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L’ego è immateriale

Come sa, io ho opinioni non ortodosse su molti argomenti. Due di esse sono pertinenti alla sua situazione attuale: 1) non credo che alcuna diagnosi medica sia certa al cento per cento; 2) l’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite. Spero che lei condivida almeno la mia seconda opinione.

K. Godel, logico-matematico, lettera a A. Robinson, ammalato di malattia terminale, 20/3/1970

Non si vede,quindi esiste

SE DIO SI VEDESSE, NON SAREBBE DIO Se si potesse entrare in un computer, non avrebbe senso dire: ”Guarda, nel computer non c’è nessun uomo e quindi il computer si è fatto da sé”

di Francesco Agnoli

Quando si parla di filosofia, e soprattutto di storia della filosofia, accade talvolta che qualche alunno, dopo che il divino è comparso sotto varie forme (l’archè di qualche filosofo presocratico, i numeri divini di Pitagora, il Motore Immobile di Aristotele, il “daimon” di Socrate, il Dio-Verità e Amore di Agostino, il Sommo Musico di Keplero…) chieda candidamente: “In filosofia si parla tanto di Dio, di anima, di spirito… ma sono tutte realtà che non vediamo… Cosa serve tutto ciò?”. E magari aggiunge: “Io non credo in Dio, né nell’anima, perché non li ho mai visti. La filosofia non mi interessa, perché si occupa di cose astratte”.

Foto E. Caldaresi

È un concetto che si sente dire spesso. Eppure, nella sua apparente logicità, è, in verità, infondato. Non è solo una questione dei “filosofi”, che debbono pur salvare il loro “mestiere”. E’ una questione di profondità. Quante sono le cose che facciamo molta fatica a vedere, eppure esistono? La storia della scienza è piena di ripensamenti, dovuti alla impossibilità di poter prendere per certo ciò che si vede a prima vista. Non è stato forse assai difficile per millenni “vedere” che la Terra ruota su se stessa e gira intorno al Sole? O che l’Universo, lungi dall’essere immobile ed eterno, nasce e cresce? Che le galassie si allontanano? Che la materia è in verità convertibile in energia e l’energia in materia? Che il cosiddetto “vuoto” pullula di entità particellari (quanti) in movimento? Non è stato forse difficile vedere per secoli un intero mondo fisico che sfugge allo sguardo umano: il mondo delle onde, dell’energia, dei campi e delle particelle? E il campo geomagnetico che flette l’ago di una bussola? Non è forse vero che si vedono gli effetti, ma la sorgente, la causa di questo campo è per noi invisibile?

SE DIO SI VEDESSE, NON SAREBBE DIO
Ma torniamo a Dio. Anzitutto, se Dio si vedesse, non sarebbe Dio: anzitutto perché sarebbe qualcosa che è parte del mondo materiale, e che, come tale, non potrebbe essere Creatore del mondo materiale stesso; in secondo luogo perché sarebbe qualcosa che diviene, deperisce, occupa un tempo ed uno spazio, sottomesso alle leggi della fisica e della chimica. Ma se Dio esiste, ed è veramente Dio, cioè l’Onnipotente, Egli è il Creatore e il Signore della materia e delle leggi della fisica e della chimica: è dunque altro da esse, così come l’uomo è altro dai manufatti che costruisce, e di cui è, analogamente, “creatore” e signore.
Se si potesse entrare in un computer, non avrebbe senso dire: «Guarda, nel computer non vi è nessun uomo, significa che si è fatto da sé”, perché è evidente che il computer è stato assemblato e reso funzionante da qualcuno di esterno ad esso: analogamente è bizzarro ritenere di poter trovare, dentro l’universo creato da Dio, non le sue tracce, ma Dio stesso, contenuto, racchiuso-rinchiuso nella sua creazione!
L’essenziale è invisibile agli occhi. Proprio sulla base di questi e di altri analoghi ragionamenti un gigante della scienza come Isaac Newton (1642-1727) riteneva che l’universo fosse retto e governato da Dio, «ente eterno, infinito, assolutamente perfetto», «onnipotente e onnisciente», che «dura dall’eternità in eterno e dall’infinito è presente nell’infinito; regge ogni cosa e conosce ogni cosa che è e che può essere. Non è l’eternità o l’infinità, ma è eterno e infinito; non è la durata e lo spazio, ma dura ed è presente. Dura sempre ed è presente ovunque…, è completamente privo di ogni corpo e di ogni figura corporea, e perciò non può essere visto, né essere udito, né essere toccato…».

