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Ricapitolando il falso

I disegni del 1874 di Haeckel

È imbarazzante, ma vero: alcuni dei disegni più influenti nella storia della biologia sono sbagliati, esagerati per adattarsi a una tesi” tuona schiettamente The New Scientisti riferendosi ai disegni di Haeckel. Ma, attenzione, nonostante la deliberata falsificazione sia conosciuta da tutto il mondo scientifico, le tavole dello scienziato tedesco, svecchiate ed abbellite, fanno ancora bella mostra di sé su alcuni libri scolastici dei nostri figli. Difficile a credere? Si sfoglino allora le pagine che riguardano la riproduzione umana oppure si salti al capitolo dell’evoluzione darwiniana, le si potranno scoprire tra le ”prove” della stessa. Provare per credere.

L’evoluzionista tedesco Ernst Haeckel dalla fine dell’800 prese a sostenere la “biogenetica” e cioè che “ontogenesi ricapitola la filogenesi”: con la forma degli embrioni delle specie viventi era per lui possibile risalire alle specie estinte da cui derivavano, andando così a colmare l’imbarazzante carenza di prove scientifiche a favore della teoria darwiniana. E siccome si dovevano fornire delle “prove” alla comunità scientifica decise di costruirsele. Il risultato furono dei disegni in cui egli comparava embrioni di diverse specie adattandoli liberamente ai sui scopi: “Haeckel non solo tolse o aggiunse organi ma alterò anche la scala per esagerare le similitudini tra le specie anche quando c’erano differenze di dimensione di 10 volte“. ii Insomma, i disegni di Haeckel “sembrano dimostrarsi uno dei più famosi falsi della biologia” iii e quando fu sorpreso con le dita nella mermellata Haeckel si difese tirando nella mischia altri scienziati “dovrei considerarmi condannato e annichilito, se non avessi la consolazione di vedere accanto a me sul banco degli imputati centinaia di colleghi colpevoli, tra cui molti dei più fidati osservatori e dei più stimati biologi. La grande maggioranza di tutti i diagrammi presenti nei migliori testi di biologia, nei trattati e nei giornali presenta lo stesso grado di “falsificazione”, in quanto sono tutti inesatti e più o meno manipolati, schematizzati e costruiti“.iv Ma questa sua ammissione fu stranamente dimenticata.

Anche se la scienza moderna sa che “ La legge biogenetica è sicuramente morta stecchitav i sui colpi di coda, camuffati da rigorosi studi geneticivi, arrivano fino ai nostri giorni. Nel libro delle scuole medie inferiori che chi scrive ha sotto mano il confronto è tra embrioni di pollo e dell’uomo e si sostiene che “all’inizio gli embrioni si assomigliano molto“. Ovviamente, embrioni con pochissime strutture biologiche si assomiglino tra loro; di più, l’ovulo appena fecondato è presumibilmente pressochè identico, e allora? Una Ferrari rossa ed una 500 possono essere confuse se appaiono come puntini rossi osservati a grande distanza, mentre diventano distinguibili quando s’avvicinanano a chi osserva. Una grande scoperta quindi, tanto da gareggiare con quella dell’acqua calda. Ma un tale ragionamento può sostenere “parantele evolutive”?

Ma perchè mai dovremmo preoccuparci della presenza di tali anacronismi truffaldini nei libri di testo? Prima di tutto perchè puzza alquanto di ideologia che un tale falso scientifico campeggi ancora sui testi delle scuole dell’obbligo, eppoi perchè la superficialità delle “ricapitolazione” embriologica ha già fatto un sacco di danni, ed in molti ambiti. La teoria di Ernst Haeckel infatti, asserisce che un organismo più evoluto ha qualcosa in più rispetto a quello meno evoluto, ed il giochino funziona per addizione: il più evoluto ha qualcosa in più di cui l’altro è sprovvisto. E qui sta il cuore della questione.

S. J. Gould

S. J. Gould, uno dei massimi evoluzionisti del secolo scorso, si occupòvii ampiamente delle nefande conseguenze dell’affermazione della “teoria della ricapitolazione”: l’uso strumentale della biologia a fini ideologici portò alla legittimazione di eccessi non solo nel campo della antropologia criminale lombrosiana e della psicologia infantile, ma fornì anche il substrato pseudoscientifico a condotte imperialiste e persino alla teoria della razza nazista. “Per chiunque voglia affermare l’ineguaglianza innata delle razze,pochi argomenti biologici possono essere più attraenti della ricapitolazione,con la sua insistenza sul fatto che i bambini delle razze superiori (inevitabilmente i propri) passano attraverso e oltre le condizioni permanenti degliadulti delle razze inferiori»viii Di più, popoli più poveri e donne presenterebbero le stimmate “infantili” che li renderebbero “bisognosi” di essere tutelati da popoli più evoluti e padri/mariti. Ecco giustificato ” a fin di bene” imperialismo e paternalismo. Fu quindi naturale buttarsi a studiare polpacci, ombelichi, nasi e cervelli per riconoscervi inequivocabilmente elementi primitivi/infantili.

Ma il fenotipo, le caratteristiche espresse, può essere strumentalizzato a piacimento: così dagli anni ’20 con la pedomorfosi, la ricapitolazione fu usata per giudicare H. sapiens superiore agli altri primati non per essere “più avanti” ma al contrario, per essersi arrestato prima nello sviluppo, ad un livello più infantile degli altri quadrimani, un livello, ben inteso, “ora foriero di novità a venireix , e questo grottesco sviluppo della teoria serpeggia vitale persino ai nostri giorni. E come la mettiamo con la grande mole di “fatti” che decretavano come inferiori neri e donne perchè morfologicamente più infantili? Per evitare che queste fino a quel punto svantaggiate categorie potessero divenire di botto superiori furono presi in considerazione caratteri diversi attestanti a loro volta che ” la razza bianca” sembra essere la più progredita, poiché è la più ritardata“.x Nonostante Gould riconoscesse alla scienza una valenza conoscitiva, seppure “spesso ottusa ed errata“, questo voltagabbanismo scientifico lo spinse ad affermare “«Critico […] il mito che la scienza stessa sia un’impresa obbiettiva […] è un fenomeno sociale, dunque è inevitabilmenteattraversata dalle ideologie, dai conflitti, dagli interessi che animano la società […] La maggioranza dei suoi cambiamenti nel tempo non registra un avvicinamento alla verità assoluta, ma il mutamento dei contesti culturaliche la influenzano così fortemente». xi

E’ quindi così strano immaginare che la longevità del riconosciuto falso scientifico di Haeckel sia tale in quanto ancora funzionale al main stream odierno? Non riusciamo proprio a vederci una giustificazione scientifica per abomini di ogni sorta? Salta in mente, ad esempio, che se in stadi iniziali dell’embriogenesi siamo simili ad animali, non sussiste alcun problema etico a far scempio di quelle vite.

