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L’enigma della coscienza

D. Dennett

La coscienza è quel fenomeno psichico che permette all’individuo di percepirsi esistente, distinto dall’ambiente circostante, di localizzarsi nello spazio e nel tempo. Così definita la coscienza, ed in particolare la sua forma riflessiva, l’autocoscienza, è elemento distintivo ed escusivo dell’uomo. Un articolo di Le Scienze del giugno del 2018 chiarisce qual è lo stato dell’arte sugli studi scientifici circa la coscienza. “Se si parla di coscienza I filosofi hanno molto da dire” esordisce l’autrice. Il problema del suo studio, che appare essere appunto soprattutto filosofico, rischia di essere una chimera per la scienza positivistica. Ciononostante per “the hard problem” gli studiosi si arrampicano sugli specchi di teorie dai nomi esotici : esistono le ” enattiviste”, le “sensitivo-motorie”, la teoria della “mente diffusa” e della “mente-mondo”. Si tranquillizza il lettore della assenza, in questa sede, della volontà approfondire quelle che sono pure speculazioni, più che teorie. Basti dire la loro somma produce la sensazione che esse non possiedano gli strumenti adatti per indagare un fenomeno di tipo spiccatamente metafisico. Questo aspetto, che si manifesta nell’insight (intuito) e nella percezione di “essere presenti” a noi stessi, viene dai “riduzionisti” come il filososofo ateo D. Dennet considerato “perfettamente riconducibile a fenomeni elettrochimici del cervello. La coscienza umana è illusione”non c’è nulla di misterioso nella “coscienza”. E certamente non c’è motivo di andare oltre la fisica.” ( Breaking the Spell, 2006, 244). Nonostante questa spavalderia e decenni trascorsi ad aprire una breccia in questo mistero insolubile, la comunità scientifica arranca a produrre fattie  e “i filosofi cercano di dare forma una teoria della coscienza che possa aiutare gli sperimentalisti a disegnare ricerche utili per risolvere l’enigma”. Insomma, la scienza è in alto mare e nessuna teoria viene universalmente riconosciuta come valida.

Kurt Godel

Particolare attenzione merita il tentativo di ricreare con algoritmi il cervello ed il suo supposto prodotto, la coscienza: stiamo parlando della possibilità di ricreare l’intelligenza artificiale al computer, cosa per nulla scontata. Infatti, nei primi decenni del ventesimo secolo fu chiaro con i lavori di Kurt Gödel, uno dei più grandi logici della storia dell’umanità, che un sistema formale (come quello matematico del computer) è incapace di dare coerenza/completezza a sé stesso ed ai suoi risultati: si tratta dei famosi “teoremi d’’incompletezza di Gödel” che, per alcuni scienziati tra cui R. Penrose (La mente nuova dell’imperatore, 1989), escludono la possibilità di creare un’intelligenza artificiale in quanto tale “sistema” dovrebbe possedere in sé l’insight, l’intuito, capace di “dimostrare” gli assiomi della matematica altrimenti indimostrabili all’interno del sistema formale stesso. E’ infatti questo fenomeno che fornisce coerenza al sistema formale, non il calcolo matematico. Di più, l’intuito appare inconciliabile ed per certi versi opposto al puro calcolo.

Quindi pietra tombale sull’intelligenza artificiale? Quasi. Gödel stesso chiarì negli anni ’50 che i suoi teoremi non escludono a priori la possibilità di creare l’intelligenza artificiale, quanto piuttosto, nel peggiore dei casi, la nostra capacità di verificare se quella che abbiamo creato è effettivamente una vera intelligenza. In altre parole, se non siamo solo “macchine” matematiche e quindi siamo dotati di libero arbitrio, insight ed autocoscienza,  non possiamo creare intelligenza artificiale necessaria per la verifica scientifica delle teorie sulla coscienza stessa; se invece siamo solo “macchine” e l’intuito è solo un’illusione, come sostiene Dennet, possiamo creare macchine simili a noi con un sistema di algoritmi, ma in questo caso non siamo in grado di studiare né noi stessi, né il sistema creato.  Le conseguenze sono macigni: se infatti manca questa verifica logico-matematica i lavori sulla coscienza rimarranno senza controllo sperimentale, neanche lontanamente immaginabile ad oggi, rimanendo per sempre quello che sono in effetti, cioè fenomeni di pertinenza filosofica e teologica.

Evoluzione infalsificabile

Karl Raimund Popper fu il maggiore epistemiologo della scienza del XX secolo. Il filosofo, mancato nel 1994, sosteneva che una teoria scientifica è tale in quanto falsificabile: « L’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. »( Filosofia e pedagogia dalle origini a oggi, vol. 3, p. 615, 1986).

K. Popper

Non basta quindi il criterio della verificabilità perchè una teoria sia scientifica, ma è necessaria la possibilità di prevedere un test che la può rendere falsa: « Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato. »      (Albert Einstein, lettera a Max Born, 1926).

Ebbene Popper si occupò, tra le altre cose,  anche della coscienza animale scrivendo: «L’emergere della coscienza nel mondo animale è un mistero grande forse quando l’origine della vita stessa. Tuttavia si deve presumere, nonostante l’impenetrabile difficoltà, che sia un prodotto dell’evoluzione, della selezione naturale».(J. C. Eccles, La meraviglia di essere uomo, 1988).