L’ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI
Un evidente motivo per il quale la frase “Non credo in Dio, nell’anima… perché non li ho mai visti” non si sostiene è dunque perché “non vedo” significa molto poco. Infatti, come insegnava Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), “l’essenziale è invisibile agli occhi“. Del resto gli occhi fisici non sono unicamente lo strumento di una capacità di vedere molto più profonda, non tangibile e non misurabile, quella dell’intelligenza e del cuore? Se apriamo un corpo, non troviamo la vita; se osservo un cadavere, vedo che è ben diverso da un uomo vivo, però non vedo nulla che sia venuto a mancare, benché sia evidente che qualcosa non c’è più.
Se il chirurgo apre un cervello, non trova dei pensieri: eppure il nostro pensiero lo sperimentiamo ogni istante. Basta chiudere gli occhi, per sentirlo “lavorare”; basta aprirli, per vedere che il nostro corpo obbedisce ai nostri pensieri, alla nostra, invisibile, volontà. Se l’anatomista disseziona un cuore, non trova emozioni e sentimenti, ma solo un muscolo. Eppure i sentimenti agitano tutto il mio corpo, fanno arrossire la mia faccia, generano sorrisi o lacrime.
Se guardo un’ azione di un’altra persona, vedo dei fatti, ma non scorgo il movente di quell’ azione: ma senza quel movente, non ci sarebbe neppure quell’ azione… Dunque ciò che non si vede è ancora una volta la causa di ciò che si vede. Così se osservo un bel quadro, vedo pigmenti, tracce materiale di colore, ma quel quadro non è solo quel colore, quei pigmenti, è soprattutto la fantasia, la creatività, la bravura intangibile, eppure efficace, del pittore

K. Godel

LE INVISIBILI LEGGI DELLA FISICA
Ora il mio sguardo si allarga, e osservo i cieli e i pianeti: ma il loro movimento, il loro ordine, è dato dalle invisibili leggi fisiche. Come ci insegnano i matematici, da Pitagora in poi, tutta la natura visibile è regolata dai numeri, invisibili, incorporei, astratti, cioè colti con gli “occhi” della mente, fuori del tempo e dello spazio. I numeri e le leggi (invisibili, universali, permanenti, sempre identiche a se stesse), regolano realtà fisiche visibili, specifiche, transeunti, e le determinano, così che la materia non fa altro che obbedire. Ciò significa che mentre vediamo materia specifica (questo o quell’oggetto, questa o quella galassia, questo o quel fiore), che cresce, invecchia e si dissolve, non vediamo ciò che fa sì che tutto questo accada!
Per questo motivo i grandi matematici sono sempre stati dei metafisici: Cogito ergo sum (“penso dunque sono”), diceva Cartesio (1596-1650); i numeri e le leggi dei pianeti sono “pensieri di Dio”, suggeriva Keplero (1571-1630); “Non c’è nessun dubbio che gli spiriti costituiscano la parte più importante del mondo e che i corpi esistano solo per stare al loro servizio”, scriveva Leonardo Eulero (1707-1783); “L’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite…”, affermava Kurt Gödel (1906-1978), mentre la scoperta della matematica fu per Albert Einstein (1879-1955) una vera rivelazione: “Mi parve una rivelazione del Sommo Artefice; non me lo dimenticherò mai“.