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i Matthew Cobb, How fudged embryo illustrations led to drawn-out lies, The New Scientist, 05 Jan 2015; https://www.newscientist.com/article/mg22530041-200-how-fudged-embryo-illustrations-led-to-drawn-out-lies/

ii Elizabeth Pennisi, “Haeckel’s Embryos: Fraud Rediscovered”, Science, 5 septembre 1997, DOI: 10.1126/science.277.5331.1435a

iii Ibidem

iv Francis Hitching, The Neck of the Giraffe: Where Darwin Went
Wrong
, Ticknor and Fields, New York, 1982, p. 204

v Keith S. Thomson, Ontogeny and Phylogeny Recapitulated

vi T. Domazet, D. Tautz. A phylogenetically based transcriptome age index mirrors ontogenetic divergence patterns. Nature, 2010; 468 (7325): 815 DOI: 10.1038/nature09632; A. T. Kalinka, and coll. Gene expression divergence recapitulates the developmental hourglass model. Nature, 2010; 468 (7325): 811 DOI: 10.1038/nature09634

vii S. J. Gould, Ontogenesi e Filogenesi (1977)

viiiIbidem p. 122

ix Ibidem p. 127

x Ibidem p. 128

xi S. J. Gould, Intelligenza e pregiudizio, p.43

Pasteur, scienza e fede

Moriva il 28 settembre 1895 a Marnes-la-Coquette, Louis pasteur, conosciuto come il padre della microbiologia. In questo articolo, che ne mette in luce gli indubbi successi scientifici, è chiaro anche la sua schietta fede religiosa.

PASTEUR: GRANDE SCIENZIATO, SINCERO CREDENTE E’ il fondatore della microbiologia, ha introdotto la pastorizzazione del latte, ha permesso lo sviluppo dei vaccini, ha dimostrato con esperimenti l’impossibilità che la vita nasca dalla non vita (abiogenesi)

di Francesco Agnoli

Louis Pasteur (1822-1895) è stato il padre della microbiologia (branca della biologia che studia i microorganismi, batteri e virus), e come tale è uno degli scienziati che con le sue scoperte ha giovato maggiormente al benessere dell’umanità.
Pasteur esordisce come chimico, fondando la nuova scienza della stereochimica. Proprio attraverso questi studi, si convince dell’incommensurabilità tra materia bruta, inorganica e materia vivente e asserisce che la vita è un vero “mistero”.
Un’idea questa che resiste tutt’oggi, se è vero come è vero che il padre della biochimica, Erwin Chargaff, vi ha dedicato un intero libro, intitolato “Mistero impenetrabile”, mentre il genetista Francis Collins, dopo aver concluso la mappatura del genoma umano, ha sostenuto che “nessuno scienziato serio oserebbe oggi affermare di avere a portata di mano una spiegazione naturalistica dell’origine della vita”.
Nel 1855 Pasteur comincia a studiare la fermentazione lattica, quella alcolica, quella acetica, le malattie dei vini e della birra. E’ qui che “manifesta la sua genialità” e “mette in evidenza come in ogni genere di fermentazione siano implicati microrganismi di specie diverse; quindi dimostra che, elevando la temperatura del liquido nel quale è in corso una fermentazione, si arresta il processo, presumibilmente per la morte dei microrganismi responsabili” (Guido Cimino, in Storia delle scienze, Roma, 1984). Nasce così la pastorizzazione.
Ma i microrganismi nascono spontaneamente o sono generati da loro simili? Il tema è scientifico, ma anche filosofico.

LA GENERAZIONE SPONTANEA
Vi si erano cimentati, in passato, Francesco Redi e don Lazzaro Spallanzani, il “Galilei della biologia”. Entrambi avevano combattuto, senza darle il colpo mortale, l’idea greca della generazione spontanea (o abiogenesi), presente già in Talete, Anassimandro, Democrito e Aristotele…
Per i Greci la generazione spontanea era un dogma: per i panteisti, che non credevano come ebrei e cristiani, alla creazione dal nulla, tutta la materia era animata, in modo più o meno percettibile, così da non esservi una vera differenza sostanziale tra materia animata e materia inanimata; per i materialisti come Democrito “gli uomini erano stati originariamente generati dall’acqua e dal fango”, attraverso l’aggregarsi di atomi; per Lucrezio “la terra umida di pioggia, per il solo contributo del calore solare, era in grado di generare una grande quantità di piante e di animali”. Lucrezio “era convinto che gli atomi che formavano l’uomo o qualsiasi altro essere vivente, scomponendosi dopo la morte dell’individuo, potevano, in seguito e in condizioni favorevoli, unirsi ancora e formare un nuovo individuo, e tutto questo in maniera casuale” (Antonio Cadeddu, prefazione a Louis Pasteur, Scritti di microbiologia, Teknos, Roma, 1994).
Quando Pasteur si accinge a dare la definitiva dimostrazione sperimentale della impossibilità che la vita nasca dalla non vita, la abiogenesi è diventata, soprattutto dal Settecento, uno degli argomenti della filosofia materialista, “che vedeva nella generazione spontanea una sorta di atto di libertà della natura nei confronti di un qualunque potere sovrannaturale” (Pietro Dri, Pasteur, dal microscopio alle legion d’onore, Le Scienze, Roma, 2013) e riduceva l’alterità tra materia organica e inorganica ad una differenza di grado e non di qualità.
Il 7 aprile 1864, in una serata presso la Sorbona, Pasteur, che è un convinto cattolico, illustra l’impossibilità delle generazioni spontanee e si lascia andare ad un commento nel quale traspare la sua posizione di credente in un Dio creatore: “Quale vittoria, oh signori, per il materialismo se potesse proclamarsi fondato sul fatto certo che la materia autorganizzantesi produce per se stessa la vita; una materia che possiede già in se stessa tutte le forze conosciute! … Ah se noi potessimo aggiungerle quest’altra forza che si chiama vita, e una vita variabile nelle sue manifestazioni a seconda delle condizioni dei nostri esperimenti, che cosa più naturale in questo caso che deificare la materia? A che scopo ricorrere all’idea di una creazione primordiale, davanti al cui mistero occorre ben inchinarsi? A che pro l’idea di un Dio creatore?”.
Ma la generazione spontanea, anche di “esseri microscopici”, conclude Pasteur, è solo “una chimera”.

