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Scientismo, in breve

Sappiamo tutto“: “Sappiamo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Veniamo dall’intera storia della evoluzione, cosmica e poi terrestre“. E’ quanto afferma una bandiera dell’ateismo filosofico nostrano, Paolo Flores d’Arcais in un libro in cui dialoga col Cardinale Angelo Scola. Quella che già a prima vista sembra una “sparata cosmica”, per dirla educatamente, porta come conseguenza per il nostro che mentre “… un tempo le dispute filosofico-teologiche su fede e ragione erano esplicite, si andava alla radice. Oggi, per paura di ferire la sensibilità di chi ha fede, l’ateo è spesso reticente”. E’ tutto chiaro? Gli onniscienti scienziati [il “noi” sottinteso del “sappiamo tutto” -ndr-]  eviterebbero di fare  sfoggio di erudizione per non offendere nella discussione i credenti ignoranti.  Ma veramente sappiamo tutto delle questioni cruciali come da dove viene il cosmo, la vita, la nostra specie, la nostra essenza e cioè l’autocoscienza? Proviamo a farcelo confermare da scienziati rigorosamente atei od agnostici, per evitare “conflitti d’interesse”.

Circa l’origine del cosmo, per iniziare, il grande cosmologo Alexander Vilenkin afferma: “i cosmologi non si posso più nascondere dietro la possibilità di un Universo che si perde in un passato eterno. Non c’è via d’uscita: non resta che affrontare il problema dell’ inizio del cosmo“. ( Un solo mondo o infiniti?, 2006 ). E circa l’inizio cosa si può dire ad oggi? Il fisico Steven Weinberg spiega che : “possiamo tracciare la storia dell’espansione del cosmo indietro nel tempo, fino al […] primo milionesimo di secondo, ma non sappiamo […] chi fu a far partire l’orologio. Probabilmente non lo sapremo mai, come non potremo mai comprendere il perché delle leggi ultime della natura”.

Ma i libri scolastici dicono che sappiamo come è nata la vita, vero? Richard Dawkins, massimo esponente dell’ateismo biologico ammette mestamente che: “nessuno sa come è iniziata…nessuno sa niente“. Ma forse abbiamo certezze su come sia saltato fuori l’Homo Sapiens: “siamo una specie nuova, certo. Ma è altrettanto certo che ci siamo evoluti da specie preesistenti (anche se non conosciamo di preciso tutti i passaggi e forse non li conosceremo mai..)” riferisce con una discreta confusione la paleoantropologa cattedrattica Olga Rickards. Va bene, abbiamo capito che siamo a zero, ma almeno per l’autocoscienza, l’elemento che da solo fa di un primate un uomo, sappiamo da dove diavolo viene? E qui il premio Nobel per la fisica Erwin Schrödinger taglia corto togliendoci ogni speranza: «la coscienza non può essere spiegata in termini fisici e nei termini di nessun’altra cosa» ( General Scientific and Popular Papers”, 1984).

Premesso che tali valutazioni sono dominanti nel mondo scientifico, egregio Flores d’Arcais, è mai pensabile che se Socrate fosse a conoscenza delle splendide “certezze” di cui disponiamo muterebbe dal suo timido“sappiamo di non sapere” in un trionfante “sappiamo tutto”? Eppure il Paolo dell’ateismo nazionale ne rimane convinto, nonostante proprio il filosofo ateniese, ad un certo punto della sua vita, abbia abbandonato lo studio delle “scienze naturali” in quanto studio “del relativo” per approdare alla filosofia, studio “del tutto”, cioè dell’assoluto. Non sappiamo quali misteriose verità sorreggano Flores d’Arcais ma, in ogni caso, l’impressione che dà è d’essere vittima di un “delirio d’onniscienza” col carattere della cronicità.

Logica insufficienza

Epimenide di Creta (VIII- VII secolo a. C.) fu un filosofo e taumaturgo greco che conosciamo soprattutto per il “paradosso del mentitore”. La sua affermazione:  «tutti i Cretesi sono bugiardi» è giunta fino a noi come esempio di indecidibilità (impossibilità di verifica circa la sua veridicità o falsità).