[Estratto dal libro: Dieci brevi lezioni di filosofia, Francesco Agnoli, ed. Gondolin]   Titolo originale: La ragionevolezza dell’InvisibileFonte: Libertà e Persona, 14/11/2018 Pubblicato su BastaBugie n. 586

Siamo tutti masochisti

«Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza. A furia di insistere, dalla Riforma ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci. Invece io, agnostico ma storico che cerca di essere oggettivo, vi dico che dovete reagire, in nome della Verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero vi fosse, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di Cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre»

Léo Moulin, sociologo francese, L’inquisizione sotto l’inquisizione, 1992

..ad astra

e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?

Giacomo Leopardi, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”

E’ complicato, oggi, vedere le stelle. Se vivi in una città, come accade a tanti, rimane pressoché impossibile. In notti particolarmente limpide, alzando la testa in una via di periferia poco illuminata, talvolta è possibile cogliere pallide scintille nel cielo; ma di solito le luci terrene, sgargianti come parvenu ansiosi di impressionare, le cancellano con il loro fulgore troppo vicino ed ingombrante.

Se l’uomo moderno crede meno in Dio è, a mio parere, colpa anche di questo. Le stelle sono oggettivamente altro: remote e irraggiungibili, bellissime e luminose, testimoniano silenziose la fragilità e la piccolezza della nostra specie. Niente da stupirsi che l’uomo prometeico, con la sua ridicola fioca fiaccola, voglia cancellarle insieme alla notte alla quale appartengono.

E’ difficile rendersene conto adesso, ma le stelle non sono sempre state dei globi di gas fiammeggiante persi in mezzo ad un vuoto cosmico fatto di distanze inimmaginabili.
Perché nessuno, fino a poco tempo fa, sapeva cosa erano davvero quei punti brillanti che riempivano la notte. L’unica cosa che si conosceva davvero era la loro bellezza struggente.
Poi, un passo per volta, è diventato chiaro cosa fossero, la fisica che le governa. Le fornaci nucleari che sappiamo costituirle sembrano avere poco da spartire con la poesia e il desiderio umano.

Eppure è proprio la scienza che ci restituisce di questi corpi celesti immagini spettacolari, di quelle che tolgono il fiato e fanno viaggiare la mente. Un cielo fittamente trapunto di stelle, nella solitudine di un prato di montagna, ci fa comprendere quanto piccoli siamo di fronte al cosmo; le fotografie fatte con i moderni strumenti di quei punti di luce lontani insegnano parecchie altre lezioni. Ci parlano di astri come gocce di pioggia, condensate da nubi di idrogeno di dimensioni titaniche. Di stelle che nascono, imbozzolate di gas e polveri, circondate da pianeti che la pressione della luce dei soli nascenti ripulirà, spazzerà, riscalderà. Di stelle morenti e moribonde, di esplosioni accecanti e getti di plasma, onde di fuoco e di energia, pozzi di gravità in fondo ai quali anche la luce si schianta. Le stelle mulinano in una lenta pavana nelle loro galassie, ancora colme di segreti che forse non riusciremo mai a svelare. La stessa luce viaggia per anni, secoli, millenni per farci giungere il loro messaggio.

Sì, telescopi e antenne, satelliti e stazioni spaziali ci hanno portato in un universo in cui gli astri non sono più divinità, non sono più diamanti, non sono più incomprensibili punti di luce nel cielo tenebroso. Ma anche se adesso ne conosciamo la fisica, se abbiamo compreso parte dei loro misteri, ancora non è risolta la domanda che Leopardi attribuiva al suo pastore: che fanno, loro, lassù? Perché ci sono? Perché tanta terribile bellezza, da fare male al cuore? Cosa c’entriamo noi con le stelle?

C’è la scienza fredda e impersonale dello scienziato che neanche guarda l’oggetto del suo studio, perso nei dati, perso lo sguardo stupito del bimbo che vede per la prima volta il cielo stellato; come un antico usuraio che conta e riconta le sue monete, incapace di goderne.
E poi c’è la passione che fa promettere ad quel bambino che giungerà lassù. Che grandi cose potrà fare questo bambino, per completare il suo sogno?

