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Il progresso cieco

Per migliorare una tecnologia non serve comprenderla“, è il titolo di un recente articolo su Le scienze nel quale scienziati anglo-francesi guidati da Maxime Derex appurano con un esperimento che copiare è stato il meccanismo fondamentale per il progresso tecnologico dei nostri antenati. Ma quella che a prima vista può sembrare l’entusiasmante scoperta dell’ “acqua calda” può da sola spiegare come siamo passati dal’arco ai missili intercontinentali?

L’esperimento in esame ha verificato che studenti arruolati allo scopo modificavano una ruota per renderla più veloce nello scendere su di un percorso inclinato. Per riprodurre in qualche modo il susseguirsi delle generazioni che affinano una tecnologia, i soggetti hanno lavorato riuniti in sessioni separate ma potevano accedere al lavoro ed ai resoconti teorici del gruppo che aveva lavorato in precedenza. Nel corso del test la ruota ha effettivamente migliorato la sua prestazione, ma il fatto che la comprensione da parte degli studenti dei princìpi fisici alla base delle modifiche efficaci fosse ” mediamente mediocre “, ha indotto gli sperimentatori a concludere che nel miglioramento complessivo della velocità di discesa ha agito solo una “selezione” che ha favorito rettifiche vantaggiose originatesi casualmente.

In altre parole, l’evoluzione cognitiva umana sarebbe cieca, ricalcando in questo l’evoluzione biologica, grazie ad un ” accumulo di miglioramenti nel corso delle generazioni “. E’ dunque facile vedere la seconda come un semplice conseguenza della prima. Convincente, no?

Non proprio. Una prima doverosa critica dev’essere avanzata nei confronti degli autori quando pretendono che i nostri antenati, quelli che miglioravano “l’arco o la canoa” in una foresta pluviale ricoperti da moscerini, siano assimilabili ad un gruppo di “studenti” del terzo millennio davanti a carta e tastiera. Ma se anche oggi esistono in regioni sperdute del pianeta tribù prive di un linguaggio per designare il tempo e con parole a designare pochissimi numeri, come è possibile asserire che i metodi conoscitivi dei primitivi siano gli stessi che abbiamo noi? Si considera di fatto nulla l’influenza culturale, ma senza dimostrarlo. Tale enorme limite potrebbe da solo invalidare i risultati dello studio, ma c’è di peggio.

L’idea sottostante è che il progresso umano derivi dal “ragionamento”, intelligenza razionale strutturata in passaggi logici verbalizzati che esprimono il nesso causale dei fenomeni. Ebbene, a molti parrà strano ma non è così. Già più di duemila anni fa Platone nel Menone mette in bocca a Socrate che vedere un problema è vedere qualcosa di nascosto, e risolverlo è anticiparne la soluzione ancor prima di averne afferrato tutti i particolari e nessi causali: o noi conosciamo già, magari sotto altra forma, cosa cerchiamo (il problema non è in effetti tale), o non troveremo mai la soluzione.

Tale intuizione anticipatoria, attribuita da Platone all’immortalità dell’anima e semplicisticamente da lui ricondotta a “riminiscenza” di nozioni apprese in altre vite, richiama l’esprit de finesse che Pascal contrappone a all’esprit de géométrie: quest’ultimo, la capacità logica capace di esprimere i dati della conoscenza, non precede ma segue l’intuizione conoscitiva ottenuta grazie a l’esprit de finesse. Il nucleo originario di conoscenza è, come direbbe il chimico, fisico e filosofo di fama mondiale Michael Polanyi, “conoscenza inespressa”. Tale conoscenza inesperessa ed intuitiva non è insegnabile “se non attraverso esercizi pratici“, esempi formali. Ne deriva una frattura tra quanto possiamo esprimere verbalmente (formalmente espresso) e quanto possiamo afferrare intiutivamente (compreso inespresso).

Una frase attribuita ad Albert Einstein è : “Se non sai spiegarlo a tua nonna, non l’hai capito veramente” e questo pare in contrasto con quanto appena detto. Ma non lo è. Einstein aveva infatti a cuore la formalizzazione semplificante necessaria al metodo scientifico: la formula. Ma lo stesso Einstein aveva ben chiaro che “alcuni concetti, come ad esempio quello di causalità, non si possono dedurre con metodi logici dai dati dell’esperienza» (A. Einstein, Opere scelte, Bollati Boringhieri 1988, p. 66), e si stupiva del fatto che pure intuizioni della mente possano condurre ad asserzioni vere nei confronti della realtà fisica, saltando qualsiasi passaggio logico, quest’ultimo utile solo al momento della costruzione della prova di verifica: «Io vedo la cosa nel modo seguente: 1) Ci sono date le E (esperienze immediate). 2) A sono gli assiomi da cui traiamo le conclusioni. Dal punto di vista psicologico gli A poggiano sulle E. Ma non esiste alcun percorso logico che dalle E conduca agli A; c’è solamente una connessione intuitiva (psicologica) e sempre “fino a nuovo ordine”. (Lettera a Solovine, 7 maggio 1952).

Ritornando all’esperimento di Maxime Derex, alla luce di quanto esposto come è possibile affermare che la soluzione al problema non è stata capita nonostante i progressi ottenuti durante il test? Solo perchè non è stata adeguatamente espressa? Abbiamo visto come sia fallace far coincidere la comprensione con la logica verbalizzante. Inoltre il fatto che la “ maggior parte dei partecipanti abbia prodotto teorie errate o incomplete” non è necessariamente la prova che non abbia compreso il problema nè, tantomeno, che i progressi ottenuti siano frutto del caso. Infatti, le scadenti risposte al “questionario ideato per verificare la comprensione dei meccanismi fisici” potrebbero almeno in alcuni casi essere indice proprio della difficoltà di passare dal conosciuto all’espresso. Che dire poi del fatto che solo qualcuno abbia avuto intuizioni efficaci (vero volano del progresso tecnologico) ? Come già Sant’Agostino sosteneva, “la conoscenza è dono della grazia” (M. Polanyi, La conoscenza personale, 1990, p. 428), nel senso che un intuito creativo, inespresso, è dono di alcuni baciati da particolari facoltà/condizioni. E gli altri? Certo, accolgono la conoscenza afferrata dai più intuitivi: nel nostro caso le modifiche vantaggiose ottenute dall’intuito di pochi vengono copiate, ma questo non significa che copiare sia il principale motore del progresso tecnologico, ma solo che esso è sicuramente un meccanismo di propagazione dello stesso.