I VACCINI
Negli stessi anni Pasteur si cimenta nello studio della malattia contagiosa che uccide i bachi da seta e poi in quello delle malattie infettive degli animali: nel 1877 affronta il carbonchio, che uccide il bestiame, individua ed isola il microorganismo responsabile e “dimostra in modo definitivo la teoria del contagio, dando così l’avvio a un nuovo corso della patologia moderna”. Poi individua nuovi agenti patogeni (lo streptococco, lo staffilococco, il pneumococco…) ed affronta il colera dei polli. Nel 1881 sperimenta con successo su 25 montoni un vaccino contro il carbonchio, e così, come ricorda il citato Cimino, “dà inizio all’era della vaccinazione preventiva nei confronti delle malattie infettive”.
Pasteur si colloca dunque sulla scia di E. Jenner che nel 1796 “era riuscito ad immunizzare l’uomo dal vaiolo con materiale prelevato da bovini infetti”. Quello di Jenner, però, “questo era stato un risultato occasionale, ottenuto empiricamente; solo alla luce di una ‘teoria del contagio’, invece, poteva venire l’idea, che genialmente ebbe Pasteur, di rendere artificialmente i microrganismi meno patogeni, tali da procurare uno stato immunitario. In particolare, l’idea del vaccino gli era venuta allorché aveva notato che alcuni polli, infettati con germi del colera ‘attenuati’ (perché conservati a lungo in coltura), contraevano la malattia in forma leggera e, guariti, non erano più soggetti al contagio”. Proprio partendo dal “principio dell’immunizzazione tramite ‘coltura attenuata’, ovvero tramite vaccino, Pasteur riesce a sconfiggere, nel 1885 una terribile malattia, la rabbia”.
Le scoperte di Pasteur toccano ogni campo, anche la chirurgia: dimostrando il legame tra microbi e malattie umane, si certifica la necessità un’adeguata asepsi. Pasteur invita i chirurghi ad utilizzare solo strumenti e medicazioni sterilizzati, a lavarsi bene le mani, a disinfettare, riducendo così enormemente la mortalità generata dai chirurghi che con strumenti e mani infetti divenivano seminatori di microbi e di morte.

IL DIBATTITO
Ma gli innegabili successi non significano che non vi siano, anche tra ottimi medici e scienziati, degli oppositori, tra cui nientemeno che il grande Robert Koch. Il dibattito diventa incandescente quando Pasteur passa dagli animali agli uomini: l’opinione pubblica si divide, per alcuni è un “assassino”. Un tale Joseph Smith, morso da un gatto rabido, viene vaccinato e muore. La polemica monta, ma Pasteur dimostra che il decesso del paziente, pur essendo post hoc, non è propter hoc: il paziente è defunto non a causa del vaccino, ma perché era un alcolizzato, e “la rabbia trova terreno fertile negli etilisti, rendendo inefficace il vaccino”.

PASTEUR FILOSOFO
Un ultimo accenno, al Pasteur filosofo. Il 27 aprile 1882 viene accolto nella Accademia delle Scienze da Ernest Renan, ex sacerdote, negatore della divinità di Cristo e dei miracoli. Nel discorso di saluto Pasteur deve fare l’elogio funebre di Emile Littré, medico e seguace del positivismo di August Comte. Pasteur non esita a dire la sua: Comte e Littrè, figli dell’illusione scientista, ponevano ogni fiducia nella limitata scienza umana, e invitavano a non preoccuparsi “né dell’origine né della fine delle cose, né di Dio né dell’anima, né di teologia, né di metafisica”.
“Quanto a me”, argomenta Pasteur, “mi chiedo in nome di quale nuova scoperta, filosofica o scientifica, si possano estirpare dall’animo umano queste grandi preoccupazioni. Mi sembrano di essenza eterna, perché il mistero che avvolge l’Universo e di cui esse sono emanazione è esso stesso eterno per natura”.
In verità, conclude Pasteur, il positivismo “non tiene conto della più importante delle nozioni positive, quella dell’infinito. Al di là di questa volta stellata che cosa c’è? Nuovi cieli stellati. Sia pure! E al di là ancora? Lo spirito umano, spinto da una forza irresistibile, non smetterà mai di chiedersi: che cosa c’è al di là? Vuole esso fermarsi, sia nel tempo, sia nello spazio? Poiché il punto dove esso si ferma è solo una grandezza finita, soltanto più grande di tutte quelle che l’hanno preceduta, non appena egli comincia ad esaminarlo ritorna la domanda implacabile senza che egli possa far tacere il grido della sua curiosità… Colui che proclama l’esistenza dell’infinito, e nessuno può sfuggirvi, accumula in questa affermazione più sovrannaturale di quanto non ce ne sia in tutti i miracoli, perché la nozione dell’infinito ha la doppia caratteristica di imporsi e di essere insieme incomprensibile… Io vedo ovunque l’inevitabile espressione della nozione dell’infinito nel mondo. Attraverso essa, il soprannaturale è in fondo a tutti i cuori”.
Per questo, conclude, Comte e Littrè avevano torto: “la metafisica non fa che tradurre dentro di noi la nozione dominatrice dell’infinito” e la scienza stessa, in quanto desiderio di capire, non è che “l’effetto dello stimolo del sapere che il mistero dell’universo infonde nella nostra anima”.

PASTEUR E PASCAL
Quanto alla ragione, proprio come Pascal ne aveva indicati i limiti, alla luce della ragione stessa (vedi Pensieri 147, 156 e 159) – ricordando che “tutte le scienze sono infinite nell’estensione delle loro ricerche”, che la peculiare natura dell’uomo “ci impedisce di sapere con certezza e di ignorare in modo assoluto”, e che è impossibile che “una parte”, l’uomo, conosca “il tutto” (Pensieri, 43) -, anche Pasteur dichiara: “ancora più incompatibile con la ragione umana è il credere alla potenza della ragione sui problemi dell’origine e della fine delle cose… Credetemi, di fronte a questi grandi problemi, eterni soggetti di meditazioni solitarie degli uomini, non vi sono che due stati dello spirito: quello fornito dalla fede, la credenza a una soluzione data da una rivelazione divina, e quello del tormento dell’anima tesa alla ricerca di soluzioni impossibili e che questo tormento esprime con un silenzio assoluto (non con le false certezze dei “sistemi nichilisti” del positivismo, ndr) o, ciò che è lo stesso, con la confessione dell’impotenza di nulla comprendere e di nulla conoscere di questi misteri” (L. Pasteur, Opere, Utet).
Infine, sempre con Pascal, anche Pasteur affianca alla ragione, così definita, il cuore: gli “insegnamenti della sua fede (del credente, ndr) sono in armonia con gli slanci del cuore, mentre la credenza del materialista impone alla natura umana ripugnanze invincibili. Che forse il buon senso, il senso intimo di ciascuno non reclama la responsabilità individuale? Al capezzale dell’essere amato colpito dalla morte non sentite in voi qualche cosa che vi grida che l’anima è immortale? E’ un insultare il cuore dell’uomo dire con il materialismo: la morte è il nulla!”. […]

Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 1 minuto) si ricorda l’esperimento scientifico di Pasteur che dimostrò come infondata la tesi, allora dominante, della generazione spontanea della vita, sostenuta dai materialisti atei che così negavano la necessità di un Creatore. Se vuoi vedere il video completo (durata 1 ora) da cui è tratto il seguente frammento, clicca qui!

