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Sotto il tappeto, no

Di fatto, non è ancora stata formulata un’interpretazione universalmente condivisa in grado di spiegare gli eventi che hanno determinato l’ominazione”  e i religiosi “attribuiscono invece a Dio la creazione del tutto e sulla base di una tradizionale lettura teologica del primo libro della Bibbia, Genesi, ritengono che ogni forma di vita che oggi osserviamo sia apparsa sulla terra così come Dio la volle in origine“. E siccome il biologo Pietro Buffa nel suo “I geni manipolati di Adamo dimostra di non gradire queste due risposte [le uniche per l’autore che, evidentemente, non ha mai sentito parlare ad esempio di aristotelismo tomista,–ndr] ecco che con la “terza via” propone una variopinta alternativa, ma con colori che ingarbugliano il quadro iniziale. E’ all’incirca questa la ratio del libro segnalatomi da un amico [che si ringrazia], ma che manifesta tutta la sua inutilità (per non dire dannosità) per chiunque voglia trovare risposte.

Da svariati decenni l’ “ipotesi extraterrestre” toglie maldestramente le castagne dal fuoco ad una biologia atea che non riesce a spiegare l’origine della vita e dell’uomo. Così la sconcertante complessità delle prime forme di vita costrinse il confuso astrofisico Fred Hoyle a sostenere «Che quella faccenda complicata e complessa che è una cellula sia nata spontaneamente e per caso sulla Terra ha la stessa probabilità che un tornado, passando su un deposito di rottami, ne tiri fuori un Boeing 747 perfettamente funzionante». Lo scienziato inglese si rifugiò in corner con la “panspermia“, ossia la nascita della vita su altri corpi celesti e la successiva propagazione terrestre. Era chiaramente una soluzione incompleta, perchè spostava altrove i “primordi” e per giunta su luoghi di cui nulla sappiamo. Una risposta completa viene invece fornita dalla Genesi biblica,  ma se decidiamo, come fa Buffa (con improbabili studi glottologici di un biblista senza titoli), che la Bibbia non dice quel che sembra dire, non possiamo fornire un’alternativa che peggiora la situazione antecedente. La nascita dell’uomo da un’operazione d’ingegneria genetica extraterrestre è infatti una risposta a minore contenuto informativo delle prime due ed in maggiore disaccordo con il Rasoio di Ockham. Spieghiamo meglio.

Fred Hoyle

Che la vita venga da Dio è una risposta esaustiva ma il problema nasce se non si crede, forse perchè non ci piace Dio. Che la vita venga dallo spazio, invece che essersi originata sulla terra, non è una vera risposta perchè rende insoluto il problema della sua origine;  ma se anche l’uomo (oltre che la vita) deriva dagli agenti spaziali, come dice Buffa,  non solo rimane insoluto il problema della vita , lo è anche  quello dell’origine biologica di questi esseri e quello dell’origine della loro mente.  Dio in questo modo, lungi dallo sparire, diventa una maggiore necessità per il cosmo. E quest’ultimo poi, chi lo avrebbe creato? Gli stessi ingegneri genetici extraterrestri che si sono dilettati a inventare l’uomo?  “Balle” di cannone come bolle di sapone. E non eravamo certo alla ricerca di qualcuno che aumentasse la nostra confusione! Insomma, se con Hoyle avevamo un problema, con l’ “ipotesi Buffa” ne abbiamo almeno due, un bel regresso netto di conoscenza.

In fondo l’uomo cerca risposte assolute a domande sul senso e non complicazioni nozionistiche, ammesso e non concesso che siano dimostrabili: da dove viene la coscienza? Da dove viene la vita? Da dove viene l’universo? Buffa invece rispondere abbassa il tiro e rimescola le carte: “Le osservazioni che ne derivano non hanno lo scopo di edificare certezze, bensì quello di aprire nuove ipotesi.” Ma se queste iperboliche ipotesi, invece di aiutare la necessaria ricerca del fondamento di tutto, si limitano a “spostare la sporcizia sotto il tappeto”, allora il suo lavoro  può tranquillamente rimanere in libreria. A conclusione del ragionamento ben ci stanno le parole di una famosa atea, parole che incarnano lo spirito di questa tipologia di intellettocrati: «Io, Margherita Hack, preferisco l’atto di fede nel Nulla all’atto di ragione che mi porterebbe a credere in Dio».