Il titolo dell’articolo de Le Scienze andrebbe quindi così modificato: “per migliorare una tecnologia serve che qualcuno comprenda intuitivamente le modifiche da apportare e che gli altri le propaghino copiandole “.



L’esplosione dei miracoli

Trilobiti

Le Scienze ci dà recentemente notizia di uno studio australiano, precisamente dell’Università del New England a Armidale, che afferma che i fossili di trilobiti, l’animale simbolo del periodo, confermano che la cosiddetta “esplosione del Cambriano“, “l’evento più notevole e sconcertante nella storia della vita “[ S. J. Gould, The Evolution of Life on Earth, Scientific American, Oct 1994, 271: 86], si è comsumata in soli 20 milioni di anni, a partire da 541 milioni di anni fa. Insomma, nacquero in un batter d’occhio (su scala geologica) tutti i principali phyla che compongono la tassonomia: di colpo nuove specie, nuovi sistemi, nuovi organi. Poi, una lunga stasi evolutiva.

Per spiegare simili tumultuose accelerazioni e rallentamenti dell’evoluzione l’evoluzionista americano S. J. Gould propose la sua alternativa al darwinismo “classico”, e ne abbiamo già parlato riguardo alla nascita dell’H. sapiens. L’assenza di prove fossili per gli stadi intermedi tra le principali transizioni nelle strutture organiche, anzi in molti casi, la nostra incapacità anche solo ad immaginare intermedi funzionali, è stato un problema persistente e fastidioso per i resoconti gradualistici dell’evoluzione” affermè lo scienziato, [Gould, Is a New and General Theory of Evolution Emerging?, Paleobiology 1980, p. 127] e quindi l‘evoluzione per lui non può procedere gradualmente come diceva Charles Darwin, ma a salti, o meglio, ad “equilibri punteggiati” intervallati da lunghi periodi di stasi. Alla base ci sarebbe la “deriva genetica” di piccole popolazioni di individui sottoposti ad intense e rapide mutazioni. Tali mutazioni possono coinvolgere anche centinaia di geni che vengono utilizzati anche per scopi differenti da quella per cui erano “nati”  (exaptation) in risposta a particolari contingenze ambientali. E le prove di cio?

Epistemiologicamente Gould ebbe se non altro il merito di inserire la multifattorialità nell’ambito evoluzionistico, liberandolo dalle catene del caso-necessità in cui lo avevano segregato scienziati come Monod. Ma ad alcuni la medicina apparve peggiore del male che voleva curare: infatti, con la correzione “saltazionista” del darwinismo come spiegare l’improbabile “vantaggio” evolutivo delle mutazioni, la ancora meno immaginabile exaptation e la repentina fissazione delle “macromutazioni” alla luce della selezione naturale e del poco tempo a disposizione?

Uno dei maggiori esperti mondiali di ingegneria genetica,  J. Sanford, ha dimostrato, calcolatrice alla mano, che persino la fissazione casuale di “due o più nucleotidi diventa molto problematica” nei tempi cosmici che sappiamo limitati dal Big Bang.  Come la mettiamo allora con l’esplosione del Cambriano? Il problema certo non migliora con le macromutazioni casuali previste da Gould, potenzialmente molto più dannose delle piccole ma lente mutazioni progressive previste dal gradualismo darwiniano: le macromutazioni potrebbero velocemente distruggere per selezione negativa un’intera popolazione “derivante”, soprattutto se questa è prevista dalla teoria come esigua rispetto al pool originario. Come spiegare inoltre la complessi-ficazione dei sistemi viventi? Anch’essa è una semplice contingenza? La natura infatti segue specifiche “traiettorie” che appaiono in contrasto all’attesa “capricciosità” che le macromutazioni dovrebbero introdurre nell’evoluzione della vita.

Marcel Paul Shutzemberger

Come disse il medico e matematico, professore di Scienze dell’Università di Parigi e membro dell’Accademia delle Scienze francese, Marcel Paul Shützemberger “I saltazionisti sono così ridotti a invocare due tipi di miracoli: le macromutazioni e le grandi traiettorie dell’evoluzione”. Quindi, e senza prove, dovremmo intendere che una serie infinita di miracoli abbia modellato lo sviluppo della vita sulla terra, dato che lo stesso Gould ammise che “Gli alberi evolutivi che adornano i nostri libri di testo hanno dati solo sulle punte e sui nodi dei loro rami: il resto è inferenza, per quanto ragionevole, non l’evidenza dei fossili“. [Evolution’s Erratic Pace,” Natural History, 86[5]:12-16, May 1977, p. 13]. Pur rifiutando di cadere nel creazionismo bisogna onestamente ammettere che anche solo durante il Cambriano di miracoli ce ne furono un’enormità, troppi perchè a qualcuno dotato di una immaginazione meno fervida non sorgano pesanti dubbi: così, recentemente mille scienziati di ogni parte del mondo hanno affermato di essere  “ scettici nei confronti delle affermazioni sulla capacità della mutazione casuale e della selezione naturale di spiegare la complessità della vita. Dovrebbe essere incoraggiato un attento esame delle prove per la teoria darwiniana”.
I biologi stanno infatti studiando mecccanismi evolutivi prima mai considerati, come quelli dell’Evo- Devo e dell’epigenetica, meccanismi che generano cambiamento nei viventi grazie l’interazione con l’ambiente ed addirittura capaci di anticipare la modifica genetica. Sarebbero questi altri “motori” evolutivi, esplorati solo in parte, a permettere “salti” come quelli del Cambriano. In quest’ottica il vivente non è più oggetto passivo di caso e necessità, ma soggetto tanto attivo della evoluzione da modificare esso stesso l’ambiente dalla cui interazione trova spunto per il cambiamento. Questa “rivoluzione” in evoluzione non esclude l’efficacia del “nucleo darwiniano” (mutazione e selezione) ma lo rende solo una parte del fenomeno. Le specie non sono solo frutto del caso ma utilizzano “strategie” adattative regolate da leggi biologiche in parte simili a quelle della fisica.

