Chi controlla gli algoritmi?

Un algoritmo è un procedimento logico-matematico che, grazie ad una serie finita di istruzioni o regole, conduce ad una risoluzione di un problema. Più semplicemente, è una “macchina” matematica che, inseriti dei dati, fornisce risposte. I programmi del computer sono basati su algoritmi. Oggi sono ovunque: regolano i social ed il mercato finanziario, prevedono il tempo meteorologico, costituiscono il nerbo dei software dei computer e dei robot, guidano gli aerei, le navi, e le automobili lo saranno a breve. Esistono dei rischi nell’affidare l’intero pianeta ad un mucchio di calcoli matematici? A questa ed ad altre domande tenta di rispondere Ed Finn, ricercatore dell’Università dell’Arizona in un libro intitolato ”Che cosa vogliono gli algoritmi”. Dal titolo traspare addirittura la possibilità che i calcoli possano portare ad una intenzionalità. “Non abbiamo prove per sostenere che gli algoritmi abbiano intenzionalità, creatività o qualsiasi altro tratto che consideriamo necessario per l’immaginazione” conclude l’americano, caldeggiando comunque lo sviluppo di una nuova disciplina scientifica che indaghi il problema: una sorta di scienze umane sperimentali. Naturalmente tale idea poggia sulla fede che la coscienza sia un fenomeno ”fisico”, cosa ad oggi non dimostrabile. E nonostante molti ritengano che, come conseguenza dei teoremi di Gödel, la “cosci

K. Godel

enza artificiale” sia impossibile, alcuni ritengono possibile che la sofisticazione dei calcoli algoritmici, per inciso capaci di creare algoritmi a loro volta, ad un certo punto possa sfuggire al controllo della mente umana: chi potrebbe controllare se un risultato di un mega-calcolatore è giusto o sbagliato quando chi lo ha creato non è in grado di verificare le istruzioni che il calcolatore stesso ha rielaborato a partire da quelle originarie? Ricordate “Al” di 2001 Odissea nello Spazio? Ecco, il problema esiste ma la soluzione proposta da Finn lo è ancora di più: come antidoto alla paura, altra fredda scienza, numeri che controllano numeri. Algoritmi controllori di algoritmi, inquietante. Pensiamo ad un’altra soluzione prima di finire schiavi in un mondo governato da una sorta di “Matrix”.

Aristotele antifascista

L. Canfora

Qualche giorno fa La Repubblica ha riportato che il professor Luciano Canfora, commentando la versione di greco somministrata ai maturandi del liceo classico, si è così espresso: “è davvero un’ottima scelta perché è stata pensata per fare un dispetto al pessimo ministro dell’Interno che attualmente abbiamo[…] Aristotele era un uomo che la sapeva lunga; bravi. Al ministero hanno scelto un brano che da inizio alla resistenza contro il nuovo fascismo“. Orbene, qualcuno di destra potrebbe arrabbiarsi per il fatto che il noto grecista esprima il suo plauso ad un’operazione di indottrinamento scolastico, per orientare migliaia di studenti. Ma andiamo oltre. Canfora ci informa candidamente che il ministero(ora in mano grillina?) fa politica. Si dovrebbe avere pudore a dire ciò, ma non siamo ipocriti, sappiamo che  la cultura si schiera e fa politica. Non strappiamoci le vesti. Di più, ogni stato usa la cultura per difendere le sue fondamenta. La scuola quindi è, e lo sarà sempre, uno strumento di indottrinamento a sostegno del pensiero prevalente(di sinistra, in questo caso).

Quello che lascia invece interdetti è la scelta di un filosofo per nulla adatto allo scopo. Non è stato naturalmente scelto un brano “qualunque” , il rischio sarebbe stato grosso: Aristotele fu infatti, ed il prof. Canfora lo sa, il precettore di Alessandro Magno, sostenitore di una famiglia rigidamente patriarcale (Politica 1.2-3 e 1.5), teorico come altri filosofi greci, della superiorità degli Elleni rispetto a tutti gli altri popoli, sostenitore, grazie a questa presunta superiorità razziale (Pol 7.7), dell’ l’invasione dell’Asia persiana. Arrivò il nostro a teorizzare giustezza della schiavitù per “natura”. Non ci credete? Ecco il testo: “In realtà, l’essere che può prevedere con l’intelligenza è capo per natura, è padrone per natura, mentre quello che può col corpo faticare, è soggetto e quindi per natura schiavo” (Pol 2 . 1). Siamo forse oltre il nazismo, con lo sguardo moderno. E’ stato somministrato invece un brano sull’amicizia, cosa in generale, assolutamente encomiabile . Si spera che gli studenti, per farsi un’idea complessiva sull’autore, conoscano il resto della filosofiia aristotelica ed il suo pensiero politico che non può certo essere considerato agli antipodi rispetto a quello fascista. Insomma, ammesso e non concesso che quello di Salvini lo sia(non esiste una magistratura che in questo caso dovrebbe intervenire?)  il brano, non solo è stato utilizzato in maniera sfacciatamente strumentale ma, dato il pensiero politico di Aristotele, anche il fine  di  combattere contro ipotetici rigurgiti fascisti è stato clamorosamente mancato. Canfora infondo ci scalda col ghiaccio. O forse no, perché la sparata del professore confida nell’ignoranza degli Italiani.