Titolo originale: Il padre dei vaccini: vita e filosofiaFonte: Libertà e Persona, 9 luglio 2018 Pubblicato su BastaBugie n. 571

Non solo agli esperti

“Così queste pagine hanno anche uno scopo politico che è quello di incoraggiare i lettori a non lasciare la scienza agli esperti, a non farsi disorientare da essa, ma invece a esigere una raffinata comprensione scientifica che possa essere condivisa da tutti»

R.C. Lewontin, scienziato evoluzionista, Biologia come ideologia. La dottrina del DNA, Bollati Boringhieri, 1993, p. 16

La risposta a tutto?

«Tutti i manuali di scienza per le scuole partono da una premessa (o addirittura da una vecchia mitologia) scientista, cioè dalla convinzione che la scienza sia in grado di dare una risposta a tutti i problemi. In tal modo si nega o si nasconde che la scienza si aggira nel mistero e che ogni sua scoperta apre un nuovo mistero.»

Luigi Dell’Aglio cita Giuseppe Sermonti, biologo, genetista e scrittore, Manuali? Ciò che manca è il metodo, in Avvenire 18 agosto 2000

Idee iperboliche

Colpisce l’immaginazione il titolo di un articolo recente di Le Scienze: ” Un meteorite di un’altra stella colpì la Terra nel 2014?” Titolo affascinanante, nessuna sostanza. Basta infatti leggere un po’ per capire che i risultati dello studio che ne è alla base sono inficiati da un altissimo grado di incertezza. La conclusione di Avi Loeb ed Amir Siraj che la terra sarebbe stata colpita da un bolide interstellare in Papua Nuova Guinea nel 2014, è infatti estrapolata da una banca dati che non è nata allo scopo. Di più, come afferma Lindley Johnson della NASA, l’inaffidabiklità dei dati e dei calcoli è tale da porre lo studio oltre ” il punto di rottura della credibilità.”

E allora perchè parlarne? Perchè si può catturare l’attenzione dei lettori con un titolo ad effetto e soprattutto si può riparlare della minestra riscaldata della “panspermia”: l’idea centrale è che un oggetto possa arrivare da un’altra stella sulla terra inseminandola di batteri nati altrove. E se vi chiedete perchè cercare spiegazioni tanto “esose”, l’articolo stesso chiarisce che la comparsa della vita sul nostro pianeta si è verificato con una “rapidità scioccante” , inspiegabile con le nostre conoscenze. Da qui la tentazione di spostarne altrove la sua origine. Ma tali ipotesi poco credibili e meno ancora dimostrabili. Colpiscono l’immaginazione, distogliendola dalla consapevolezza che il mistero delle origini sia dannatamente impenetrabile.

Il progresso cieco

Per migliorare una tecnologia non serve comprenderla“, è il titolo di un recente articolo su Le scienze nel quale scienziati anglo-francesi guidati da Maxime Derex appurano con un esperimento che copiare è stato il meccanismo fondamentale per il progresso tecnologico dei nostri antenati. Ma quella che a prima vista può sembrare l’entusiasmante scoperta dell’ “acqua calda” può da sola spiegare come siamo passati dal’arco ai missili intercontinentali?

L’esperimento in esame ha verificato che studenti arruolati allo scopo modificavano una ruota per renderla più veloce nello scendere su di un percorso inclinato. Per riprodurre in qualche modo il susseguirsi delle generazioni che affinano una tecnologia, i soggetti hanno lavorato riuniti in sessioni separate ma potevano accedere al lavoro ed ai resoconti teorici del gruppo che aveva lavorato in precedenza. Nel corso del test la ruota ha effettivamente migliorato la sua prestazione, ma il fatto che la comprensione da parte degli studenti dei princìpi fisici alla base delle modifiche efficaci fosse ” mediamente mediocre “, ha indotto gli sperimentatori a concludere che nel miglioramento complessivo della velocità di discesa ha agito solo una “selezione” che ha favorito rettifiche vantaggiose originatesi casualmente.

In altre parole, l’evoluzione cognitiva umana sarebbe cieca, ricalcando in questo l’evoluzione biologica, grazie ad un ” accumulo di miglioramenti nel corso delle generazioni “. E’ dunque facile vedere la seconda come un semplice conseguenza della prima. Convincente, no?

Non proprio. Una prima doverosa critica dev’essere avanzata nei confronti degli autori quando pretendono che i nostri antenati, quelli che miglioravano “l’arco o la canoa” in una foresta pluviale ricoperti da moscerini, siano assimilabili ad un gruppo di “studenti” del terzo millennio davanti a carta e tastiera. Ma se anche oggi esistono in regioni sperdute del pianeta tribù prive di un linguaggio per designare il tempo e con parole a designare pochissimi numeri, come è possibile asserire che i metodi conoscitivi dei primitivi siano gli stessi che abbiamo noi? Si considera di fatto nulla l’influenza culturale, ma senza dimostrarlo. Tale enorme limite potrebbe da solo invalidare i risultati dello studio, ma c’è di peggio.

L’idea sottostante è che il progresso umano derivi dal “ragionamento”, intelligenza razionale strutturata in passaggi logici verbalizzati che esprimono il nesso causale dei fenomeni. Ebbene, a molti parrà strano ma non è così. Già più di duemila anni fa Platone nel Menone mette in bocca a Socrate che vedere un problema è vedere qualcosa di nascosto, e risolverlo è anticiparne la soluzione ancor prima di averne afferrato tutti i particolari e nessi causali: o noi conosciamo già, magari sotto altra forma, cosa cerchiamo (il problema non è in effetti tale), o non troveremo mai la soluzione.

Tale intuizione anticipatoria, attribuita da Platone all’immortalità dell’anima e semplicisticamente da lui ricondotta a “riminiscenza” di nozioni apprese in altre vite, richiama l’esprit de finesse che Pascal contrappone a all’esprit de géométrie: quest’ultimo, la capacità logica capace di esprimere i dati della conoscenza, non precede ma segue l’intuizione conoscitiva ottenuta grazie a l’esprit de finesse. Il nucleo originario di conoscenza è, come direbbe il chimico, fisico e filosofo di fama mondiale Michael Polanyi, “conoscenza inespressa”. Tale conoscenza inesperessa ed intuitiva non è insegnabile “se non attraverso esercizi pratici“, esempi formali. Ne deriva una frattura tra quanto possiamo esprimere verbalmente (formalmente espresso) e quanto possiamo afferrare intiutivamente (compreso inespresso).

