolic cognition by Homo sapiens, in Comparative cognition & behavior reviews, n. 3, p. 100

 

Simboli sui gradini

Ed eccoci al “secondo tempo” della partita sul simbolismo, quella giocata tra “saltisti” e “gradualisti” per spiegare come siamo diventati uomini. Ci occuperemo in questo articolo proprio dei secondi,  “quelli dei gradini”, i supporters del gradualismo darwiniano, gli sfegatati della selezione naturale. Il loro credo? ” per pensare simbolicamente come i sapiens è necessario un cervello da sapiens “, insomma, tanta roba! Al vertice di questo manipolo agguerrito sono stati posti dalla dottoressa Adornetti gli studiosi riduzionisti Henshilwood e Dubreuil. Leggi tutto..

Com’è che siamo uomini?

Ne abbiamo già parlato in qualche modo nella serie di approfondimenti  “Homo”, che invito a rivedere, ma un articolo del 2013 di Ines Adornetti, dell’ Università Roma 3, ci fornisce la possibilità di riflettere più approfonditamente sui modelli che hanno la pretesa di spiegare l’unicità umana nel mondo naturale. I due modelli presi in considerazione hanno in comune l’utilizzo della capacità simbolica/linguaggio come guida per definire un essere vivente Homo sapiens. Leggi di più..

Homo: il dubbio di essere unici

Ricordate quale era stato il pretesto del nostro approfondimento sulla  preistoria dell’uomo? Si trattava di un articolo di Oggiscienza in cui un ragazzo del liceo metteva in dubbio la “vulgata” dell’uomo che deriva dalla scimmia attraverso una serie di dimostrati passaggi intermedi. Per risolvere la questione, la redazione aveva quindi interpellato  nientepopodimeno che la prof. O. Rickards, ordinaria di Antropologia Molecolare all’Università di Roma Tor Vergata . Veniva quindi analizzato il testo di storia reo si lesa maestà nei confronti della scienza “ufficiale”. Continua..

Il puzzle si complica

Skull5 di Dmanisi in una copertina di “Science”

Con l’approfondimento di Homo #6 ci saremmo potuti fermare nel raccontare la storia biologica dell’uomo. Per comprendere delle sfide future della paleoantropologia è però necessario parlare di alcune recenti scoperte. Roba grossa, ma prima di prenderle in esame è bene fare un riassunto di ciò che pare assodato fino a questo punto. Continua a leggere…

Scomodi antenati cinesi

National Geografic ha pubblicato recentemente un articolo su uno studio che sconquassa le nostre conoscenze sulla evoluzione umana. Si tratta della scoperta di un centinaio di manufatti in pietra venuti alla luce nel sito di Shangchen, in Cina. I reperti hanno un’età che varia dai 2,1 agli 1,3 milioni di anni. Per capire la portata della scoperta si invita, armati di pazienza e di attenzione, alla lettura delle pagine di approfondimento della serie “Homo“.

Agli albori dell’uomo

Caricatura ottocentesca di C. Darwin

Imbattutomi  in un curioso articolo del 2011 di Oggiscienza che trattava dell’evoluzione umana ho deciso di parlarne anche su Sapiens. Nell’articolo un professore di un liceo romano, durante una lezione in cui spiega l’evoluzione,  viene interrotto da uno studente scettico: “Prof, ma queste cose non sono superate? A me risulta che secondo le ultime scoperte sul DNA l’uomo non sia imparentato con alcun ominide preesistente. È scritto nel nostro libro di storia”. Mi sono incuriosito, lo confesso, anche per la risposta del prof: “Non si tratta solo di enormi stupidaggini. Sono anche scritte in modo molto sapiente, mischiando informazioni più o meno corrette con affermazioni del tutto errate”[…] Se diciamo che Homo sapiens non è parente di nessuno, allora l’unica conclusione logica che possiamo trarre è che sia stato creato”. Il creazionismo è tornato di moda? Che mi sono perso? Ricordo che alle scuole medie mi divertivo, oltre che a prendere a calci il pallone, anche con lo studio della paleontologia, in particolare di quella umana e sull’argomento portai una ricerca all’esame finale, con tanto di disegni a mano libera. Constatando di ricordare pochissimo, ho deciso di approfondire l’argomento in questa sede. Un’occasione per aggiornarci con le nuove scoperte. Le pagine delle varie “puntate” saranno disponibili col nome di Homo# seguito da un numero progressivo.

Homo #1                                                                          Homo #5

Homo #2                                                                          Homo #6

Homo #3

Homo #4

Si sottolinea che tali approfondimenti si possono assimilare ad una review di letteratura scientifica, quindi trattasi non proprio di una lettura “leggera”. Uomo avvisato..