Il paradosso del “Paradoxus”

Più che un animale, un rebus ” Questo è l’inizio di un articolo di Telmo Pievani su Le Scienze del giugno 2018, riguardante una specie tanto bizzarra quanto interessante, l’ornitorinco, Ornithorhinchus anatinus. E’ un animale dell’ Oceania che pare essere un vero e proprio scherzo di natura: coperto di pelliccia e con una cosa come un castoro, depone le uova e ha un becco simile ad un uccello; alla schiusa però la madre allatta i cuccioli da pori del ventre come fa un mammifero; non usa gli occhi sott’acqua e caccia le sue prede grazie ad elettrorecettori del becco. Appartiene al gruppo di mammiferi ovipari, i monotremi, e basta da solo a mettere in difficoltà l’intera teoria dell’evoluzione. L’animale infatti era già nell,’800 un problema per la sua difficoltosa classificazione, tanto da essere stato rinominato con Il nomignolo di paradoxous. L’articolo di Le Scienze, che aveva nelle sue intenzioni quella di rendere più co

Ornithorhinchus anatinus, fonte Wikipedia

mprensibile l’origine per selezione naturale di una tale specie, nei fatti enuncia solo le differenze tra le sottopopolazioni, la loro distribuzione geografica e l’età di comparsa del primo ornitorinco. Ma la sua situazione tassonomica e’ rimasta la stessa di quando, giovane studente universitario, mi interessavo di evoluzione naturale e zoologia.  Piovani infatti non risponde all’enigma di come tale complessità biologica sia sorta senza antecedenti e si sia concentrata in una specie che pare un assemblaggio di altre “classi” zoologiche. Il primo ornitorinco compare infatti dal nulla circa 15 milioni di anni fa in Australia. Neanche la sequenziazione del suo DNA, che pure ci fornisce prova del mosaico dei piu disparati geni del suo genoma, ci spiega come un tale animale possa essersi evoluto da altre specie. Secondo il neodarwinismo infatti, si sarebbe dovuto evolvere o dai mammiferi o dagli uccelli attraverso piccole modifiche successive che avrebbero dovuto generare animali intermedi di cui però la paleontologia non ci ha restituito alcuna traccia. Oggi. come nel 800 l’animale rimane invece un unicum, fenotipicamente e geneticamente isolato. Abbiamo a disposizione per giustificare l’insorgenza delle varie specie animali e vegetali, un’unica teoria quella della selezione naturale,nella sua formulazione più moderna detta neodarwinismo. L’ obbligo di doverlo usare senza alternative è di per sè inquietante ed il grande folosofo della scoenza K. Popper  diceva  che« Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994).  Casi come quello dell’ornitorinco, nella migliore delle ipotesi, suggeriscono che la teoria è incompleta, incapace com’è di spiegare la comparsa di esseri viventi del tutto scollegati filogeneticamente dagli altri. Se avremo un superamento del neodarwinismo sarà a partire dallo studio di esseri simili, che rappresentano un vulnus alla teoria ufficiale. Come diceva il  fisico premio Nobel Feynman, “La cosa più interessante, per noi, è quella che non va secondo le previsioni“. (Le battute memorabili di Feynman, Adelphi, 2017). Concordiamo.