Una frase attribuita ad Albert Einstein è : “Se non sai spiegarlo a tua nonna, non l’hai capito veramente” e questo pare in contrasto con quanto appena detto. Ma non lo è. Einstein aveva infatti a cuore la formalizzazione semplificante necessaria al metodo scientifico: la formula. Ma lo stesso Einstein aveva ben chiaro che “alcuni concetti, come ad esempio quello di causalità, non si possono dedurre con metodi logici dai dati dell’esperienza» (A. Einstein, Opere scelte, Bollati Boringhieri 1988, p. 66), e si stupiva del fatto che pure intuizioni della mente possano condurre ad asserzioni vere nei confronti della realtà fisica, saltando qualsiasi passaggio logico, quest’ultimo utile solo al momento della costruzione della prova di verifica: «Io vedo la cosa nel modo seguente: 1) Ci sono date le E (esperienze immediate). 2) A sono gli assiomi da cui traiamo le conclusioni. Dal punto di vista psicologico gli A poggiano sulle E. Ma non esiste alcun percorso logico che dalle E conduca agli A; c’è solamente una connessione intuitiva (psicologica) e sempre “fino a nuovo ordine”. (Lettera a Solovine, 7 maggio 1952).

Ritornando all’esperimento di Maxime Derex, alla luce di quanto esposto come è possibile affermare che la soluzione al problema non è stata capita nonostante i progressi ottenuti durante il test? Solo perchè non è stata adeguatamente espressa? Abbiamo visto come sia fallace far coincidere la comprensione con la logica verbalizzante. Inoltre il fatto che la “ maggior parte dei partecipanti abbia prodotto teorie errate o incomplete” non è necessariamente la prova che non abbia compreso il problema nè, tantomeno, che i progressi ottenuti siano frutto del caso. Infatti, le scadenti risposte al “questionario ideato per verificare la comprensione dei meccanismi fisici” potrebbero almeno in alcuni casi essere indice proprio della difficoltà di passare dal conosciuto all’espresso. Che dire poi del fatto che solo qualcuno abbia avuto intuizioni efficaci (vero volano del progresso tecnologico) ? Come già Sant’Agostino sosteneva, “la conoscenza è dono della grazia” (M. Polanyi, La conoscenza personale, 1990, p. 428), nel senso che un intuito creativo, inespresso, è dono di alcuni baciati da particolari facoltà/condizioni. E gli altri? Certo, accolgono la conoscenza afferrata dai più intuitivi: nel nostro caso le modifiche vantaggiose ottenute dall’intuito di pochi vengono copiate, ma questo non significa che copiare sia il principale motore del progresso tecnologico, ma solo che esso è sicuramente un meccanismo di propagazione dello stesso.

Il titolo dell’articolo de Le Scienze andrebbe quindi così modificato: “per migliorare una tecnologia serve che qualcuno comprenda intuitivamente le modifiche da apportare e che gli altri le propaghino copiandole “.



L’esplosione dei miracoli

Trilobiti

Le Scienze ci dà recentemente notizia di uno studio australiano, precisamente dell’Università del New England a Armidale, che afferma che i fossili di trilobiti, l’animale simbolo del periodo, confermano che la cosiddetta “esplosione del Cambriano“, “l’evento più notevole e sconcertante nella storia della vita “[ S. J. Gould, The Evolution of Life on Earth, Scientific American, Oct 1994, 271: 86], si è comsumata in soli 20 milioni di anni, a partire da 541 milioni di anni fa. Insomma, nacquero in un batter d’occhio (su scala geologica) tutti i principali phyla che compongono la tassonomia: di colpo nuove specie, nuovi sistemi, nuovi organi. Poi, una lunga stasi evolutiva.

Per spiegare simili tumultuose accelerazioni e rallentamenti dell’evoluzione l’evoluzionista americano S. J. Gould propose la sua alternativa al darwinismo “classico”, e ne abbiamo già parlato riguardo alla nascita dell’H. sapiens. L’assenza di prove fossili per gli stadi intermedi tra le principali transizioni nelle strutture organiche, anzi in molti casi, la nostra incapacità anche solo ad immaginare intermedi funzionali, è stato un problema persistente e fastidioso per i resoconti gradualistici dell’evoluzione” affermè lo scienziato, [Gould, Is a New and General Theory of Evolution Emerging?, Paleobiology 1980, p. 127] e quindi l‘evoluzione per lui non può procedere gradualmente come diceva Charles Darwin, ma a salti, o meglio, ad “equilibri punteggiati” intervallati da lunghi periodi di stasi. Alla base ci sarebbe la “deriva genetica” di piccole popolazioni di individui sottoposti ad intense e rapide mutazioni. Tali mutazioni possono coinvolgere anche centinaia di geni che vengono utilizzati anche per scopi differenti da quella per cui erano “nati”  (exaptation) in risposta a particolari contingenze ambientali. E le prove di cio?

Epistemiologicamente Gould ebbe se non altro il merito di inserire la multifattorialità nell’ambito evoluzionistico, liberandolo dalle catene del caso-necessità in cui lo avevano segregato scienziati come Monod. Ma ad alcuni la medicina apparve peggiore del male che voleva curare: infatti, con la correzione “saltazionista” del darwinismo come spiegare l’improbabile “vantaggio” evolutivo delle mutazioni, la ancora meno immaginabile exaptation e la repentina fissazione delle “macromutazioni” alla luce della selezione naturale e del poco tempo a disposizione?

Uno dei maggiori esperti mondiali di ingegneria genetica,  J. Sanford, ha dimostrato, calcolatrice alla mano, che persino la fissazione casuale di “due o più nucleotidi diventa molto problematica” nei tempi cosmici che sappiamo limitati dal Big Bang.  Come la mettiamo allora con l’esplosione del Cambriano? Il problema certo non migliora con le macromutazioni casuali previste da Gould, potenzialmente molto più dannose delle piccole ma lente mutazioni progressive previste dal gradualismo darwiniano: le macromutazioni potrebbero velocemente distruggere per selezione negativa un’intera popolazione “derivante”, soprattutto se questa è prevista dalla teoria come esigua rispetto al pool originario. Come spiegare inoltre la complessi-ficazione dei sistemi viventi? Anch’essa è una semplice contingenza? La natura infatti segue specifiche “traiettorie” che appaiono in contrasto all’attesa “capricciosità” che le macromutazioni dovrebbero introdurre nell’evoluzione della vita.