La passione del bambino, il desiderio delle stelle, guida l’uomo nella sua ricerca, nel volere comprendere le incognite dell’esistere e di ciò che esiste. Per lui il futuro sarà aperto, il tempo non sarà ripiegato su se stesso, sulle piccole cose, perché avrà visto l’infinito.

Quella stessa passione, quello stesso desiderio che spinge fuori dall’inferno, per tornare ancora una volta a riveder le stelle.

Originale pubblicato il 7/3/2019 su Berlicche

Dentro..la vita

“La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini. […] Nella filosofia moderna avviene il contrario: la cinta esterna è innegabilmente artistica ed emancipata: la sua disperazione sta dentro. ”

Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936), scrittore inglese, Ortodossia

La realtà irreale

Max Planck, premio Nobel per la Fisica

Abbiamo visto nella prima puntata come sia impossibile assolutizzare la matematica per colpa dell’indecidibilità dei suoi fondamenti introdotta da Gödel. Ma la realtà sembra essere davanti a noi oggettiva e sappiamo dalle nostre scoperte che pare rispondere al principio della causa-effetto (determinismo); possiamo quindi ancora verificare (osservatore distinto dall’oggetto) che i risultati dei modelli matematici corrispondano a tali “fatti” (realismo). La fiducia in tale metodo fu il dogma di Albert Einsten, e lo è ancora per molti. Leggi tutto..

Tentativi

Cento persone che si sussurrano un pettegolezzo non rendono quel pettegolezzo vero
Diecimila scienziati che sostengono una teoria non fanno sì che quella teoria sia dimostrata
Un milione di uomini che invocano una legge non la stabiliscono per questo giusta
Cento milioni di elettori che scelgono una parte politica non la rendono per questo la scelta migliore.

Non è il numero che decide del vero e del falso, del giusto o dell’ingiusto.
Il sentire comune, la scienza, la legislazione umana o la democrazia sono solo tentativi di comprensione, che per riuscire presuppongono conoscenza dei fatti, onestà intellettuale, corretto uso della ragione. Ma ciò che è vero è vero.

Se tutta l’umanità intera credesse una menzogna, non per questo essa diverrebbe verità.

Originale pubblicato su Berlicche il 21/1/2019

La lingua dell’universo

Dove ci porta studiare l’universo senza mai alzare lo sguardo  dai numeri? In questo approfondimento diviso in tre “puntate” cercheremo di dare una risposta, per quanto parziale, alla luce dei più recenti sviluppi della scienza. E partiremo da lontano, da Pitagora, che fu il primo a predicare in Occidente che “ogni cosa si adatta al numero“. Gli credettero in molti, anche Galileo che nel suo Saggiatore accettò che l’universo fosse «scritto in lingua matematica e i caratteri son […] figure geometriche […] senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto». Leggi tutto..

 

Tirando le somme

Ma noi, non specialisti? Cosa dedurre da questa full immersion nella fisica e nella cosmologia? Aspettiamo che venga costruito un acceleratore da 500 GeV sulla luna nel 2231? Qualcosa di certo c’è già ora. E’ indubbio per esempio, che la scoperta della natura dei pianeti, dei sistemi stellari e delle galassie rappresenti una conoscenza che ha contribuito molto a delineare la reale collocazione dell’uomo nel cosmo. Ancora di più, la scoperta del Big bang, dell’origine del “tutto” è una pietra miliare nella storia della conoscenza umana, continua..

Un universo impossibile

Esperimento ATLAS, 2012

Abbiamo visto nella precedente puntata come la “Supersimmetria”, se confermata,  risolverebbe molti dei problemi della fisica. Vediamo in questa puntata come spiegherebbe quello della minuscola massa del bosone di Higgs.  Per dare conto del fenomeno, in trent’anni di duro lavoro, i fisici hanno immaginato l’esistenza di decine di “superpaticelle” che, marcando stretto la loro controparte “standard”, fornirebbero durante l’interazione col campo di Higgs una “guida” precisa per sottrarre ed aggiungere massa al campo. Continua..