Era infatti egli cretese e questo rendeva la frase falsa; ma anche fosse stato, putacaso, solo in questa occasione veritiero, la frase sarebbe stata di nuovo falsa in quanto perchè non tutti i Cretesi erano bugiardi. Nel cosro dei secoli altre formulazioni del paradosso sono state formulate, la più famosa delle quali è: “questa frase è falsa”(se fosse vera allora non sarebbe falsa sul serio, se fosse falsa in senso verrebbe ribaltato). Ma quale è la rilevanza per la logica moderna di questi antichi giochetti?

La rilevanza sta nel fatto con esse ci si accorse che esistono formulazioni indecidibili e che queste che queste contagiano pure la  matematica. Di più, Kurt Gödel dimostrò nel 1930 che è la stessa matematica a soffrire di indecidibilità. La scoperta dell’ “incompletezza della matematica” portò il programma scientista di fine ottocento in un vicolo cieco: fu chiaro che le scienze fondate sulla matematica non possono dare risposte assolute ed oggettive (senza l’intervento dell’intuito umano). Insomma un macigno sulla scienza che ha prodotto “… il profondo malessere intellettuale che da 75 anni opprime le migliori menti. Una crisi attutita, latente, sotterranea, ha continuato a strisciare fino ai nostri giorni..” ( G. Di Saverio, professore di filosofia, 2003 ). Ma ne parleremo ancora..

 

Infinitamente Margherita

M. Hack

L’astronoma Margherita Hack, da buona comunista, radicale, garante scientifica del CICAP, presidente del UAAR, era atea fino al midollo. Invitata in ogni salotto mediatico, con la sua ruvida cadenza toscana e la sua faccia da contadinotta d’altri tempi, ammettiamolo,  bucava lo schermo parlando di universo, stelle e pianeti. Lusingata da continui elogi ed additata come bandiera della scienza nazionale, Margherita Hack ammetteva candidamente: «È un onore, ma non credo di meritarlo, non ho scoperto nulla». Già, non scoprì mai nulla, in compenso con un mare di libri difese il suo “credo” ateo  mantenendo viva una teoria morta e defunta negli anni settanta, quella dell’universo eterno ed infinito. Ma perchè una tale scienziata avrebbe dovuto sostenere fino alla morte sopraggiunta nel 2013 una teoria ormai abbandonata da tutto il mondo scientifico?

Ma prima di rispondere, per capire, facciamo un passo indietro, fino alla Agrigento di venticinque secoli fa; qui infatti visse il filosofo greco Empedocle che, tra le altre cose, si occupò di fisica sostenendo quello che dopo di lui nessuno ha più osato mettere in dubbio e cioè che in natura nulla viene dal nulla ma tutto si trasforma. Chiaro no? Qualcosa di esistente deve [pro]venire da qualcos’altro di esistente. Con l’affermazione del cristianesimo in Occidente, molti pensatori cristiani si misero in testa di sfruttare tale “dogma” filosofico per dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio. L’universo poteva essersi creato da sé stesso? Pareva di no. Era quindi per loro necessario un creatore, una causa non causata perchè qualcosa esistestesse invece che il nulla. Il fatto è che, a rigor di logica, l’universo non deve necessariamente essere “creato” in quanto potenzialmente eterno. In questo caso esisterebbe in sè e si trasformerebbe a partire da sé stesso.

W. of Ockham

L’assenza della necessità logica di un creatore, peraltro sostenuta da Tommaso D’acquino, era un concetto ben chiaro al frate francescano inglese William of Ockham, tanto che, il suo “rasoio” dissuadette molti credenti a sostenere l’esistenza di Dio con una tale scivolosa teoria: se abbiamo due possibili soluzioni per un problema, a parità di fattori(che siano plausibili ambedue) si dovrà preferire quella più semplice. Quindi alla domanda delle domande: “perchè esiste il cosmo invece che nulla?” si può rispondere:

a) il cosmo è infinito, esiste da sempre (risposta non teista)

b) il cosmo è finito e fu creato Dio che è eterno ed infinito (risposta teista)