Marcel Paul Shutzemberger

Come disse il medico e matematico, professore di Scienze dell’Università di Parigi e membro dell’Accademia delle Scienze francese, Marcel Paul Shützemberger “I saltazionisti sono così ridotti a invocare due tipi di miracoli: le macromutazioni e le grandi traiettorie dell’evoluzione”. Quindi, e senza prove, dovremmo intendere che una serie infinita di miracoli abbia modellato lo sviluppo della vita sulla terra, dato che lo stesso Gould ammise che “Gli alberi evolutivi che adornano i nostri libri di testo hanno dati solo sulle punte e sui nodi dei loro rami: il resto è inferenza, per quanto ragionevole, non l’evidenza dei fossili“. [Evolution’s Erratic Pace,” Natural History, 86[5]:12-16, May 1977, p. 13]. Pur rifiutando di cadere nel creazionismo bisogna onestamente ammettere che anche solo durante il Cambriano di miracoli ce ne furono un’enormità, troppi perchè a qualcuno dotato di una immaginazione meno fervida non sorgano pesanti dubbi: così, recentemente mille scienziati di ogni parte del mondo hanno affermato di essere  “ scettici nei confronti delle affermazioni sulla capacità della mutazione casuale e della selezione naturale di spiegare la complessità della vita. Dovrebbe essere incoraggiato un attento esame delle prove per la teoria darwiniana”.
I biologi stanno infatti studiando mecccanismi evolutivi prima mai considerati, come quelli dell’Evo- Devo e dell’epigenetica, meccanismi che generano cambiamento nei viventi grazie l’interazione con l’ambiente ed addirittura capaci di anticipare la modifica genetica. Sarebbero questi altri “motori” evolutivi, esplorati solo in parte, a permettere “salti” come quelli del Cambriano. In quest’ottica il vivente non è più oggetto passivo di caso e necessità, ma soggetto tanto attivo della evoluzione da modificare esso stesso l’ambiente dalla cui interazione trova spunto per il cambiamento. Questa “rivoluzione” in evoluzione non esclude l’efficacia del “nucleo darwiniano” (mutazione e selezione) ma lo rende solo una parte del fenomeno. Le specie non sono solo frutto del caso ma utilizzano “strategie” adattative regolate da leggi biologiche in parte simili a quelle della fisica.

Alla luce di tali sviluppi appare risibile la strumentalizzazione del darwinismo espressa paradigmaticamente dal biologo scientista Richard Dawkins: “..non potevo immaginare l’essere ateo in qualsiasi momento prima del 1859, quando è stata pubblicata L’origine delle specie di Darwin”.[The Blind Watchmaker, W. W. Norton, London, p. 5]

Esplosioni fortunate

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Il fine tuning dell’ universo proveniente dalla caotica singolarità che chiamiamo impropriamente “Big Bang” è inconcepibile. Sappiamo che anche la nascita della prima forma di vita sulla terra fu un evento estremamente improbabile. Ora una simulazione al computer del Politecnico di Zurigo asserisce che anche l’ “ambiente” spaziale che ha permesso alla terra di essere abitabile fu molto improbabile: prima del sole, una stella gigante deve essere esplosa “innaffiando” la terra di elementi radiottivi che hanno permesso superficie solida e clima favorevole. “Sembra che siamo stati straordinariamente fortunati”, ha detto il coordinatore dello studio, Tim Lichtenberg. Fortunati anche perchè dopo la prima cellula una serie di miracoli in successione hanno portato all’uomo ed alla sua inspiegata coscienza. Ma siamo fortunati o solo ottusi a continuare a pensare in questo modo? Questa è conoscenza? E facciamocela qualche domanda ogni tanto!

DNA..tamagotchi

Struttura del DNA “naturale”

Viene presentato come una meraviglia in grado di “sostenere un’evoluzione di tipo darwiniano” che “ suggerisce anche che su altri mondi la vita potrebbe essersi evoluta lungo linee affini, ma differenti, a quelle seguite sulla Terra”, il DNA ad otto basi (invece delle normali quattro) detto Hachimoji, è in realtà solo un giochino degli scienziati della Florida. Il perchè dell’ “invenzione” non è chiaro: è “non autosufficiente” e quindi non utilizzabile per la vita. A voler ben pensare si spera non faccia danni e che possa almeno servire alla medicina.

Agostino l’evoluzionista

“Nel granello dunque erano già presenti invisibilmente tutti insieme gli elementi che nel corso del tempo si sarebbero sviluppati per formare l’albero; allo stesso modo dobbiamo immaginare il mondo, quando Dio creò simultaneamente tutte le cose, conteneva simultaneamente tutti gli elementi creati in esso e con esso quando fu fatto il giorno[…] .

Conteneva inoltre gli esseri che l’acqua e la terra produssero virtualmente e causalmente, prima che comparissero nel corso dei tempi e che noi ora conosciamo come opere che Dio continua a compiere fino al presente”

Agostino d’Ippona, De Genesi ad litteram, V, 23, 24

 

Il pesciolino cosciente

Labroides dimidiatus

Un recente articolo di Le Scienze riapre la discussione su come indagare l’autocoscienza negli animali. Pare che  Alex Jordan, biologo evolutivo del Max-Planck-Institut abbia scoperto tracce di autocoscienza addirittura in un piccolo pesce pulitore che riconosce allo specchio una macchia creata ad arte sul suo corpo per assomigliare ad un parassita e quindi va sul fondo a grattarsi per liberarsene.  “Significa che i primati non sono più così speciali” ha tuonato il ricercatore e stupisce realmente che un tale fenomeno avvenga così “evolutivamente lontano” da noi, più di quanto ci si possa ragionevolmente immaginare.

Il primo ad utilizzare lo specchio come strumento per indagare l’autocoscienza negli animali fu il ricercatore Gordon Gallup negli anni settanta. Egli si accorse che gli scimpanzè dapprima reagivano come se vedessero un estraneo, poi iniziavano a scrutarsi con curiosità. I macachi  invece fallivano il test ma col tempo la pattuglia delle specie che superavano il test divenne nutrita: elefanti, delfini e gazze ladre non fecero che anticipare il pesce pulitore di cui si parla oggi.

Ma tutti questi animali sono davvero autocoscienti? L’autocoscienza è un fenomeno di tipo matrioska, via via più piccolo quanto più in “basso” si scende nella scala evolutiva, o c’è un salto tra l’uomo e gli animali? Ne abbiamo già parlato nel nostro approfondimento sul simbolismo umano e parrebbe che il lavoro presentato Jordan,  sembri supportare l’ipotesi della graduale comparsa dell’ autocoscienza nel mondo animale. Ma abbiamo trovato l’autocoscienza o qualcos’altro? La prima cosa da sottolineare è che essa è un unicum, “ un’idea particolare, anche misteriosa“; la seconda è che ” le neuroscienze non hanno gli strumenti per rispondere” alle domande fondamentali su di essa: cosa è e da dove emerge. Tale indefinitezza pesa come un macigno sui tentativi di verificarla nei casi in cui la capacità di esplicitarla (linguaggio e controllo motorio) è compromessa da un deficit organico: è il problema medico della coscienza nel cerebroleso.