Il Big Bang ed il “fine tuning”

G. Lamaitre

Iniziamo questa ennesima puntata di approfondimento sulla natura dell’universo con una domanda che può apparire fuori luogo: perchè il cielo di notte è scuro? In pochi ci pensano ma dalla risposta deriva una grande verità. All’inizio dell’800 se lo chiese anche l’astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers: con l’universo infinito e pieno di infinite stelle il cielo sarebbe dovuto essere zeppo di luce di stelle e non scuro. Fu stranamente uno un letterato, Edgar Allan Poe a mettere in dubbio che l’universo fosse infinito, leggi tutto..

Spiegazione divina

il Big Bang «domanda a gran voce una spiegazione divina e infatti si accorda perfettamente con l’idea di un Dio Creatore trascendente. Non riesco a capire come la natura avrebbe potuto crearsi da sé. Solo una forza al di fuori del tempo e dello spazio avrebbe potuto fare una cosa simile»

Francis Collins, il genetista capo del team che ha sequenziato del DNA umano, direttore del National Institutes of Health, (“Il linguaggio di Dio”, 2007, pag. 63)

Scientismo, in breve

Sappiamo tutto“: “Sappiamo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Veniamo dall’intera storia della evoluzione, cosmica e poi terrestre“. E’ quanto afferma una bandiera dell’ateismo filosofico nostrano, Paolo Flores d’Arcais in un libro in cui dialoga col Cardinale Angelo Scola. Quella che già a prima vista sembra una “sparata cosmica”, per dirla educatamente, porta come conseguenza per il nostro che mentre “… un tempo le dispute filosofico-teologiche su fede e ragione erano esplicite, si andava alla radice. Oggi, per paura di ferire la sensibilità di chi ha fede, l’ateo è spesso reticente”. E’ tutto chiaro? Gli onniscienti scienziati [il “noi” sottinteso del “sappiamo tutto” -ndr-]  eviterebbero di fare  sfoggio di erudizione per non offendere nella discussione i credenti ignoranti.  Ma veramente sappiamo tutto delle questioni cruciali come da dove viene il cosmo, la vita, la nostra specie, la nostra essenza e cioè l’autocoscienza? Proviamo a farcelo confermare da scienziati rigorosamente atei od agnostici, per evitare “conflitti d’interesse”.

Circa l’origine del cosmo, per iniziare, il grande cosmologo Alexander Vilenkin afferma: “i cosmologi non si posso più nascondere dietro la possibilità di un Universo che si perde in un passato eterno. Non c’è via d’uscita: non resta che affrontare il problema dell’ inizio del cosmo“. ( Un solo mondo o infiniti?, 2006 ). E circa l’inizio cosa si può dire ad oggi? Il fisico Steven Weinberg spiega che : “possiamo tracciare la storia dell’espansione del cosmo indietro nel tempo, fino al […] primo milionesimo di secondo, ma non sappiamo […] chi fu a far partire l’orologio. Probabilmente non lo sapremo mai, come non potremo mai comprendere il perché delle leggi ultime della natura”.

Ma i libri scolastici dicono che sappiamo come è nata la vita, vero? Richard Dawkins, massimo esponente dell’ateismo biologico ammette mestamente che: “nessuno sa come è iniziata…nessuno sa niente“. Ma forse abbiamo certezze su come sia saltato fuori l’Homo Sapiens: “siamo una specie nuova, certo. Ma è altrettanto certo che ci siamo evoluti da specie preesistenti (anche se non conosciamo di preciso tutti i passaggi e forse non li conosceremo mai..)” riferisce con una discreta confusione la paleoantropologa cattedrattica Olga Rickards. Va bene, abbiamo capito che siamo a zero, ma almeno per l’autocoscienza, l’elemento che da solo fa di un primate un uomo, sappiamo da dove diavolo viene? E qui il premio Nobel per la fisica Erwin Schrödinger taglia corto togliendoci ogni speranza: «la coscienza non può essere spiegata in termini fisici e nei termini di nessun’altra cosa» ( General Scientific and Popular Papers”, 1984).