Alla luce di tali sviluppi appare risibile la strumentalizzazione del darwinismo espressa paradigmaticamente dal biologo scientista Richard Dawkins: “..non potevo immaginare l’essere ateo in qualsiasi momento prima del 1859, quando è stata pubblicata L’origine delle specie di Darwin”.[The Blind Watchmaker, W. W. Norton, London, p. 5]

Esplosioni fortunate

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Il fine tuning dell’ universo proveniente dalla caotica singolarità che chiamiamo impropriamente “Big Bang” è inconcepibile. Sappiamo che anche la nascita della prima forma di vita sulla terra fu un evento estremamente improbabile. Ora una simulazione al computer del Politecnico di Zurigo asserisce che anche l’ “ambiente” spaziale che ha permesso alla terra di essere abitabile fu molto improbabile: prima del sole, una stella gigante deve essere esplosa “innaffiando” la terra di elementi radiottivi che hanno permesso superficie solida e clima favorevole. “Sembra che siamo stati straordinariamente fortunati”, ha detto il coordinatore dello studio, Tim Lichtenberg. Fortunati anche perchè dopo la prima cellula una serie di miracoli in successione hanno portato all’uomo ed alla sua inspiegata coscienza. Ma siamo fortunati o solo ottusi a continuare a pensare in questo modo? Questa è conoscenza? E facciamocela qualche domanda ogni tanto!

DNA..tamagotchi

Struttura del DNA “naturale”

Viene presentato come una meraviglia in grado di “sostenere un’evoluzione di tipo darwiniano” che “ suggerisce anche che su altri mondi la vita potrebbe essersi evoluta lungo linee affini, ma differenti, a quelle seguite sulla Terra”, il DNA ad otto basi (invece delle normali quattro) detto Hachimoji, è in realtà solo un giochino degli scienziati della Florida. Il perchè dell’ “invenzione” non è chiaro: è “non autosufficiente” e quindi non utilizzabile per la vita. A voler ben pensare si spera non faccia danni e che possa almeno servire alla medicina.

Agostino l’evoluzionista

“Nel granello dunque erano già presenti invisibilmente tutti insieme gli elementi che nel corso del tempo si sarebbero sviluppati per formare l’albero; allo stesso modo dobbiamo immaginare il mondo, quando Dio creò simultaneamente tutte le cose, conteneva simultaneamente tutti gli elementi creati in esso e con esso quando fu fatto il giorno[…] .

Conteneva inoltre gli esseri che l’acqua e la terra produssero virtualmente e causalmente, prima che comparissero nel corso dei tempi e che noi ora conosciamo come opere che Dio continua a compiere fino al presente”

Agostino d’Ippona, De Genesi ad litteram, V, 23, 24

 

Il pesciolino cosciente

Labroides dimidiatus

Un recente articolo di Le Scienze riapre la discussione su come indagare l’autocoscienza negli animali. Pare che  Alex Jordan, biologo evolutivo del Max-Planck-Institut abbia scoperto tracce di autocoscienza addirittura in un piccolo pesce pulitore che riconosce allo specchio una macchia creata ad arte sul suo corpo per assomigliare ad un parassita e quindi va sul fondo a grattarsi per liberarsene.  “Significa che i primati non sono più così speciali” ha tuonato il ricercatore e stupisce realmente che un tale fenomeno avvenga così “evolutivamente lontano” da noi, più di quanto ci si possa ragionevolmente immaginare.

Il primo ad utilizzare lo specchio come strumento per indagare l’autocoscienza negli animali fu il ricercatore Gordon Gallup negli anni settanta. Egli si accorse che gli scimpanzè dapprima reagivano come se vedessero un estraneo, poi iniziavano a scrutarsi con curiosità. I macachi  invece fallivano il test ma col tempo la pattuglia delle specie che superavano il test divenne nutrita: elefanti, delfini e gazze ladre non fecero che anticipare il pesce pulitore di cui si parla oggi.

Ma tutti questi animali sono davvero autocoscienti? L’autocoscienza è un fenomeno di tipo matrioska, via via più piccolo quanto più in “basso” si scende nella scala evolutiva, o c’è un salto tra l’uomo e gli animali? Ne abbiamo già parlato nel nostro approfondimento sul simbolismo umano e parrebbe che il lavoro presentato Jordan,  sembri supportare l’ipotesi della graduale comparsa dell’ autocoscienza nel mondo animale. Ma abbiamo trovato l’autocoscienza o qualcos’altro? La prima cosa da sottolineare è che essa è un unicum, “ un’idea particolare, anche misteriosa“; la seconda è che ” le neuroscienze non hanno gli strumenti per rispondere” alle domande fondamentali su di essa: cosa è e da dove emerge. Tale indefinitezza pesa come un macigno sui tentativi di verificarla nei casi in cui la capacità di esplicitarla (linguaggio e controllo motorio) è compromessa da un deficit organico: è il problema medico della coscienza nel cerebroleso.

Non avendo quindi di essa una chiara definizione come è possibile sostenere che il fenomeno osservato allo specchio dimostra la sua presenza negli animali? In realtà ciò che essi fanno è riconoscere il proprio corpo separato dal resto dell’ambiente/simili. Una facoltà molto vantaggiosa per la sopravvivenzai, ma ben lungi dal configurare consapevolezza di sé. In questo senso appare più adeguato considerare l’espressività simbolica come conditio sine qua non per riconoscere l’autocoscienza nel senso che noi intendiamo, proprio come fa il paleontologo Tattersall quando afferma che proprio essa «contribuisce in maniera decisiva a darci la sensazione di essere separati dal resto della Natura 1. Altrimenti ci esponiamo al rischio di scoprire autocoscienza ovunque, anche tra pinne e squame. Il pulitore, la gazza e la scimmia, sono tutti in grado di riconoscere il proprio corpo (che viene esplorato allo specchio come se avessero a disposizione un terzo occhio, un nuovo strumento sensoriale, come facciamo noi) ma non sono “ontologicamente”(e manca anche il substrato organico per farlo) in grado di essere “terzi”  rispetto al proprio pensiero: non possono manipolarlo per creare “senso” e quindi simbolo. La “novità” umana è proprio questa consapevolezza, cioè la capacità di prendere le distanze dal prodotto stesso della mente. Da qui il “salto” col resto del mondo animale.