La seconda risposta introduce un termine in più e quindi il “rasoio di Ockham”la mette da parte perchè meno semplice. Tale principio ebbe grande successo nell’Illuminismo, non solo per chiudere la bocca ai credenti ma anche per far progredire la conoscenza in maniera sana. Che il modo di ragionare  fosse  diventato uno dei pilastri della scienza moderna lo sapeva bene anche il famoso matematico ateo Bertrand Russel che, in una famosa tenzone radiofonica del 1948, capitalizzando il vantaggio regalatogli dal “rasoio”, azzittì il gesuita Coplestone: “L’universo è lì, e questo è tutto“. In quegli anni, infatti, il mondo della cosmologia assisteva allo scontro tra la visione “classica” di un universo infinito(stazionario) e quella”rivoluzionaria” di un universo con un inizio (il Big Bang, evolutivo). Quest’ultima teoria, e qui torniamo alla Hack, sembrò un’inaccettabile assurdità” a molti scienziati[fra i quali lei stessa], soprattutto a quelli che lo vedevano come un ritorno al fiat lux della Bibbia.[..] Si divisero praticamente in due fazioni, a seconda delle loro credenze – atei ed agnostici più favorevoli al modello stazionario, i credenti a quello evolutivo”.(  M. Hack, Il mio infinito, 2011, pp.123-4 ).

A. Penzias

La situazione però si risolse nel 1967 quando i premi Nobel Arno Penzias e Robert Woodrow Wilson scoprirono la prima prova della teoria del Big Bang: la radiazione cosmica di fondo. Gli atei così persero il loro vantaggio filosofico: una delle due risposte alla domanda sul cosmo non era più vera (l’universo aveva avuto un inizio!) e rimaneva in piedi solo la seconda risposta: Dio ha creato l’universoNaturalmente molti, e tra questi la Hack, rifiutarono la realtà ideando ” vie di fuga influenti che cercano di preservare lo status quo nonteista”. ( A. Flew-R.A. Varghese, There is a God, 2007 ).  Nonostante sia «consolidata l’osservazione[…] di una fase primordiale calda dell’universo»( M. Bersanelli, astrofisico dell’Agenzia Spaziale Europea), e cioè di un inizio del cosmo,  la  Margherita nazionale continuò a difendere l’universo infinito ed eterno con affermazioni del tipo: «sarebbe tutto più semplice se fosse così». Commovente “fede” atea.

Ma la dura realtà del Big Bang ed il suo scopritore, il padre gesuita Georges Lamaître, incombono tutt’oggi sulle fantasiose speranze scientiste: il fatto che“che gli astronomi abbiano identificato l’evento della creazione mette veramente la cosmologia vicino al tipo di teologia naturale medioevale che ha cercato di trovare Dio identificando la causa prima». (A. Sandage, astrofisico, citazione da“Solo lo stupore conosce”, BUR 2003, pag. 337).

 

L’enigma della coscienza

La coscienza è quel fenomeno psichico che permette all’individuo di percepirsi esistente, distinto dall’ambiente circostante, di localizzarsi nello spazio e nel tempo. Così definita la coscienza, ed in particolare la sua forma riflessiva, l’autocoscienza, è elemento distintivo ed escusivo dell’uomo. Un articolo di Le Scienze del giugno del 2018 chiarisce qual è lo stato dell’arte sugli studi scientifici circa la coscienza. “Se si parla di coscienza I filosofi hanno molto da dire” esordisce l’autrice. Il problema del suo studio, che appare essere appunto soprattutto filosofico, rischia di essere una chimera per la

D. Dennett

scienza positivistica. Ciononostante per “the hard problem” gli studiosi si arrampicano sugli specchi di teorie dai nomi esotici : esistono le ” enattiviste”, le “sensitivo-motorie”, la teoria della “mente diffusa” e della “mente-mondo”. Si tranquillizza il lettore della assenza, in questa sede, della volontà approfondire quelle che sono pure speculazioni, più che teorie. Basti dire la loro somma produce la sensazione che esse non possiedano gli strumenti adatti per indagare un fenomeno di tipo spiccatamente metafisico. Questo aspetto, che si manifesta nell’insight (intuito) e nella percezione di “essere presenti” a noi stessi, viene dai “riduzionisti” come il filososofo ateo D. Dennet considerato “perfettamente riconducibile a fenomeni elettrochimici del cervello. La coscienza umana è illusione”non c’è nulla di misterioso nella “coscienza”. E certamente non c’è motivo di andare oltre la fisica.” ( Breaking the Spell, 2006, 244). Nonostante questa spavalderia e decenni trascorsi ad aprire una breccia in questo mistero insolubile, la comunità scientifica arranca a produrre fattie  e “i filosofi cercano di dare forma una teoria della coscienza che possa aiutare gli sperimentalisti a disegnare ricerche utili per risolvere l’enigma”. Insomma, la scienza è in alto mare e nessuna teoria viene universalmente riconosciuta come valida.