L’ateismo è morto!

Ricordate la celebre frase di Nietzsche: “Dio è morto.”? Ebbene, sapete che c’è? Che è invece proprio l’ateismo ad essere morto. E non lo afferma un preticello di campagna ma un intellettuale di rilievo della patria dell’Illuminismo, Philippe Nemo, direttore e professore di Filosofia economica del Centro di ricerche in Filosofia economica presso ESCP Europe. Insomma, un pezzo grosso che proviene da un ambiente a prima vista completamente scristianizzato, ma che ci ricorda nel suo libro una verità sotto traccia a giudicare dai media: due secoli di “bombardamento” metaforico e reale della cristianità non sono stati sufficienti a sradicare la religione cristiana dal vecchio continente. Fu l’Illuminismo  ad inaugurare la stagione in cui «tutte le energie intellettuali sono state dedicate a respingere l’idea di Dio», ma il suo tentativo di sostituirsi ad esso con la scienza positivista (e la deriva scientista) è franato all’inizio del XX secolo. Da Hegel in poi ci provarono con l’Idealismo tedesco,  arrivando infine ad un “punto morto” filosofico. Quindi Strauss e Feuerbach  tentarono a negare la storicità del Cristo, cosa dimostratasi insostenibile in base ai fatti. Ci provarono anche con le filosofie rivoluzionarie, ma massoneria, nazismo e comunismo si risolsero nell’oppressione sistematica dell’uomo che avrebbero dovuto liberare. Un ultimo tentativo, ancora in corso ma infruttuoso, è la propaganda a favore dell’assolutizzazione dell’arte, la spinta verso contaminazioni neo-pagane e le filosofie orientali. Il risultato di questo “indottrinamento” mediatico è l’angosciosa “notte” della cultura occidentale, una cultura ammorbata anche dai “cadaveri intellettuali” delle ideologie politiche fuori tempo massimo e della  propaganda scientista targata Angela,  Augias, Odifreddi, Flores d’Arcais.  Ma l’aurora spirituale, in ogni caso,  è meno lontana di quanto si possa immaginare: il pensiero ateo sa opporre solo egoismo e nichilismo al “senso” cristiano del tutto e «nel silenzio dell’ateismo, la Parola di Dio ritornerà a essere udibile». Qualcuno già la sente..

La scienza non è onnisciente

R. C. Lewontin

A dirlo non è un reazionario esponente del “bacchettonismo” cattolico ma il famoso biologo genetista americano Richard C. Lewontin. In un breve saggio,  Biologia come ideologia, che dovrebbe essere letto obblligatoriamente in tutti i licei, Lewontin, di pensiero agnostico, partendo dalla biologia, dipinge delle scienza attuale un affresco diverso di quello della narrazione dei media,   puntando l’indice sul dogmatismo che la caratterizza e la distorce. Gli scienziati, possessori unici della “Verità”, in Occidente si sono sostituiti al Cristianesimo nell’indirizzare e giustificare non solo la visione del cosmo, ma anche quella la socialità e dell’uomo. Tale distorsione del modo di fare scienza è l’essenza dello scientismo, una sorta di “fede” che pretende di ottenere la conoscenza completa della realtà a partire dalla sola materia. Il pensiero di Lewontin è simile a quello del filosofo della scienza M. Ceruti che così commenta su Avvenire.it il suo libro “La fine dell’onniscienza“: “Per inerzia, anche da parte di molti suoi comunicatori, il modo in cui la scienza viene rappresentata è tornato positivista fuori tempo massimo, per così dire, ignorando come ormai da più di un secolo la scienza abbia cambiato paradigma abbandonando l’idea di essere autosufficiente“. Ma i due saggi non sono in fondo un invito a smettere di “fare scienza”, tutt’altro. Solo studiandola meno superficialmente e riconoscendone i limiti si potrà apprezzarne appieno il contributo.