Per concludere , quando lo stesso Jordan ci pone davanti al dilemma “o accetti che il pesce sia consapevole di se stesso, o accetti che forse il test non è una buona verifica di quel fatto“, è ragionevole propendere decisamente per la seconda ipotesi, anche perché io batto sulla tastiera ciò che sto scrivendo ed il pulitore mi osserva attraverso il vetro dell’acquario.

 

1: J. Tattersall, An evolutionary framework for the acquisition of symbolic cognition by Homo sapiens, in Comparative cognition & behavior reviews, n. 3, p. 100

 

La vita, per forza

C’è vita su Marte?
Un po’, il sabato sera

Due notizie dal mondo della scienza. La prima, che è stata trovata acqua allo stato liquido su Marte... un lago sotterraneo. La seconda, che alcuni scienziati hanno sviluppato un modello per la nascita della vita basato sulla aggregazione di particolari molecole lipidiche.

Cratere marziano

Sull’onda della prima scoperta, non certo inattesa, molti sembrano avere dato praticamente per certo il fatto che questa pozza sotterranea possa e debba ospitare la vita. Timidamente, direi che uno stagno d’acqua ricco di sali pesanti a più di un chilometro di profondità al polo di un pianeta freddo non è il posto migliore perché la vita come noi la conosciamo possa prosperare. Condizioni simili i microbi terrestri li ammazzano. Davvero la vita è spontanea, inevitabile? Chissà.

Ma la seconda notizia è quella che più intriga. Basandosi solo su modelli al computer da loro sviluppati, questi scienziati “dimostrano” che specifiche composizioni di lipidi, chiamati “composomi”, possono avere mutazioni composizionali, essere soggetti alla selezione naturale in risposta a variazioni ambientali, e persino essere sottoposti a selezione darwiniana. Wow. Non vuol dire un cacchio, ma wow.

Il professor Lancet ritiene che questi lipidi possano associarsi tra loro e “riprodursi” trasferendo le informazioni ai loro successori. Sostiene che queste “scoperte”, insieme a calcoli basati su modelli innovativi, mostrano che la probabilità di nascita spontanea della vita siano relativamente alte, e possano comprendere l’eccitante possibilità che la luna di Saturno Encelado ospiti al presente alcune forme di vita basate sui lipidi.

A me, che qualcosa di modelli computazionali conosco, pare una marea di vaccate fatte per ottenersi qualche pubblicità. Ma ammettiamo per un secondo che possa essere vero.

Mi veniva da pensare: per quale motivo queste molecole dovrebbero sopravvivere, riprodursi, evolvere?
La risposta di quello scienziato è “nessuno”.

Non c’è nessuna ragione per cui una molecola dovrebbe “cercare” di duplicarsi. Una molecola non pensa, non ha uno scopo. L’acqua non vuole evaporare se messa al sole, un sasso non vuole cadere se lanciato. E’ qualcosa che accade perché ci sono le leggi della fisica. Così queste molecole assurdamente improbabili diventando in modo assurdamente improbabile sempre più complesse moltiplicandosi nel frattempo per nessuna finalità.

Una volta che sono diventate vita, organismi semplici eppure incredibilmente complicati, per quale motivo questi competono tra loro, si riproducono? Nessuno.

E quando si siano riuniti in forme ancora più evolute, piante, animali, per quale motivo questi cercano di prosperare e sopravvivere? Nessuno.

E quando poi ci siano degli esseri umani, quel è il fine di viaggiare, conoscere, leggere, scrivere, amare? Nessuno.
Quindi anche la ricerca del professor Lancet non ha un fine, è inutile. Come Encelado, Marte, la rivista che lo pubblica, io, voi; come lui stesso. Perché tanta eccitazione, allora? Questa emozione è solo il ticchettio di un orologio, il cadere di un sasso.

Io invece credo che un fine ci sia. Da cristiano, quella che si chiama “la Gloria di Dio”; e che siamo stati creati per questo. Magari anche con leggi fisiche che ci hanno portato fin qui. Definendomi con questo inspiegabile desiderio del tutto, desiderio di felicità. Come un sasso che cade lanciato verso un bersaglio.

La parola fondamentale è “lanciato”.

Pubbblicato su Berlicche col titolo di “Vita!” il 26 luglio 2018

Il paradosso del “Paradoxus”

Più che un animale, un rebus ” Questo è l’inizio di un articolo di Telmo Pievani su Le Scienze del giugno 2018, riguardante una specie tanto bizzarra quanto interessante, l’ornitorinco, Ornithorhinchus anatinus. E’ un animale dell’ Oceania che pare essere un vero e proprio scherzo di natura: coperto di pelliccia e con una cosa come un castoro, depone le uova e ha un becco simile ad un uccello; alla schiusa però la madre allatta i cuccioli da pori del ventre come fa un mammifero; non usa gli occhi sott’acqua e caccia le sue prede grazie ad elettrorecettori del becco. Appartiene al gruppo di mammiferi ovipari, i monotremi, e basta da solo a mettere in difficoltà l’intera teoria dell’evoluzione. L’animale infatti era già nell,’800 un problema per la sua difficoltosa classificazione, tanto da essere stato rinominato con Il nomignolo di paradoxous. L’articolo di Le Scienze, che aveva nelle sue intenzioni quella di rendere più co