Premesso che tali valutazioni sono dominanti nel mondo scientifico, egregio Flores d’Arcais, è mai pensabile che se Socrate fosse a conoscenza delle splendide “certezze” di cui disponiamo muterebbe dal suo timido“sappiamo di non sapere” in un trionfante “sappiamo tutto”? Eppure il Paolo dell’ateismo nazionale ne rimane convinto, nonostante proprio il filosofo ateniese, ad un certo punto della sua vita, abbia abbandonato lo studio delle “scienze naturali” in quanto studio “del relativo” per approdare alla filosofia, studio “del tutto”, cioè dell’assoluto. Non sappiamo quali misteriose verità sorreggano Flores d’Arcais ma, in ogni caso, l’impressione che dà è d’essere vittima di un “delirio d’onniscienza” col carattere della cronicità.

Logica insufficienza

Epimenide di Creta (VIII- VII secolo a. C.) fu un filosofo e taumaturgo greco che conosciamo soprattutto per il “paradosso del mentitore”. La sua affermazione:  «tutti i Cretesi sono bugiardi» è giunta fino a noi come esempio di indecidibilità (impossibilità di verifica circa la sua veridicità o falsità).

Era infatti egli cretese e questo rendeva la frase falsa; ma anche fosse stato, putacaso, solo in questa occasione veritiero, la frase sarebbe stata di nuovo falsa in quanto perchè non tutti i Cretesi erano bugiardi. Nel cosro dei secoli altre formulazioni del paradosso sono state formulate, la più famosa delle quali è: “questa frase è falsa”(se fosse vera allora non sarebbe falsa sul serio, se fosse falsa in senso verrebbe ribaltato). Ma quale è la rilevanza per la logica moderna di questi antichi giochetti?

La rilevanza sta nel fatto con esse ci si accorse che esistono formulazioni indecidibili e che queste che queste contagiano pure la  matematica. Di più, Kurt Gödel dimostrò nel 1930 che è la stessa matematica a soffrire di indecidibilità. La scoperta dell’ “incompletezza della matematica” portò il programma scientista di fine ottocento in un vicolo cieco: fu chiaro che le scienze fondate sulla matematica non possono dare risposte assolute ed oggettive (senza l’intervento dell’intuito umano). Insomma un macigno sulla scienza che ha prodotto “… il profondo malessere intellettuale che da 75 anni opprime le migliori menti. Una crisi attutita, latente, sotterranea, ha continuato a strisciare fino ai nostri giorni..” ( G. Di Saverio, professore di filosofia, 2003 ). Ma ne parleremo ancora..

 

Infinitamente Margherita

M. Hack

L’astronoma Margherita Hack, da buona comunista, radicale, garante scientifica del CICAP, presidente del UAAR, era atea fino al midollo. Invitata in ogni salotto mediatico, con la sua ruvida cadenza toscana e la sua faccia da contadinotta d’altri tempi, ammettiamolo,  bucava lo schermo parlando di universo, stelle e pianeti. Lusingata da continui elogi ed additata come bandiera della scienza nazionale, Margherita Hack ammetteva candidamente: «È un onore, ma non credo di meritarlo, non ho scoperto nulla». Già, non scoprì mai nulla, in compenso con un mare di libri difese il suo “credo” ateo  mantenendo viva una teoria morta e defunta negli anni settanta, quella dell’universo eterno ed infinito. Ma perchè una tale scienziata avrebbe dovuto sostenere fino alla morte sopraggiunta nel 2013 una teoria ormai abbandonata da tutto il mondo scientifico?

Ma prima di rispondere, per capire, facciamo un passo indietro, fino alla Agrigento di venticinque secoli fa; qui infatti visse il filosofo greco Empedocle che, tra le altre cose, si occupò di fisica sostenendo quello che dopo di lui nessuno ha più osato mettere in dubbio e cioè che in natura nulla viene dal nulla ma tutto si trasforma. Chiaro no? Qualcosa di esistente deve [pro]venire da qualcos’altro di esistente. Con l’affermazione del cristianesimo in Occidente, molti pensatori cristiani si misero in testa di sfruttare tale “dogma” filosofico per dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio. L’universo poteva essersi creato da sé stesso? Pareva di no. Era quindi per loro necessario un creatore, una causa non causata perchè qualcosa esistestesse invece che il nulla. Il fatto è che, a rigor di logica, l’universo non deve necessariamente essere “creato” in quanto potenzialmente eterno. In questo caso esisterebbe in sè e si trasformerebbe a partire da sé stesso.