Non avendo quindi di essa una chiara definizione come è possibile sostenere che il fenomeno osservato allo specchio dimostra la sua presenza negli animali? In realtà ciò che essi fanno è riconoscere il proprio corpo separato dal resto dell’ambiente/simili. Una facoltà molto vantaggiosa per la sopravvivenzai, ma ben lungi dal configurare consapevolezza di sé. In questo senso appare più adeguato considerare l’espressività simbolica come conditio sine qua non per riconoscere l’autocoscienza nel senso che noi intendiamo, proprio come fa il paleontologo Tattersall quando afferma che proprio essa «contribuisce in maniera decisiva a darci la sensazione di essere separati dal resto della Natura 1. Altrimenti ci esponiamo al rischio di scoprire autocoscienza ovunque, anche tra pinne e squame. Il pulitore, la gazza e la scimmia, sono tutti in grado di riconoscere il proprio corpo (che viene esplorato allo specchio come se avessero a disposizione un terzo occhio, un nuovo strumento sensoriale, come facciamo noi) ma non sono “ontologicamente”(e manca anche il substrato organico per farlo) in grado di essere “terzi”  rispetto al proprio pensiero: non possono manipolarlo per creare “senso” e quindi simbolo. La “novità” umana è proprio questa consapevolezza, cioè la capacità di prendere le distanze dal prodotto stesso della mente. Da qui il “salto” col resto del mondo animale.

Per concludere , quando lo stesso Jordan ci pone davanti al dilemma “o accetti che il pesce sia consapevole di se stesso, o accetti che forse il test non è una buona verifica di quel fatto“, è ragionevole propendere decisamente per la seconda ipotesi, anche perché io batto sulla tastiera ciò che sto scrivendo ed il pulitore mi osserva attraverso il vetro dell’acquario.

 

1: J. Tattersall, An evolutionary framework for the acquisition of symbolic cognition by Homo sapiens, in Comparative cognition & behavior reviews, n. 3, p. 100

 

La vita, per forza

C’è vita su Marte?
Un po’, il sabato sera

Due notizie dal mondo della scienza. La prima, che è stata trovata acqua allo stato liquido su Marte... un lago sotterraneo. La seconda, che alcuni scienziati hanno sviluppato un modello per la nascita della vita basato sulla aggregazione di particolari molecole lipidiche.

Cratere marziano

Sull’onda della prima scoperta, non certo inattesa, molti sembrano avere dato praticamente per certo il fatto che questa pozza sotterranea possa e debba ospitare la vita. Timidamente, direi che uno stagno d’acqua ricco di sali pesanti a più di un chilometro di profondità al polo di un pianeta freddo non è il posto migliore perché la vita come noi la conosciamo possa prosperare. Condizioni simili i microbi terrestri li ammazzano. Davvero la vita è spontanea, inevitabile? Chissà.

Ma la seconda notizia è quella che più intriga. Basandosi solo su modelli al computer da loro sviluppati, questi scienziati “dimostrano” che specifiche composizioni di lipidi, chiamati “composomi”, possono avere mutazioni composizionali, essere soggetti alla selezione naturale in risposta a variazioni ambientali, e persino essere sottoposti a selezione darwiniana. Wow. Non vuol dire un cacchio, ma wow.

Il professor Lancet ritiene che questi lipidi possano associarsi tra loro e “riprodursi” trasferendo le informazioni ai loro successori. Sostiene che queste “scoperte”, insieme a calcoli basati su modelli innovativi, mostrano che la probabilità di nascita spontanea della vita siano relativamente alte, e possano comprendere l’eccitante possibilità che la luna di Saturno Encelado ospiti al presente alcune forme di vita basate sui lipidi.

A me, che qualcosa di modelli computazionali conosco, pare una marea di vaccate fatte per ottenersi qualche pubblicità. Ma ammettiamo per un secondo che possa essere vero.

Mi veniva da pensare: per quale motivo queste molecole dovrebbero sopravvivere, riprodursi, evolvere?
La risposta di quello scienziato è “nessuno”.

Non c’è nessuna ragione per cui una molecola dovrebbe “cercare” di duplicarsi. Una molecola non pensa, non ha uno scopo. L’acqua non vuole evaporare se messa al sole, un sasso non vuole cadere se lanciato. E’ qualcosa che accade perché ci sono le leggi della fisica. Così queste molecole assurdamente improbabili diventando in modo assurdamente improbabile sempre più complesse moltiplicandosi nel frattempo per nessuna finalità.

Una volta che sono diventate vita, organismi semplici eppure incredibilmente complicati, per quale motivo questi competono tra loro, si riproducono? Nessuno.

E quando si siano riuniti in forme ancora più evolute, piante, animali, per quale motivo questi cercano di prosperare e sopravvivere? Nessuno.

E quando poi ci siano degli esseri umani, quel è il fine di viaggiare, conoscere, leggere, scrivere, amare? Nessuno.
Quindi anche la ricerca del professor Lancet non ha un fine, è inutile. Come Encelado, Marte, la rivista che lo pubblica, io, voi; come lui stesso. Perché tanta eccitazione, allora? Questa emozione è solo il ticchettio di un orologio, il cadere di un sasso.

Io invece credo che un fine ci sia. Da cristiano, quella che si chiama “la Gloria di Dio”; e che siamo stati creati per questo. Magari anche con leggi fisiche che ci hanno portato fin qui. Definendomi con questo inspiegabile desiderio del tutto, desiderio di felicità. Come un sasso che cade lanciato verso un bersaglio.

La parola fondamentale è “lanciato”.

Pubbblicato su Berlicche col titolo di “Vita!” il 26 luglio 2018

Il paradosso del “Paradoxus”

Più che un animale, un rebus ” Questo è l’inizio di un articolo di Telmo Pievani su Le Scienze del giugno 2018, riguardante una specie tanto bizzarra quanto interessante, l’ornitorinco, Ornithorhinchus anatinus. E’ un animale dell’ Oceania che pare essere un vero e proprio scherzo di natura: coperto di pelliccia e con una cosa come un castoro, depone le uova e ha un becco simile ad un uccello; alla schiusa però la madre allatta i cuccioli da pori del ventre come fa un mammifero; non usa gli occhi sott’acqua e caccia le sue prede grazie ad elettrorecettori del becco. Appartiene al gruppo di mammiferi ovipari, i monotremi, e basta da solo a mettere in difficoltà l’intera teoria dell’evoluzione. L’animale infatti era già nell,’800 un problema per la sua difficoltosa classificazione, tanto da essere stato rinominato con Il nomignolo di paradoxous. L’articolo di Le Scienze, che aveva nelle sue intenzioni quella di rendere più co

