L’estate, profondamente

Ci siamo di nuovo, anche quest’anno. La spiaggia è il miraggio ma per raggiungerla  bisogna attraversare il  vasto deserto fatto di code interminabili, asfalto rovente,  nervosismo, stanchezza. Eppoi il rumore fino a notte tarda, l’afa tra gli ombrelloni, le attese al ristorante, il conto salato, il mare sporco, il condizionatore che non funziona, il parcheggio distante, il sudore,  il bambino che vuole fare il bagno a stomaco pieno, le cicche nella sabbia che scotta. La vacanza si trasforma per tanti  in un altro periodo stressante in cui, semplicemente, non si lavora. Per quelli che invece hanno la voglia e la possibilità  di allontanarsi dalla calca vacanziera, si propone un esperimento, un invito a sentire. Lo so, i superficiali, i forzati dell’ombrellone, gli estimatori dell’abbuffata, i “pipistrelli” da discoteca e le pasionarie dello shopping non capiranno. Lo so, queste parole appariranno loro stupide o, ben che vada, semplicemente vuote. Soli, appartati, soverchiati dalla natura, potrete avere la fortuna di capire. Almeno provateci. Provate a sentire il sussurro del mare, la carezza del vento, il calore del sole, a guardare veramente il colore del cielo, delle nuvole. Abbandonarsi nel vedere, sentire, odorare.  Perdersi nel non ragionare. Non abbiate fretta, vi prego, almeno ora: osservate le controrsioni delle palme al vento, la danza delle fronde ed il suono che si genera; trasformate in esperienza gli odori della macchia e della salsedine. Tenete tutto assieme nel fluente sentire. Non pensare significa sentire, percepire lo spessore della solitudine, esserci nel tutto.

“Esse est percipi” scrisse il filosofo George Berkeley . Esistete se vi percepite, esistete se vi sentite. La mano, il piede, l’interno del vostro corpo, il cielo, il mare, la sabbia, l’ulivo, esistono se l’attenzione vi si posa sopra. Se esiste solo ciò che percepite, tutto insieme va percepito con voi stessi. Poi il “salto” dell’ “Essere” forse vi prenderà,  alcuni sì, altri no.

Se “graziati” vi ritroverete nel tutto ritrovato, vi riconoscete, vi riscattaterete dall’alienazione della routine quotidiana che rende ombre.  Persi come eravate nel non percepirvi, ragionandolo ma non percependolo, decidevate il mondo estraneo ostile, e il prossimo nemico a cui chiudersi. Ma in quiete senza tempo, in armonia col tutto percepito, a contatto del vostro ritrovato essere profondo, nel vostro ancestrale essere vivi, riacquisterete per grazia visione limpida, apertura, pazienza, gioia. “Tutto questo mi parla di Te“, penserete. Ma più volte sarete rapiti nel tempo, passato o futuro dai pensieri, invenzioni automatiche di una mente che ci impedisce di vivere veramente. Ma permetterete a qualcosa di richiamarvi all’istante senza tempo: una folata di vento, un’onda sugli scogli, il ronzio di un’ape o la musica delle cicale vi riporteranno là dove esistete profondamente. Vedrete allora per grazia ciò che occhi non vedono, vi sentirete “tralci di vite”, e “Io sono colui che sono” vi apparirà chiaro. Rendere grazie sgorgherà naturale: la sosta sul baratro dell’Essere può farvi nuovi.

«Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’. Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte.» (Mc 6, 31-32)

Anche a chi non ha approvato, non ha capito o non ha voluto capire, buone vacanze.

Immagini da litorali sardi e siciliani