L’enigma della coscienza

La coscienza è quel fenomeno psichico che permette all’individuo di percepirsi esistente, distinto dall’ambiente circostante, di localizzarsi nello spazio e nel tempo. Così definita la coscienza, ed in particolare la sua forma riflessiva, l’autocoscienza, è elemento distintivo ed escusivo dell’uomo. Un articolo di Le Scienze del giugno del 2018 chiarisce qual è lo stato dell’arte sugli studi scientifici circa la coscienza. “Se si parla di coscienza I filosofi hanno molto da dire” esordisce l’autrice. Il problema del suo studio, che appare essere appunto soprattutto filosofico, rischia di essere una chimera per la

D. Dennett

scienza positivistica. Ciononostante per “the hard problem” gli studiosi si arrampicano sugli specchi di teorie dai nomi esotici : esistono le ” enattiviste”, le “sensitivo-motorie”, la teoria della “mente diffusa” e della “mente-mondo”. Si tranquillizza il lettore della assenza, in questa sede, della volontà approfondire quelle che sono pure speculazioni, più che teorie. Basti dire la loro somma produce la sensazione che esse non possiedano gli strumenti adatti per indagare un fenomeno di tipo spiccatamente metafisico. Questo aspetto, che si manifesta nell’insight (intuito) e nella percezione di “essere presenti” a noi stessi, viene dai “riduzionisti” come il filososofo ateo D. Dennet considerato “perfettamente riconducibile a fenomeni elettrochimici del cervello. La coscienza umana è illusione”non c’è nulla di misterioso nella “coscienza”. E certamente non c’è motivo di andare oltre la fisica.” ( Breaking the Spell, 2006, 244). Nonostante questa spavalderia e decenni trascorsi ad aprire una breccia in questo mistero insolubile, la comunità scientifica arranca a produrre fattie  e “i filosofi cercano di dare forma una teoria della coscienza che possa aiutare gli sperimentalisti a disegnare ricerche utili per risolvere l’enigma”. Insomma, la scienza è in alto mare e nessuna teoria viene universalmente riconosciuta come valida.

Kurt Godel

Particolare attenzione merita il tentativo di ricreare con algoritmi il cervello ed il suo supposto prodotto, la coscienza: stiamo parlando della possibilità di ricreare l’intelligenza artificiale al computer, cosa per nulla scontata. Infatti, nei primi decenni del ventesimo secolo fu chiaro con i lavori di Kurt Gödel, uno dei più grandi logici della storia dell’umanità, che un sistema formale (come quello matematico del computer) è incapace di dare coerenza/completezza a sé stesso ed ai suoi risultati: si tratta dei famosi “teoremi d’’incompletezza di Gödel” che, per alcuni scienziati tra cui R. Penrose (La mente nuova dell’imperatore, 1989), escludono la possibilità di creare un’intelligenza artificiale in quanto tale “sistema” dovrebbe possedere in sé l’insight, l’intuito, capace di “dimostrare” gli assiomi della matematica altrimenti indimostrabili all’interno del sistema formale stesso. E’ infatti questo fenomeno che fornisce coerenza al sistema formale, non il calcolo matematico. Di più, l’intuito appare inconciliabile ed per certi versi opposto al puro calcolo.

Quindi pietra tombale sull’intelligenza artificiale? Quasi. Gödel stesso chiarì negli anni ’50 che i suoi teoremi non escludono a priori la possibilità di creare l’intelligenza artificiale, quanto piuttosto, nel peggiore dei casi, la nostra capacità di verificare se quella che abbiamo creato è effettivamente una vera intelligenza. In altre parole, se non siamo solo “macchine” matematiche e quindi siamo dotati di libero arbitrio, insight ed autocoscienza,  non possiamo creare intelligenza artificiale necessaria per la verifica scientifica delle teorie sulla coscienza stessa; se invece siamo solo “macchine” e l’intuito è solo un’illusione, come sostiene Dennet, possiamo creare macchine simili a noi con un sistema di algoritmi, ma in questo caso non siamo in grado di studiare né noi stessi, né il sistema creato.  Le conseguenze sono macigni: se infatti manca questa verifica logico-matematica i lavori sulla coscienza rimarranno senza controllo sperimentale, neanche lontanamente immaginabile ad oggi, rimanendo per sempre quello che sono in effetti, cioè fenomeni di pertinenza filosofica e teologica.

Non siamo animali

Mario Tozzi

Domenica 17 giugno 2018, prima serata Rai3, trasmissione Kilimangiaro, ospite d’onore Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico di fama nazionale. Si parla dell’eccessiva pressione provocata dall’uomo sul povero pianeta terra. Le parole dello scienziato sono ampiamente condivisibili in quanto sono a difesa di un ambiente troppo vessato. Ma nella foga, il buon geologo, spiega che l’uomo “è l’unico animale che accumula”. Accumulando distrugge il pianeta, certamente, ma l’uomo è davvero solo un animale? Tozzi non ha detto che l’uomo è l’unico essere vivente che accumula, ha detto che è un animale. E si può credere che egli lo creda veramente e che non si tratti di un lapsus. Perché? Perché è tipico pensarlo nell’ambiente scientista, veteropositivista, progressista. In questa cultura tutto è nato dal nulla [senza alcuna riflessione sulle conseguenze filosofiche del Big Bang], la vita è nata dalla materia bruta [l’hanno chiamata abiogenesi, senza averne alcuna prova] e la coscienza sarebbe frutto della evoluzione darwiniana[senza contare che il co-fondatore della teoria, A. R. Wallace, credeva che “nello sviluppo delle facoltà intellettive e morali dell’uomo intervenissero forze spirituali ancora ignote e invisibili..”.