Ornithorhinchus anatinus, fonte Wikipedia

mprensibile l’origine per selezione naturale di una tale specie, nei fatti enuncia solo le differenze tra le sottopopolazioni, la loro distribuzione geografica e l’età di comparsa del primo ornitorinco. Ma la sua situazione tassonomica e’ rimasta la stessa di quando, giovane studente universitario, mi interessavo di evoluzione naturale e zoologia.  Piovani infatti non risponde all’enigma di come tale complessità biologica sia sorta senza antecedenti e si sia concentrata in una specie che pare un assemblaggio di altre “classi” zoologiche. Il primo ornitorinco compare infatti dal nulla circa 15 milioni di anni fa in Australia. Neanche la sequenziazione del suo DNA, che pure ci fornisce prova del mosaico dei piu disparati geni del suo genoma, ci spiega come un tale animale possa essersi evoluto da altre specie. Secondo il neodarwinismo infatti, si sarebbe dovuto evolvere o dai mammiferi o dagli uccelli attraverso piccole modifiche successive che avrebbero dovuto generare animali intermedi di cui però la paleontologia non ci ha restituito alcuna traccia. Oggi. come nel 800 l’animale rimane invece un unicum, fenotipicamente e geneticamente isolato. Abbiamo a disposizione per giustificare l’insorgenza delle varie specie animali e vegetali, un’unica teoria quella della selezione naturale,nella sua formulazione più moderna detta neodarwinismo. L’ obbligo di doverlo usare senza alternative è di per sè inquietante ed il grande folosofo della scoenza K. Popper  diceva  che« Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994).  Casi come quello dell’ornitorinco, nella migliore delle ipotesi, suggeriscono che la teoria è incompleta, incapace com’è di spiegare la comparsa di esseri viventi del tutto scollegati filogeneticamente dagli altri. Se avremo un superamento del neodarwinismo sarà a partire dallo studio di esseri simili, che rappresentano un vulnus alla teoria ufficiale. Come diceva il  fisico premio Nobel Feynman, “La cosa più interessante, per noi, è quella che non va secondo le previsioni“. (Le battute memorabili di Feynman, Adelphi, 2017). Concordiamo.

Non siamo animali

Mario Tozzi

Domenica 17 giugno 2018, prima serata Rai3, trasmissione Kilimangiaro, ospite d’onore Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico di fama nazionale. Si parla dell’eccessiva pressione provocata dall’uomo sul povero pianeta terra. Le parole dello scienziato sono ampiamente condivisibili in quanto sono a difesa di un ambiente troppo vessato. Ma nella foga, il buon geologo, spiega che l’uomo “è l’unico animale che accumula”. Accumulando distrugge il pianeta, certamente, ma l’uomo è davvero solo un animale? Tozzi non ha detto che l’uomo è l’unico essere vivente che accumula, ha detto che è un animale. E si può credere che egli lo creda veramente e che non si tratti di un lapsus. Perché? Perché è tipico pensarlo nell’ambiente scientista, veteropositivista, progressista. In questa cultura tutto è nato dal nulla [senza alcuna riflessione sulle conseguenze filosofiche del Big Bang], la vita è nata dalla materia bruta [l’hanno chiamata abiogenesi, senza averne alcuna prova] e la coscienza sarebbe frutto della evoluzione darwiniana[senza contare che il co-fondatore della teoria, A. R. Wallace, credeva che “nello sviluppo delle facoltà intellettive e morali dell’uomo intervenissero forze spirituali ancora ignote e invisibili..”.

Ma siccome dalla riflessione dobbiamo escludere ad ogni costo Dio ed il metafisico, sicuramente, per quelli come Tozzi, caso e selezione naturale sono stati sufficienti a creare il “miracolo” dell’autocoscienza. Sissignori, miracolo come e più della creazione dell’universo, come e più dell’origine stessa della vita. State leggendo questa pagina, ne traete un senso, ne siete coscienti: ecco il miracolo, la vostra composizione fisica non è dissimile da quella di un sasso o di un lombrico, ma siete autocoscienti. L’uomo è la “classe semantica della vita” diceva il linguista Alfred Korzybsky; un essere ad “immagine e somiglianza di Dio”, dice la Bibbia; non è quindi un animale, almeno non solo! Abbiamo senz’altro una componente animale, biologica, ma perdiamo di vista l’unicità di questo essere se tralasciamo la sua peculiarità. Inoltre è pericoloso che a ridurlo a semplice animale sia proprio uno scienziato. L’uomo occidentale medio considera la scienza come la nuova religione, e tali pronunciamenti hanno un peso drammatico: dobbiamo ricordare come le storie del Lombroso e del Nazismo razzista abbiano insegnato quanto sia pericoloso strumentalizzare la scienza per annullare la dignità umana. Ad una tale critica Tozzi potrebbe rispondere che, seppure animale, l’uomo ha pur sempre la sua dignità di unico essere pensante, per quanto ne sappiamo. Il problema è che la sua visione nega di substrato filosofico la dignità umana. La pensa proprio così il biologo ateo R. Dawkins: “Noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai nostri geni […] robot programmati ciecamente per preservare le molecole egoistiche conosciute come geni “.

E quali diritti umani si possono difendere con tali premesse? In definitiva, può esistere una sottostante morale universale per un tale essere automatico? T. H. Engelhardt, uno dei più  grandi bioeticisti al mondo, ritiene di no in quanto siamo approdati “allo  sganciamento della morale e dell’autorità dello stato da qualsiasi allusione a un significato ultimo. Poiché la cultura laica dominante del nostro tempo si colloca dopo Dio, la riflessione morale laica non può che occuparsi di ogni cosa come se essa non venisse da nessuna parte, non andasse da nessuna parte e non avesse alcuno sbocco finale[..]Il punto non è semplicemente che in un universo senza Dio non esiste alcuna sanzione necessaria nemmeno per atti di malvagità enormi. Tutto è in definitiva assolutamente privo di senso”(Dopo Dio. Morale e bioetica in un mondo laico, 2014). Come l’uomo si opporrà alla dittatura, ai regimi illiberali e, in definitiva, ai vari mali del mondo? Con una morale basata sull’assenza di senso? Ad esempio, con l’assenza di senso possiamo opporci all’assurdità trumpiana di bambini allontanati dai genitori perché questi sono clandestini, come succede in questi giorni negli USA? Per fortuna oltre a letterati e religiosi ci sono grandi scienziati che hanno un’altra visione

J. C. Eccles

dell’uomo. Per citarne uno, il grande neurofisiologo premio Nobel per l la medicina J. C. Eccles, la scienza «..non ha alcuna spiegazione per la prima – in ordine temporale – evoluzione (l’abiogenesi), né per l’ultima (la comparsa di Homo sapiens e del linguaggio simbolico insieme ad esso).» L’uomo ha quindi anche delle caratteristiche che non derivano dal mondo fisico-biologico, uniche e metafisiche. No, non siamo solo animali ed abbiamo una dignità ed una morale da opporre alla prevaricazione. Basta che l’Occidente se ne ricordi per mettere una pezza alle sue storture.