Tralasciando in questa sede l’incapacità della scienza di mostrare come la vita in sé abbia avuto origine, l’apodittico enunciato afferma che la coscienza nel mondo animale rappresenta un altro enorme problema per la teoria dell’ evoluzione, un problema tanto “impenetrabile” da configurare un “mistero”. Ecco però che, di fronte ad un mistero impenetrabile, il filosofo, invece di ammettere lo smacco,  opera una scelta del “si deve presumere“,  una scelta di fede a favore di una visione teorica, quella dell’evoluzione. Ma che possibilità di essere falsificata ha essa?  Pare infatti che, per stessa ammissione dell’autore, l’origine del suo oggetto è ad oggi del tutto impenetrabile. Difficile immaginare una falsificabilità di una teoria che ha come oggetto qualcosa di irriducibile al rigore scientifico.

Di più, quel “si deve” esprime il disagio di una scelta obbligata dal risagio, in sua assenza, di tornare ad una spiegazione teologica. Ma un’unica teoria possibile, può veramente aiutare a capire?

“..non potevo immaginare l’essere ateo in qualsiasi momento prima del 1859, quando è stata pubblicata L’origine delle specie di Darwin”, affermava nel 1985 il biologo R. Dawkins, in The Blind Watchmaker, ed è evidente che tale teoria è necessaria in quanto strumentale alla posizione atea. Ma Popper stesso ha affermato a riguardo che « Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(K. Popper, Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994). 

E quindi? La selezione naturale viene accettata  senza una ragionevole speranza di falsificabilità tramite il modus tollens. Ergo, tenendo buono il pensiero di Popper stesso, la teoria dell’origine della coscienza per selezione naturale è una teoria in senso metafisico e non scientifico: nell’attesa fideistica che possa guadagnarsi un giorno il grado di teoria scientifica, è ad oggi solo una prospettiva dotata di un certo senso, non falsificabile ma che può aiutare lo scienziato ad inquadrare un problema. (E. Morin, La conoscenza della conoscenza, 1986). Piuttosto che un ritorno alla Genesi, insomma.. meglio che niente.

Sotto la scure della falsificabilità popperiana decadono quindi dal rango di “scienza”, non solo le religioni con la teologia e la metafisica, non solo il marxismo,  l’astrologia e la pscicanalisi, ma anche la stessa teoria della selezione naturale.

 

L’oppio di Marx

Uno degli sloagan più conosciuti e, ahimè osannati, è “La religione è l’oppio dei popoli“.

La frase è del filosofo tedesco Karl Marx (1818-1883) e sostiene in pratica che la situazione sociale disagiata ha portato la gente ad “inventarsi” una serie di credenze per provare sollievo, per sopportare il sopruso, l’alienazione, la fatica.

Tralasciando in questa sede le “magnifiche sorti e progressive” che la sua ideologia regalerà al mondo, di primo acchito, di fronte a cotanta apodittica affermazione, si può rimanere attoniti. Avete sentito dire: “La grande muraglia cinese si vede dalla luna”! E’ una cosa simile. Ragionando solo sulla lunghezza della muraglia, la cosa non appare poi così irragionevole. Ma se si considera la larghezza della costruzione le cose cambiano.. Tornando al nostro discorso, cosa si cela veramente dietro alla frase di Marx?

Innanzitutto la fede in qualcos’altro. Sissignori, è il modus tollens, un procedimento logico efficacissimo se le credenze su cui ci si basa sono vere: se si dubita di P è perchè si crede fermamente in x, y e z che sono per loro natura incompatibili con P. Nel nostro caso, se si dubita della coerenza della fede cristiana(P) –a questo si riferiva il nostro filosofo ateo– è perchè si crede nell’infinità dell’universo (x), nel materialismo assoluto (y) e nella completezza della scienza (z). Marx inoltre credeva che x, y e z , allora come ora tutt’altro che dimostrate, fossero incompatibili con la coerenza della fede cristiana. Egli, come tutti noi, “credeva” in qualcosa. Persino gli scienziati, come diceva Michael Polany, devono credere per capire, proprio come Agostino di Ippona: credo ut intelligam è infatti necessario al processo cognitivo.

Il problema è cosa credere e, dal suo punto di vista il buon Karl, immerso nell’ambiente culturale ottocentesco, percepiva vividi i fasti dello scientismo illuminista, la tecnologia che stava cambiando il mondo, ma anche il capitalismo selvaggio ed alienante. Aveva insomma delle attenuanti dovute a ciò che il suo tempo gli poneva dinanzi. Le credenze a quel punto gli apparvero come legacci non solo del progresso, ma della libertà stessa dell’uomo. Sapeva forse della meccanica quantistica? Sapeva forse del dualismo onda particella, dei teoremi di Gödel, del Big Bang? Tutti questi “fatti” scientifici si concretizzarono solo negli anni ’30 del secolo successivo nella “crisi della scienza”, crisi tutt’ora perdurante, nonostante la dilagante propaganda scientista.

Quindi, l’errore del nostro filosofo fu di scommettere la sua “fede” su un mucchietto di vane illusioni umane. Probabilmente avrebbe cercato altri modi per aiutare le masse di oppressi, se solo fosse nato un secolo dopo. La sua affermazione (La religione è…) è quindi legata al suo tempo, secolarizzata, una “verità ad orologeria” e come tale con respiro irrimediabilmente corto rispetto a quelle della cristianità: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno“.