Ma siccome dalla riflessione dobbiamo escludere ad ogni costo Dio ed il metafisico, sicuramente, per quelli come Tozzi, caso e selezione naturale sono stati sufficienti a creare il “miracolo” dell’autocoscienza. Sissignori, miracolo come e più della creazione dell’universo, come e più dell’origine stessa della vita. State leggendo questa pagina, ne traete un senso, ne siete coscienti: ecco il miracolo, la vostra composizione fisica non è dissimile da quella di un sasso o di un lombrico, ma siete autocoscienti. L’uomo è la “classe semantica della vita” diceva il linguista Alfred Korzybsky; un essere ad “immagine e somiglianza di Dio”, dice la Bibbia; non è quindi un animale, almeno non solo! Abbiamo senz’altro una componente animale, biologica, ma perdiamo di vista l’unicità di questo essere se tralasciamo la sua peculiarità. Inoltre è pericoloso che a ridurlo a semplice animale sia proprio uno scienziato. L’uomo occidentale medio considera la scienza come la nuova religione, e tali pronunciamenti hanno un peso drammatico: dobbiamo ricordare come le storie del Lombroso e del Nazismo razzista abbiano insegnato quanto sia pericoloso strumentalizzare la scienza per annullare la dignità umana. Ad una tale critica Tozzi potrebbe rispondere che, seppure animale, l’uomo ha pur sempre la sua dignità di unico essere pensante, per quanto ne sappiamo. Il problema è che la sua visione nega di substrato filosofico la dignità umana. La pensa proprio così il biologo ateo R. Dawkins: “Noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai nostri geni […] robot programmati ciecamente per preservare le molecole egoistiche conosciute come geni “.

E quali diritti umani si possono difendere con tali premesse? In definitiva, può esistere una sottostante morale universale per un tale essere automatico? T. H. Engelhardt, uno dei più  grandi bioeticisti al mondo, ritiene di no in quanto siamo approdati “allo  sganciamento della morale e dell’autorità dello stato da qualsiasi allusione a un significato ultimo. Poiché la cultura laica dominante del nostro tempo si colloca dopo Dio, la riflessione morale laica non può che occuparsi di ogni cosa come se essa non venisse da nessuna parte, non andasse da nessuna parte e non avesse alcuno sbocco finale[..]Il punto non è semplicemente che in un universo senza Dio non esiste alcuna sanzione necessaria nemmeno per atti di malvagità enormi. Tutto è in definitiva assolutamente privo di senso”(Dopo Dio. Morale e bioetica in un mondo laico, 2014). Come l’uomo si opporrà alla dittatura, ai regimi illiberali e, in definitiva, ai vari mali del mondo? Con una morale basata sull’assenza di senso? Ad esempio, con l’assenza di senso possiamo opporci all’assurdità trumpiana di bambini allontanati dai genitori perché questi sono clandestini, come succede in questi giorni negli USA? Per fortuna oltre a letterati e religiosi ci sono grandi scienziati che hanno un’altra visione

J. C. Eccles

dell’uomo. Per citarne uno, il grande neurofisiologo premio Nobel per l la medicina J. C. Eccles, la scienza «..non ha alcuna spiegazione per la prima – in ordine temporale – evoluzione (l’abiogenesi), né per l’ultima (la comparsa di Homo sapiens e del linguaggio simbolico insieme ad esso).» L’uomo ha quindi anche delle caratteristiche che non derivano dal mondo fisico-biologico, uniche e metafisiche. No, non siamo solo animali ed abbiamo una dignità ed una morale da opporre alla prevaricazione. Basta che l’Occidente se ne ricordi per mettere una pezza alle sue storture.

