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Il pesciolino cosciente

Labroides dimidiatus

Un recente articolo di Le Scienze riapre la discussione su come indagare l’autocoscienza negli animali. Pare che  Alex Jordan, biologo evolutivo del Max-Planck-Institut abbia scoperto tracce di autocoscienza addirittura in un piccolo pesce pulitore che riconosce allo specchio una macchia creata ad arte sul suo corpo per assomigliare ad un parassita e quindi va sul fondo a grattarsi per liberarsene.  “Significa che i primati non sono più così speciali” ha tuonato il ricercatore e stupisce realmente che un tale fenomeno avvenga così “evolutivamente lontano” da noi, più di quanto ci si possa ragionevolmente immaginare.

Il primo ad utilizzare lo specchio come strumento per indagare l’autocoscienza negli animali fu il ricercatore Gordon Gallup negli anni settanta. Egli si accorse che gli scimpanzè dapprima reagivano come se vedessero un estraneo, poi iniziavano a scrutarsi con curiosità. I macachi  invece fallivano il test ma col tempo la pattuglia delle specie che superavano il test divenne nutrita: elefanti, delfini e gazze ladre non fecero che anticipare il pesce pulitore di cui si parla oggi.

Ma tutti questi animali sono davvero autocoscienti? L’autocoscienza è un fenomeno di tipo matrioska, via via più piccolo quanto più in “basso” si scende nella scala evolutiva, o c’è un salto tra l’uomo e gli animali? Ne abbiamo già parlato nel nostro approfondimento sul simbolismo umano e parrebbe che il lavoro presentato Jordan,  sembri supportare l’ipotesi della graduale comparsa dell’ autocoscienza nel mondo animale. Ma abbiamo trovato l’autocoscienza o qualcos’altro? La prima cosa da sottolineare è che essa è un unicum, “ un’idea particolare, anche misteriosa“; la seconda è che ” le neuroscienze non hanno gli strumenti per rispondere” alle domande fondamentali su di essa: cosa è e da dove emerge. Tale indefinitezza pesa come un macigno sui tentativi di verificarla nei casi in cui la capacità di esplicitarla (linguaggio e controllo motorio) è compromessa da un deficit organico: è il problema medico della coscienza nel cerebroleso.

Non avendo quindi di essa una chiara definizione come è possibile sostenere che il fenomeno osservato allo specchio dimostra la sua presenza negli animali? In realtà ciò che essi fanno è riconoscere il proprio corpo separato dal resto dell’ambiente/simili. Una facoltà molto vantaggiosa per la sopravvivenzai, ma ben lungi dal configurare consapevolezza di sé. In questo senso appare più adeguato considerare l’espressività simbolica come conditio sine qua non per riconoscere l’autocoscienza nel senso che noi intendiamo, proprio come fa il paleontologo Tattersall quando afferma che proprio essa «contribuisce in maniera decisiva a darci la sensazione di essere separati dal resto della Natura 1. Altrimenti ci esponiamo al rischio di scoprire autocoscienza ovunque, anche tra pinne e squame. Il pulitore, la gazza e la scimmia, sono tutti in grado di riconoscere il proprio corpo (che viene esplorato allo specchio come se avessero a disposizione un terzo occhio, un nuovo strumento sensoriale, come facciamo noi) ma non sono “ontologicamente”(e manca anche il substrato organico per farlo) in grado di essere “terzi”  rispetto al proprio pensiero: non possono manipolarlo per creare “senso” e quindi simbolo. La “novità” umana è proprio questa consapevolezza, cioè la capacità di prendere le distanze dal prodotto stesso della mente. Da qui il “salto” col resto del mondo animale.

Per concludere , quando lo stesso Jordan ci pone davanti al dilemma “o accetti che il pesce sia consapevole di se stesso, o accetti che forse il test non è una buona verifica di quel fatto“, è ragionevole propendere decisamente per la seconda ipotesi, anche perché io batto sulla tastiera ciò che sto scrivendo ed il pulitore mi osserva attraverso il vetro dell’acquario.

 

1: J. Tattersall, An evolutionary framework for the acquisition of symbolic cognition by Homo sapiens, in Comparative cognition & behavior reviews, n. 3, p. 100

 

Nel trituratore

«È tardi. Arriva la mia ultima paziente. Dai suoi esami emergono cattive notizie. Il tumore è cresciuto. So come comportarmi in questi casi. […] io non provo niente. Non piango, non sono triste. Spiego con calma quali dovranno essere i passaggi successivi, sperando disperatamente che lei non colga il vuoto che c’è dietro le mie parole». E’ la confessione di un’oncologa irlandese che scrive al The Guardian.

“The doctor”, Luke Fildes

Lo scopo è denunciare un disagio cronico legato al funzionamento di sistemi sanitari che, in nome della ottimizzazione dei servizi e l’appropriatezza prescrittiva, trasformano medico e paziente in vittime.  “ Il tempo da dedicare a pazienti con bisogni complessi è minimo. E se lo dilatiamo risultiamo inefficienti. Se proviamo a riorganizzare gli appuntamenti il management ci chiede perché sprechiamo così tanto tempo. L’umanità è rimossa, negata ai pazienti e prosciugata nei medici». Si chiama burnout e tale atteggiamento è associato ad una maggiore probabilità di commettere errori da parte medica e da una acuita insoddisfazione da parte del paziente.

Anche i medici, oltre ai pazienti, sono trattati come numeri – continua […], ci si aspetta che lavorino oltre le loro possibilità“. Ci si aspetta che invece di pensare esclusivamente ai bisogni di salute , ottemperino a obblighi burocratici infiniti, tengano conto di cavilli legislativi in continua ed incalzante evoluzione. E se le cose non girano per il verso giusto chi gestisce il sistema sentenzia che ” Non è ammissibile che quel carico di lavoro non sia gestibile“.  E’ venuto il momento che la popolazione dei paesi occidentali prenda coscienza di quale strada hanno imboccato i sistemi sanitari che sostiene con i propri contributi. Il sistema deve prevedere i tempi per l'”umanità”. Così non va bene.