 

Evoluzione infalsificabile

Karl Raimund Popper fu il maggiore epistemiologo della scienza del XX secolo. Il filosofo, mancato nel 1994, sosteneva che una teoria scientifica è tale in quanto falsificabile: « L’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. »( Filosofia e pedagogia dalle origini a oggi, vol. 3, p. 615, 1986).

K. Popper

Non basta quindi il criterio della verificabilità perchè una teoria sia scientifica, ma è necessaria la possibilità di prevedere un test che la può rendere falsa: « Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato. »      (Albert Einstein, lettera a Max Born, 1926).

Ebbene Popper si occupò, tra le altre cose,  anche della coscienza animale scrivendo: «L’emergere della coscienza nel mondo animale è un mistero grande forse quando l’origine della vita stessa. Tuttavia si deve presumere, nonostante l’impenetrabile difficoltà, che sia un prodotto dell’evoluzione, della selezione naturale».(J. C. Eccles, La meraviglia di essere uomo, 1988).

Tralasciando in questa sede l’incapacità della scienza di mostrare come la vita in sé abbia avuto origine, l’apodittico enunciato afferma che la coscienza nel mondo animale rappresenta un altro enorme problema per la teoria dell’ evoluzione, un problema tanto “impenetrabile” da configurare un “mistero”. Ecco però che, di fronte ad un mistero impenetrabile, il filosofo, invece di ammettere lo smacco,  opera una scelta del “si deve presumere“,  una scelta di fede a favore di una visione teorica, quella dell’evoluzione. Ma che possibilità di essere falsificata ha essa?  Pare infatti che, per stessa ammissione dell’autore, l’origine del suo oggetto è ad oggi del tutto impenetrabile. Difficile immaginare una falsificabilità di una teoria che ha come oggetto qualcosa di irriducibile al rigore scientifico.

Di più, quel “si deve” esprime il disagio di una scelta obbligata dal risagio, in sua assenza, di tornare ad una spiegazione teologica. Ma un’unica teoria possibile, può veramente aiutare a capire?

“..non potevo immaginare l’essere ateo in qualsiasi momento prima del 1859, quando è stata pubblicata L’origine delle specie di Darwin”, affermava nel 1985 il biologo R. Dawkins, in The Blind Watchmaker, ed è evidente che tale teoria è necessaria in quanto strumentale alla posizione atea. Ma Popper stesso ha affermato a riguardo che « Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(K. Popper, Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994). 

E quindi? La selezione naturale viene accettata  senza una ragionevole speranza di falsificabilità tramite il modus tollens. Ergo, tenendo buono il pensiero di Popper stesso, la teoria dell’origine della coscienza per selezione naturale è una teoria in senso metafisico e non scientifico: nell’attesa fideistica che possa guadagnarsi un giorno il grado di teoria scientifica, è ad oggi solo una prospettiva dotata di un certo senso, non falsificabile ma che può aiutare lo scienziato ad inquadrare un problema. (E. Morin, La conoscenza della conoscenza, 1986). Piuttosto che un ritorno alla Genesi, insomma.. meglio che niente.

Sotto la scure della falsificabilità popperiana decadono quindi dal rango di “scienza”, non solo le religioni con la teologia e la metafisica, non solo il marxismo,  l’astrologia e la pscicanalisi, ma anche la stessa teoria della selezione naturale.

 

Attenti al “dimorfismo”

Il fenomeno biologico della differenza morfologica legata al sesso nell’ambito della stessa specie si chiama dimorfismo. Al di là del nome esotico tutti ne abbiamo esperienza. Il dimorfismo è quindi tipico della riproduzione sessuata e si manifesta con dimensioni e caratteri fenotipici differenti: il fagiano maschio, ad esempio, è caratterizzato da dimensioni maggiori ed una livrea più variopinta rispetto alla femmina, così come il leone è più grosso e presenta una criniera rispetto alla leonessa. Alche nella specie umana è presente un netto dimorfismo: gli studenti in medicina del primo anno imparano a conoscere il fatto che il volume cranico maschile è maggiore, che i muscoli sono più sviluppati, che le ossa sono più dense a fronte di una maggior quantità di acqua nell’intero organismo. Il tutto è regolato, naturalmente, dai geni che danno ragione delle differerenze, a loro volta giustificate da divergenti produzioni proteico-ormonali.

Orbene, tradizionalmente, gli organizzatori di manifestazioni sportive hanno tenuto ben presente tali differenze ed infatti, le discipine sono divise in base ai generi di sesso. Voi fareste correre i 100 metri piani a uomini e donne insieme? Fareste scontrare a football due squadre di sesso diverso? E che dire poi degli sport in cui ci si picchia a vicenda? Pensereste mai a combattimenti misti? No eh?

Ebbene qualcuno ci ha pensato accettando l’iscrizione del transgender Fallon Fox alla UFC. Si tratta di un’amena variante di combattimento in cui pochi sono i colpi vietati, quindi si possono dare testate, calci, pugni, ginocchiate etc.. Insomma, i combattenti possono darsele di santa ragione! Ecco che nel 2013 il nostro transgender riesce a farsi accreditare nella disciplina femminile, iniziando una brillante carriera. E’ accettabile? Vi sembra possibile che qualche maschio, dopo un intervento chirurgico che ha eliminato”qualcosa” ottenga  la “patente” di picchiare una donna? Sì? Proviamo a chiederlo a chi ha assaggiato i colpi del nostro/a atleta? “Ho combattuto contro molte donne e non ho mai sentito la forza che ho sentito in un combattimento come quella che ho fatto quella notte. Non posso rispondere se è perché è nata o non è nata così perché non sono un dottore. Posso solo dire che non mi sono mai sentita così sopraffatta in vita mia, e sono una femmina anormalmente forte da parte mia “, Così si è espressa la campionessa UFC nel 2014 Tamikka Brents dopo aver rimediato una frattura dell’orbita e vari punti di sutura al capo .” La sua presa era diversa, di solito potevo svincolarmi da essa contro altre femmine, ma non potevo affatto muovermi nella presa di Fox … “. Nel video del combattimento la campionessa è costantemente sovrastata dal transgender che la massacra di pugni.