Ornithorhinchus anatinus, fonte Wikipedia

mprensibile l’origine per selezione naturale di una tale specie, nei fatti enuncia solo le differenze tra le sottopopolazioni, la loro distribuzione geografica e l’età di comparsa del primo ornitorinco. Ma la sua situazione tassonomica e’ rimasta la stessa di quando, giovane studente universitario, mi interessavo di evoluzione naturale e zoologia.  Piovani infatti non risponde all’enigma di come tale complessità biologica sia sorta senza antecedenti e si sia concentrata in una specie che pare un assemblaggio di altre “classi” zoologiche. Il primo ornitorinco compare infatti dal nulla circa 15 milioni di anni fa in Australia. Neanche la sequenziazione del suo DNA, che pure ci fornisce prova del mosaico dei piu disparati geni del suo genoma, ci spiega come un tale animale possa essersi evoluto da altre specie. Secondo il neodarwinismo infatti, si sarebbe dovuto evolvere o dai mammiferi o dagli uccelli attraverso piccole modifiche successive che avrebbero dovuto generare animali intermedi di cui però la paleontologia non ci ha restituito alcuna traccia. Oggi. come nel 800 l’animale rimane invece un unicum, fenotipicamente e geneticamente isolato. Abbiamo a disposizione per giustificare l’insorgenza delle varie specie animali e vegetali, un’unica teoria quella della selezione naturale,nella sua formulazione più moderna detta neodarwinismo. L’ obbligo di doverlo usare senza alternative è di per sè inquietante ed il grande folosofo della scoenza K. Popper  diceva  che« Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994).  Casi come quello dell’ornitorinco, nella migliore delle ipotesi, suggeriscono che la teoria è incompleta, incapace com’è di spiegare la comparsa di esseri viventi del tutto scollegati filogeneticamente dagli altri. Se avremo un superamento del neodarwinismo sarà a partire dallo studio di esseri simili, che rappresentano un vulnus alla teoria ufficiale. Come diceva il  fisico premio Nobel Feynman, “La cosa più interessante, per noi, è quella che non va secondo le previsioni“. (Le battute memorabili di Feynman, Adelphi, 2017). Concordiamo.

Non siamo animali

Mario Tozzi

Domenica 17 giugno 2018, prima serata Rai3, trasmissione Kilimangiaro, ospite d’onore Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico di fama nazionale. Si parla dell’eccessiva pressione provocata dall’uomo sul povero pianeta terra. Le parole dello scienziato sono ampiamente condivisibili in quanto sono a difesa di un ambiente troppo vessato. Ma nella foga, il buon geologo, spiega che l’uomo “è l’unico animale che accumula”. Accumulando distrugge il pianeta, certamente, ma l’uomo è davvero solo un animale? Tozzi non ha detto che l’uomo è l’unico essere vivente che accumula, ha detto che è un animale. E si può credere che egli lo creda veramente e che non si tratti di un lapsus. Perché? Perché è tipico pensarlo nell’ambiente scientista, veteropositivista, progressista. In questa cultura tutto è nato dal nulla [senza alcuna riflessione sulle conseguenze filosofiche del Big Bang], la vita è nata dalla materia bruta [l’hanno chiamata abiogenesi, senza averne alcuna prova] e la coscienza sarebbe frutto della evoluzione darwiniana[senza contare che il co-fondatore della teoria, A. R. Wallace, credeva che “nello sviluppo delle facoltà intellettive e morali dell’uomo intervenissero forze spirituali ancora ignote e invisibili..”.

Ma siccome dalla riflessione dobbiamo escludere ad ogni costo Dio ed il metafisico, sicuramente, per quelli come Tozzi, caso e selezione naturale sono stati sufficienti a creare il “miracolo” dell’autocoscienza. Sissignori, miracolo come e più della creazione dell’universo, come e più dell’origine stessa della vita. State leggendo questa pagina, ne traete un senso, ne siete coscienti: ecco il miracolo, la vostra composizione fisica non è dissimile da quella di un sasso o di un lombrico, ma siete autocoscienti. L’uomo è la “classe semantica della vita” diceva il linguista Alfred Korzybsky; un essere ad “immagine e somiglianza di Dio”, dice la Bibbia; non è quindi un animale, almeno non solo! Abbiamo senz’altro una componente animale, biologica, ma perdiamo di vista l’unicità di questo essere se tralasciamo la sua peculiarità. Inoltre è pericoloso che a ridurlo a semplice animale sia proprio uno scienziato. L’uomo occidentale medio considera la scienza come la nuova religione, e tali pronunciamenti hanno un peso drammatico: dobbiamo ricordare come le storie del Lombroso e del Nazismo razzista abbiano insegnato quanto sia pericoloso strumentalizzare la scienza per annullare la dignità umana. Ad una tale critica Tozzi potrebbe rispondere che, seppure animale, l’uomo ha pur sempre la sua dignità di unico essere pensante, per quanto ne sappiamo. Il problema è che la sua visione nega di substrato filosofico la dignità umana. La pensa proprio così il biologo ateo R. Dawkins: “Noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai nostri geni […] robot programmati ciecamente per preservare le molecole egoistiche conosciute come geni “.

E quali diritti umani si possono difendere con tali premesse? In definitiva, può esistere una sottostante morale universale per un tale essere automatico? T. H. Engelhardt, uno dei più  grandi bioeticisti al mondo, ritiene di no in quanto siamo approdati “allo  sganciamento della morale e dell’autorità dello stato da qualsiasi allusione a un significato ultimo. Poiché la cultura laica dominante del nostro tempo si colloca dopo Dio, la riflessione morale laica non può che occuparsi di ogni cosa come se essa non venisse da nessuna parte, non andasse da nessuna parte e non avesse alcuno sbocco finale[..]Il punto non è semplicemente che in un universo senza Dio non esiste alcuna sanzione necessaria nemmeno per atti di malvagità enormi. Tutto è in definitiva assolutamente privo di senso”(Dopo Dio. Morale e bioetica in un mondo laico, 2014). Come l’uomo si opporrà alla dittatura, ai regimi illiberali e, in definitiva, ai vari mali del mondo? Con una morale basata sull’assenza di senso? Ad esempio, con l’assenza di senso possiamo opporci all’assurdità trumpiana di bambini allontanati dai genitori perché questi sono clandestini, come succede in questi giorni negli USA? Per fortuna oltre a letterati e religiosi ci sono grandi scienziati che hanno un’altra visione

J. C. Eccles

dell’uomo. Per citarne uno, il grande neurofisiologo premio Nobel per l la medicina J. C. Eccles, la scienza «..non ha alcuna spiegazione per la prima – in ordine temporale – evoluzione (l’abiogenesi), né per l’ultima (la comparsa di Homo sapiens e del linguaggio simbolico insieme ad esso).» L’uomo ha quindi anche delle caratteristiche che non derivano dal mondo fisico-biologico, uniche e metafisiche. No, non siamo solo animali ed abbiamo una dignità ed una morale da opporre alla prevaricazione. Basta che l’Occidente se ne ricordi per mettere una pezza alle sue storture.