Kurt Godel

Particolare attenzione merita il tentativo di ricreare con algoritmi il cervello ed il suo supposto prodotto, la coscienza: stiamo parlando della possibilità di ricreare l’intelligenza artificiale al computer, cosa per nulla scontata. Infatti, nei primi decenni del ventesimo secolo fu chiaro con i lavori di Kurt Gödel, uno dei più grandi logici della storia dell’umanità, che un sistema formale (come quello matematico del computer) è incapace di dare coerenza/completezza a sé stesso ed ai suoi risultati: si tratta dei famosi “teoremi d’’incompletezza di Gödel” che, per alcuni scienziati tra cui R. Penrose (La mente nuova dell’imperatore, 1989), escludono la possibilità di creare un’intelligenza artificiale in quanto tale “sistema” dovrebbe possedere in sé l’insight, l’intuito, capace di “dimostrare” gli assiomi della matematica altrimenti indimostrabili all’interno del sistema formale stesso. E’ infatti questo fenomeno che fornisce coerenza al sistema formale, non il calcolo matematico. Di più, l’intuito appare inconciliabile ed per certi versi opposto al puro calcolo.

Quindi pietra tombale sull’intelligenza artificiale? Quasi. Gödel stesso chiarì negli anni ’50 che i suoi teoremi non escludono a priori la possibilità di creare l’intelligenza artificiale, quanto piuttosto, nel peggiore dei casi, la nostra capacità di verificare se quella che abbiamo creato è effettivamente una vera intelligenza. In altre parole, se non siamo solo “macchine” matematiche e quindi siamo dotati di libero arbitrio, insight ed autocoscienza,  non possiamo creare intelligenza artificiale necessaria per la verifica scientifica delle teorie sulla coscienza stessa; se invece siamo solo “macchine” e l’intuito è solo un’illusione, come sostiene Dennet, possiamo creare macchine simili a noi con un sistema di algoritmi, ma in questo caso non siamo in grado di studiare né noi stessi, né il sistema creato.  Le conseguenze sono macigni: se infatti manca questa verifica logico-matematica i lavori sulla coscienza rimarranno senza controllo sperimentale, neanche lontanamente immaginabile ad oggi, rimanendo per sempre quello che sono in effetti, cioè fenomeni di pertinenza filosofica e teologica.

Evoluzione infalsificabile

Karl Raimund Popper fu il maggiore epistemiologo della scienza del XX secolo. Il filosofo, mancato nel 1994, sosteneva che una teoria scientifica è tale in quanto falsificabile: « L’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. »( Filosofia e pedagogia dalle origini a oggi, vol. 3, p. 615, 1986).

K. Popper

Non basta quindi il criterio della verificabilità perchè una teoria sia scientifica, ma è necessaria la possibilità di prevedere un test che la può rendere falsa: « Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato. »      (Albert Einstein, lettera a Max Born, 1926).

Ebbene Popper si occupò, tra le altre cose,  anche della coscienza animale scrivendo: «L’emergere della coscienza nel mondo animale è un mistero grande forse quando l’origine della vita stessa. Tuttavia si deve presumere, nonostante l’impenetrabile difficoltà, che sia un prodotto dell’evoluzione, della selezione naturale».(J. C. Eccles, La meraviglia di essere uomo, 1988).

Tralasciando in questa sede l’incapacità della scienza di mostrare come la vita in sé abbia avuto origine, l’apodittico enunciato afferma che la coscienza nel mondo animale rappresenta un altro enorme problema per la teoria dell’ evoluzione, un problema tanto “impenetrabile” da configurare un “mistero”. Ecco però che, di fronte ad un mistero impenetrabile, il filosofo, invece di ammettere lo smacco,  opera una scelta del “si deve presumere“,  una scelta di fede a favore di una visione teorica, quella dell’evoluzione. Ma che possibilità di essere falsificata ha essa?  Pare infatti che, per stessa ammissione dell’autore, l’origine del suo oggetto è ad oggi del tutto impenetrabile. Difficile immaginare una falsificabilità di una teoria che ha come oggetto qualcosa di irriducibile al rigore scientifico.

Di più, quel “si deve” esprime il disagio di una scelta obbligata dal risagio, in sua assenza, di tornare ad una spiegazione teologica. Ma un’unica teoria possibile, può veramente aiutare a capire?