W. of Ockham

L’assenza della necessità logica di un creatore, peraltro sostenuta da Tommaso D’acquino, era un concetto ben chiaro al frate francescano inglese William of Ockham, tanto che, il suo “rasoio” dissuadette molti credenti a sostenere l’esistenza di Dio con una tale scivolosa teoria: se abbiamo due possibili soluzioni per un problema, a parità di fattori(che siano plausibili ambedue) si dovrà preferire quella più semplice. Quindi alla domanda delle domande: “perchè esiste il cosmo invece che nulla?” si può rispondere:

a) il cosmo è infinito, esiste da sempre (risposta non teista)

b) il cosmo è finito e fu creato Dio che è eterno ed infinito (risposta teista)

La seconda risposta introduce un termine in più e quindi il “rasoio di Ockham”la mette da parte perchè meno semplice. Tale principio ebbe grande successo nell’Illuminismo, non solo per chiudere la bocca ai credenti ma anche per far progredire la conoscenza in maniera sana. Che il modo di ragionare  fosse  diventato uno dei pilastri della scienza moderna lo sapeva bene anche il famoso matematico ateo Bertrand Russel che, in una famosa tenzone radiofonica del 1948, capitalizzando il vantaggio regalatogli dal “rasoio”, azzittì il gesuita Coplestone: “L’universo è lì, e questo è tutto“. In quegli anni, infatti, il mondo della cosmologia assisteva allo scontro tra la visione “classica” di un universo infinito(stazionario) e quella”rivoluzionaria” di un universo con un inizio (il Big Bang, evolutivo). Quest’ultima teoria, e qui torniamo alla Hack, sembrò un’inaccettabile assurdità” a molti scienziati[fra i quali lei stessa], soprattutto a quelli che lo vedevano come un ritorno al fiat lux della Bibbia.[..] Si divisero praticamente in due fazioni, a seconda delle loro credenze – atei ed agnostici più favorevoli al modello stazionario, i credenti a quello evolutivo”.(  M. Hack, Il mio infinito, 2011, pp.123-4 ).

A. Penzias

La situazione però si risolse nel 1967 quando i premi Nobel Arno Penzias e Robert Woodrow Wilson scoprirono la prima prova della teoria del Big Bang: la radiazione cosmica di fondo. Gli atei così persero il loro vantaggio filosofico: una delle due risposte alla domanda sul cosmo non era più vera (l’universo aveva avuto un inizio!) e rimaneva in piedi solo la seconda risposta: Dio ha creato l’universoNaturalmente molti, e tra questi la Hack, rifiutarono la realtà ideando ” vie di fuga influenti che cercano di preservare lo status quo nonteista”. ( A. Flew-R.A. Varghese, There is a God, 2007 ).  Nonostante sia «consolidata l’osservazione[…] di una fase primordiale calda dell’universo»( M. Bersanelli, astrofisico dell’Agenzia Spaziale Europea), e cioè di un inizio del cosmo,  la  Margherita nazionale continuò a difendere l’universo infinito ed eterno con affermazioni del tipo: «sarebbe tutto più semplice se fosse così». Commovente “fede” atea.

Ma la dura realtà del Big Bang ed il suo scopritore, il padre gesuita Georges Lamaître, incombono tutt’oggi sulle fantasiose speranze scientiste: il fatto che“che gli astronomi abbiano identificato l’evento della creazione mette veramente la cosmologia vicino al tipo di teologia naturale medioevale che ha cercato di trovare Dio identificando la causa prima». (A. Sandage, astrofisico, citazione da“Solo lo stupore conosce”, BUR 2003, pag. 337).