Pensate che siano americanate? In Italia, in serie A2, gioca da qualche anno nella Lega Femminile Volley la/lo transgender Tifanny Pereira da Abreu. Siccome si tratta di una schiacciatrice, le avversarie non sprizzano gioia nel sapere che dovranno rispondere a schiacciate da parte di chi, è cresciuta nell’ “ambiente ormonale”maschile. Possiamo ritenere che sia una donna a tutti gli effetti? Lei viene difesa affermando che “Prima schiacciava a 3,60 metri, ora a 3,15”, ma le sue ossa, i muscoli e l’agonismo sono diventate identiche a quelle femminili? “Nello sport non fanno vincere le gambe lunghe, i muscoli possenti, e gli scatti fulminei” dice la Tifanny, ma è proprio vero? E se fosse vero il contrario? “Cosa succede se andiamo in Brasile, ingaggiamo tre trans e le portiamo a giocare nel campionato di A2 femminile? Vinciamo il campionato.”,  ha tuonato il direttore generale di una squadra avversaria, Emanuele Catania. E vogliamo sentire le parole di una pallavolista “donna”? «Stanno barando: fanno giocare un uomo al posto di una donna, contro altre donne. [..]Non ci sono operazioni od ormoni che tengano. E, detto da una donna, non è cavalleresco che un uomo schiacci (su) una donna. E’, in definitiva, un gesto da vigliacchi“.

Per non essere vigliacchi si dovrebbe saggiamente mettere da parte l’ideologia gender per tornare a principi che tengono in conto della biologia..e del buon senso.

Batteri extraterrestri!

Non avete letto nei mesi scorsi su varie testate  della disinformazione mondiale che sulla superficie della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) si sarebbero formate colonie di batteri provenienti dallo spazio? Sono articoli sensazionali, simili a quelli in cui vanno strombazzando improbabili scoperte di vita “esotica” in meteoriti ed altri corpi celesti. In questo caso, ad esempio, The indipendent ha titolato: “Bacteria found on International Space Station may be alien in origin, says cosmonaut”. Già, sembra essere un astronauta a sostenere l’ipotesi aliena dei microbi. Roba seria penserete. E invece no.

ISS
ISS

Innanzizutto va sottolineato come  una tale scoperta, se fosse reale,  occuperebbe per mesi tutte le TV ed i giornali del mondo: la prima forma di vita sicuramente extraterrestre. Non saremmo soli quaggiù! E invece la notizia non riscalda più di tanto il mondo scientifico. Perchè? Perchè se c’è una spiegazione più semplice,  è meglio puntare su quella, come diceva William of Ockham. Il cosmonatuta russo in questione è Anton Shkaplerov ed ha riferito in una intervista: “..durante le uscite noi prendiamo delle pennellate con dei tamponi d’ovatta sulla parte esterna della stazione..da qualche parte in questi tamponi si sono manifestati dei batteri che non c’erano al lancio della ISS. Perciò, da qualche parte dello spazio devono essere venuti, e si sono posati sulla parte del rivestimento esterno.”  Ma dire che “da qualche parte devono essere venuti” non è come dire che sono extraterrestri. E invece qualcuno ci ha giocato sù per fare bei titoloni.

E’ allora, da dove vengono i microbi? L’ipotesi più semplice è che siano forme di vita terrestri, presenti nelle polveri della residua aria che avvolge la stazione spaziale. Proprio così, la ISS non è completamente nello “spazio profondo” ma con i suoi 400 km di altezza risente ancora del “venticello” del pianeta azzurro.  Sappiamo inoltre che le airlock, le stanze di compensazione, e le tute spaziali sono piene di spore e germi che possono contaminare l’ambiente adiacente alla stazione.

Tardigrado Hypsibius dujardini

Ma voi mi direte: ma come hanno fatto le nostre bestioline a sopravvivere senza umidità, senza ossigeno ed a temperature inimmaginabili per un normale terrestre? E proprio in questo sta l’eccezionalità, di tali notizie: la vita è incredibilmente adattabile, e che anche  nelle situazioni estreme dello spazio (vicino) sono stati in passato trovati batteri, funghi, virus. Non solo gli unicellulari, ma anche esseri complessi come i Tardigradi , un gruppo di invertebrati, possono resistere per pochi minuti a 151 °C, per parecchi giorni a -200 °C (~73K) o per pochi minuti a ~1K.

Eredità modeste

Sulla rivista Focus del mese di Maggio 2018 un interessante articolo intitolato da “Il racconto dell’universo” ci narra le ultime scoperte cosmologiche. Spicca, anche per il color giallo alert, una piccola sezione dedicata all’eredità “che ci lascia di Stephen Hawking”, il famoso cosmologo in carrozzella da poco mancato. I punti di rilievo paiono essere due: il multiverso e la frequenza della vita nel cosmo.

Circa il primo(un universo fatto da n universi più o meno concatenati) va rilevato che l’idea, nata negli anni settanta è di difficile — se non imposibile — verificabilità scientifica; l’articolista assicura che Hawking abbia segnato la strada per verificare la giustezza di una tale tesi ma la rivista Coelum recentemente sostiene il contrario: Hawking ed Hertog (i due autori della teoria che prevede nientepopodimeno che infiniti universi) “non suggeriscono alcun modo di poter vedere le prove”. Ed è meglio credere agli astronomi di Coeum che al giornalista di Focus.

Insomma il multiverso rimane solo una bella speranza inverificabile; i multiversi, ha confessato uno dei loro più eminenti ideatori, Alex Vilenkin, non appartengono alla fisica, ma sono “esercizi di cosmologia
metafisica
”, buoni a riempir le pagine delle riviste peer review (ed il conto bancario degli autori–ndr–).

Circa la vita poi, Hawking come altri scienziati, ritiene che la scoperta di alcuni aminoacidi in meteoriti caduti sulla terra renda praticabile l’ipotesi che la vita sia un po’ ovunque nello spazio; da uno di questi corpi sarebbe stata inseminata sul nostro pianeta. E’ bene chiarire che i mattoni della vita(gli aminoacidi) sono solo il primo passo per la costruzione della complessima ed ordinata struttura che è una cellula ”elementare”. E’ impossibile invocare il caso per una tale costruzione! Potremmo mai costruire una casa mescolando a caso dei mattoni? Naturalmente no, tantomeno quindi è lecito pensare che la vita sia frequente altrove nel cosmo. Non perlomeno come frutto di combinazioni fortuite della chimica. Anche questa è quindi una bella speranza, null’altro .