“..non potevo immaginare l’essere ateo in qualsiasi momento prima del 1859, quando è stata pubblicata L’origine delle specie di Darwin”, affermava nel 1985 il biologo R. Dawkins, in The Blind Watchmaker, ed è evidente che tale teoria è necessaria in quanto strumentale alla posizione atea. Ma Popper stesso ha affermato a riguardo che « Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(K. Popper, Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994). 

E quindi? La selezione naturale viene accettata  senza una ragionevole speranza di falsificabilità tramite il modus tollens. Ergo, tenendo buono il pensiero di Popper stesso, la teoria dell’origine della coscienza per selezione naturale è una teoria in senso metafisico e non scientifico: nell’attesa fideistica che possa guadagnarsi un giorno il grado di teoria scientifica, è ad oggi solo una prospettiva dotata di un certo senso, non falsificabile ma che può aiutare lo scienziato ad inquadrare un problema. (E. Morin, La conoscenza della conoscenza, 1986). Piuttosto che un ritorno alla Genesi, insomma.. meglio che niente.

Sotto la scure della falsificabilità popperiana decadono quindi dal rango di “scienza”, non solo le religioni con la teologia e la metafisica, non solo il marxismo,  l’astrologia e la pscicanalisi, ma anche la stessa teoria della selezione naturale.

 

L’oppio di Marx

Uno degli sloagan più conosciuti e, ahimè osannati, è “La religione è l’oppio dei popoli“.

La frase è del filosofo tedesco Karl Marx (1818-1883) e sostiene in pratica che la situazione sociale disagiata ha portato la gente ad “inventarsi” una serie di credenze per provare sollievo, per sopportare il sopruso, l’alienazione, la fatica.

Tralasciando in questa sede le “magnifiche sorti e progressive” che la sua ideologia regalerà al mondo, di primo acchito, di fronte a cotanta apodittica affermazione, si può rimanere attoniti. Avete sentito dire: “La grande muraglia cinese si vede dalla luna”! E’ una cosa simile. Ragionando solo sulla lunghezza della muraglia, la cosa non appare poi così irragionevole. Ma se si considera la larghezza della costruzione le cose cambiano.. Tornando al nostro discorso, cosa si cela veramente dietro alla frase di Marx?

Innanzitutto la fede in qualcos’altro. Sissignori, è il modus tollens, un procedimento logico efficacissimo se le credenze su cui ci si basa sono vere: se si dubita di P è perchè si crede fermamente in x, y e z che sono per loro natura incompatibili con P. Nel nostro caso, se si dubita della coerenza della fede cristiana(P) –a questo si riferiva il nostro filosofo ateo– è perchè si crede nell’infinità dell’universo (x), nel materialismo assoluto (y) e nella completezza della scienza (z). Marx inoltre credeva che x, y e z , allora come ora tutt’altro che dimostrate, fossero incompatibili con la coerenza della fede cristiana. Egli, come tutti noi, “credeva” in qualcosa. Persino gli scienziati, come diceva Michael Polany, devono credere per capire, proprio come Agostino di Ippona: credo ut intelligam è infatti necessario al processo cognitivo.

Il problema è cosa credere e, dal suo punto di vista il buon Karl, immerso nell’ambiente culturale ottocentesco, percepiva vividi i fasti dello scientismo illuminista, la tecnologia che stava cambiando il mondo, ma anche il capitalismo selvaggio ed alienante. Aveva insomma delle attenuanti dovute a ciò che il suo tempo gli poneva dinanzi. Le credenze a quel punto gli apparvero come legacci non solo del progresso, ma della libertà stessa dell’uomo. Sapeva forse della meccanica quantistica? Sapeva forse del dualismo onda particella, dei teoremi di Gödel, del Big Bang? Tutti questi “fatti” scientifici si concretizzarono solo negli anni ’30 del secolo successivo nella “crisi della scienza”, crisi tutt’ora perdurante, nonostante la dilagante propaganda scientista.

Quindi, l’errore del nostro filosofo fu di scommettere la sua “fede” su un mucchietto di vane illusioni umane. Probabilmente avrebbe cercato altri modi per aiutare le masse di oppressi, se solo fosse nato un secolo dopo. La sua affermazione (La religione è…) è quindi legata al suo tempo, secolarizzata, una “verità ad orologeria” e come tale con respiro irrimediabilmente corto rispetto a quelle della cristianità: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno“.