Chi controlla gli algoritmi?

Un algoritmo è un procedimento logico-matematico che, grazie ad una serie finita di istruzioni o regole, conduce ad una risoluzione di un problema. Più semplicemente, è una “macchina” matematica che, inseriti dei dati, fornisce risposte. I programmi del computer sono basati su algoritmi. Oggi sono ovunque: regolano i social ed il mercato finanziario, prevedono il tempo meteorologico, costituiscono il nerbo dei software dei computer e dei robot, guidano gli aerei, le navi, e le automobili lo saranno a breve. Esistono dei rischi nell’affidare l’intero pianeta ad un mucchio di calcoli matematici? A questa ed ad altre domande tenta di rispondere Ed Finn, ricercatore dell’Università dell’Arizona in un libro intitolato ”Che cosa vogliono gli algoritmi”. Dal titolo traspare addirittura la possibilità che i calcoli possano portare ad una intenzionalità. “Non abbiamo prove per sostenere che gli algoritmi abbiano intenzionalità, creatività o qualsiasi altro tratto che consideriamo necessario per l’immaginazione” conclude l’americano, caldeggiando comunque lo sviluppo di una nuova disciplina scientifica che indaghi il problema: una sorta di scienze umane sperimentali. Naturalmente tale idea poggia sulla fede che la coscienza sia un fenomeno ”fisico”, cosa ad oggi non dimostrabile. E nonostante molti ritengano che, come conseguenza dei teoremi di Gödel, la “cosci

K. Godel

enza artificiale” sia impossibile, alcuni ritengono possibile che la sofisticazione dei calcoli algoritmici, per inciso capaci di creare algoritmi a loro volta, ad un certo punto possa sfuggire al controllo della mente umana: chi potrebbe controllare se un risultato di un mega-calcolatore è giusto o sbagliato quando chi lo ha creato non è in grado di verificare le istruzioni che il calcolatore stesso ha rielaborato a partire da quelle originarie? Ricordate “Al” di 2001 Odissea nello Spazio? Ecco, il problema esiste ma la soluzione proposta da Finn lo è ancora di più: come antidoto alla paura, altra fredda scienza, numeri che controllano numeri. Algoritmi controllori di algoritmi, inquietante. Pensiamo ad un’altra soluzione prima di finire schiavi in un mondo governato da una sorta di “Matrix”.

Le Guerre Greco-Puniche

Furono le più durature guerre dell’antichità mediterranea ma a scuola non si studiano e gli stessi addetti ai lavori spesso non le conoscono nella loro globalità. Un libro le riporta alla ribalta, ne struttura la cronologia e fornisce loro un nome: Guerre Greco-Puniche.

Le più grandi civiltà mediterranee prima di Roma, i Greci ed i Fenici di Cartagine, utilizzarono per questi scontri genti provenienti da tutto il Mediterraneo configurando, in un certo senso, il primo conflitto mondiale che la storia ricordi. Vi presero parte le più grandi metropoli del tempo e grazie ad esse sorse il primo impero d’Occidente, un embrione di stato ellenistico, modello per quello macedone. Eserciti oceanici, ingrossati dalla nascita del mercenariato di massa, ed imponenti flotte, di navi mai viste così grandi, invasero l’intero scacchiere del Mediterraneo occidentale. Le fortificazioni più vaste della classicità furono costruite appositamente. Il primo scontro tecnologico della storia occidentale, con invenzioni assolute nel campo delle armi e della tattica bellica, fu allora tanto fondamentale quanto ora è misconosciuto.

Aldo Ferruggia, Le guerre senza nome, l’epico scontro tra Greci e Cartaginesi, NEOS Edizioni, 2014

In futuro esamineremo quali conseguenze sociali e politiche portò questo “nodo” della storia. Stay tuned.