Ecco il lascito di Hawking, due idee speranzose condite da una forte spettacolarizzazione.

Hoyle, il nemico del Big Bang

Si inaugura con il commento ad un articolo de La Repubblica la categoria “Malastampa”, tesa a dimostrare come in campo scientifico gli articoli di indottrinamento scientista crescano come i funghi..Il titolo originale dell’articolo è “Fred Hoyle, l’uomo che inventò il big bang” di Franco Prattico, La Repubblica, 23/8/2001

Circa il titolo originale dell’articolo, che sembra ascrivere allo scienziato inglese la grande teoria, possiamo concedere il beneficio d’inventario in quanto lo “slancio giornalistico non sempre è sottoposto a vaglio della ragione. Andiamo all’incipit fiduciosi. E’ morto all’età di 86 anni Fred Hoyle, l’astronomo inglese cui è riconosciuta la paternità del termine Big Bang con cui confutò la teoria che fa risalire l’ origine dell’universo a una grande esplosione. Ecco quindi svelata l’incoerenza del titolo: fu il creatore del termine, non della teoria; circa la confutazione poi, una teoria non può essere confutata da una parola, almeno non in ambito scientifico. O no? L’autore poi continua a deliziarci:«Hoyle può essere ricordato come l’ astronomo che guidò una rivoluzione nell’ astrofisica britannica, contro l’accettazione acritica dell’ ortodossia cosmologica. Fred Hoyle era forse il più grande degli scienziati “eretici” della sua generazione.» Tutto falso. Fu per anni il maggiore oppositore della teoria che si dimostrò vera, l’ “atomo primigenio” del prete gesuita G. E. Lamaitre. Hoyle battezzò malignamente tale teoria “Big Bang”. L’ortodossia allora riconosceva l’universo eterno ed infinito, con tutte le conseguenze filosofiche che esso implicava. Il Big Bang frantumava questa visione dogmatica ed indimostrata. Hoyle fu un coerente sacerdote del fideismo nell’universo eterno. Altro che Eretico! Il big Bang stesso, che egli combatteva, era allora la vera eresia!

Prattico poi è costretto a dire pane al pane e riconosce che “Hoyle era il più ferrato e caustico avversario della teoria del “big bang”. Uno scienziato reazionario e cieco che si opponeva in maniera antiscientifica ad una giusta teoria perchè ideata da un prete. “A questa teoria Hoyle contrapponeva l’ ipotesi dello “Steady State”, di un universo stazionario eguale a se stesso nell’eternità,” un’idea sbagliata che presumeva creazione continua di materia dal nulla quantistico, una patacca inventata ad hoc per opporsi, già dall’indomani della sua presentazione, a quella del Big Bang che creava incubi ad ogni ateo osservante: l‘uomo, per la prima volta della sua storia, provava scientificamente che Tutto aveva avuto un inizio. La più grande scoperta della storia.

Così si difese incalzato sulla sua assurda creazione «Forse è paradossale. Ma non è ancora più paradossale l’ idea che un bel sacco di roba, l’ intero Universo, sia nato in un attimo dal niente?». Lo pseudo-scienziato si smaschera: il suo problema non era la ricerca della verità ma era la paura di introdurre una situazione risolvibile filosoficamente solo con un atto creativo! Pur di evitare l’amaro calice il nostro buon ateo fu disposto a creare una assurdità logica. Viva la scienza!

L’affermazione quindi “Era nemico acerrimo di ogni forma di dogmatismo e di ortodossia” non è degna di essere commentata. Che dire poi dell’appellativo a lui rivolto di buon intellettuale“? E’ questo il modello di intellettuale che vogliamo? Vorremmo sacerdoti del probabile, quelli di Repubblica arruolano invece sacerdoti della Scienza. Scientisti insomma.

Ma l’anatema cadde su di lui, dopo aver perso la controversia cosmica. Divenuto più prudente, “aveva scandalizzato l’establishment paleontologico asserendo che in realtà il fossile di Archeopterix, conservato nel British Museum cioè il reperto che dimostrerebbe il passaggio evolutivo dai rettili agli uccelli era una contraffazione creata da scienziati disonesti“. La cosa era anche sostenuta da scienziati seri, nessuno scandalo quindi. Lo scandalo sussiste solo per un darwinista dogmatico come ad esempio il fondatore de La Repubblica.

Riteneva inoltre che la vita fosse troppo complicata per essere nata sulla terra: «Che quella faccenda complicata e complessa che è una cellula sia nata spontaneamente e per caso sulla Terra ha la stessa probabilità che un tornado, passando su un deposito di rottami, ne tiri fuori un Boeing 747 perfettamente funzionante».

Inizialmente pensò che la vita provenisse dallo spazio, da qualche asteroide, cosa che poi si dimostrò impossibile a causa della troppo limitata durata nello spazio del DNA. E allora come la risolviamo? Con gli extraterrestri! Non abbiamo già detto che fu soprattutto uno scrittore di fantascienza? Purtroppo però non si accorgeva che spostare il problema più in là non lo risolve, né per i biologi né per i filosofi. Ma l’ateismo dogmatico ama mettere la sporcizia sotto il tappeto. Uno scienziato dovrebbe solo dire la verità: non sappiamo come sia nata la vita. Punto.

Ma quali sarebbero gliinestimabili contributi…” che ha dato all’astronomia? Formare altri fanta- scienziati come Stephen Hawking? Sì, Hawking, quello degli infiniti universi inconfutabili che dovrebbero rendere superflua l’esistenza di Dio. Una cosa tipo: Pierino, hai fatto i compiti a casa? No, professore, me li ha mangiati Billy. Pierino, non dire fesserie! Ehm, scusi professore, me li hanno mangiati Billy, Pluto, Dick, Fuffy, Fido, Rintintin e così all’infinito.

“Per le sue posizioni eterodosse venne messo ai margini della comunità scientifica“. E meno male. Da parte nostra speriamo di smettere di sfornare scienziati i cui libri migliori vengono pubblicati nella collana Urania.

Per concludere, caro Scalfari, lo cambiamo ‘sto titolo in “Fred Hoyle, lo scienziato a tempo perso che si oppose all’evidenza dei fatti?