 

Tutti hanno a cuore i bambini

Matteo Renzi

Negli ultimi giorni diversi accadimenti e pronunciamenti meritano di essere considerati insieme al fine di interrogarci sul valore dell’ “umano” in Occidente. Iniziamo dal braccio di ferro che il ministro dell’interno, Matteo Salvini, ha ingaggiato con l’Unione Europea per ottenere maggiore assistenza dagli stati membri circa il problema degli sbarchi dei migranti. Ha duramente criticato il suo operato l’altro Matteo “nazionale, Matteo Renzi che, non solo lo ha accusato di aver ”fatto il bullo” con alcune centinaia di poveracci, ma anche di continuare la campagna elettorale mettendo a rischio vite di donne e bambini: “un milione di “I like”, non vale la vita di un solo bambino”, ha dichiarato il politico fiorentino. Tali parole si possono sottoscrivere in nome della sacralità della vita umana ma, in questo caso nessuno ha attentato ad essa: la nave Acquarius è stata scortata in Spagna e nessuno dei suoi passeggeri ha mai rischiato la vita. Sono semplicemente stati dirottati su una destinazione alternativa, rifocillati e scortati da navi della nostra Marina Militare .

Saltando al di là dell’oceano, un giudice canadese ha concesso di registrare all’anagrafe un bambino come “figlio di tre genitori”, due uomini ed una donna. I tre vivono “normalmente” insieme da tempo e dopo la nascita del rampollo la madre non ha voluto conoscere l’identità del padre biologico, facendo valere il principio dell’ “amore” vicendevole a tre. Il giudice, in barba alla legge che non prevede due papà, ha decretato creativamente la tri-genitorialità “nell’interesse del bambino”. E altrettanto interessata ai bambini appare Melania Trump, la moglie del presidente americano, che ha auspicato politica meno inumana. Una politica che permette di separare i bambini messicani dai loro genitori clandestini è naturalmente inaccettabile e si tratta quindi di un parere su cui si può convenire grazie alla sacralità del rapporto genitore-figlio, ma che lascia interdetti circa le modalità: non avrebbe potuto la signora Trump parlare col marito circa la questione invece che strombbazzarla su tutti i media? La cosa puzza molto di vendetta nell’ambito di un matrimonio ampiamente in crisi.

Papa Francesco

E proprio di matrimonio e bambini, questa volta senza alcun secondo fine prevedibile, ha parlato il Papa ieri al forum delle famiglie. Lo ha fatto con particolare chiarezza e passione, tipica di chi capisce che l’Occidente ha perso la rotta. Ha paragonato la nostra società al Nazismo ed ai popoli antichi che si disfacevano dei bimbi malati per difendere “la razza”. Quale Matteo, quale Melania, quale giudice difende quei bambini? Chi difende tutti e sempre i bambini? Ed il fatto di eliminare migliaia di bambini“ coi “guanti bianchi” perché forse affetti da patologia non ci rende meno colpevoli. Ha poi, naturalmente, parlato di famiglia, di matrimonio e della sua sacralità, del perdono necessario perché duri, dell’amore necessario perché cresca, dell’unione di uomo e donna ad immagine di Dio. E, si badi, è stato netto il Papa: questa è l’unica “formula” familiare con il copyright divino: uomo e donna, stop. Accusato anche all’interno della Chiesa di essere un pontefice troppo “progressista”, Francesco si dimostra in questo frangente l’unico vero baluardo contro l’assurdità “progressista”; e quanto ha bisogno l’Occidente di riscoprire principi tanto elementari quanto fondanti, per evitare di continuare a scivolare verso la strumentalizzazione, l’opportunismo, la falsità, figli prediletti dell’egoismo!

Troppo facile

In pieno crisi per il caso ”Acquarius” tra Francia e Italia irrompono nella discussione politica anche i giudizi negativi che ricadono sugli Italiani “cattivi” perché respingono chi è in difficoltà. Lo ha fatto un pezzo grosso della Chiesa cattolica citando un brano del Vangelo e lo ha fatto anche Jacopo Fo durante la trasmissione Agorà di Rai 3 richiamando i Cristiani ai loro principi di accoglienza, pena la discesa automatica all’Inferno. Sì, avete capito bene, proprio Fo, rampollo ormai attempato di una delle famiglie più importanti dell’intellighenzia di sinistra, richiama la Cristianità italiana ai propri principi, quei principi che egli ed i suoi compagni ha tentato di soffocare in ogni modo, sognando un’Europa ed un mondo de-cristianizzato. Ma hanno tentato, lui ed i suoi genitori, di richiamare l’Italia alle comuni radici cristiane quando di doveva votare il divorzio? E per l’aborto come si sono schierati? E per i cosiddetti “diritti civili” sono stati dalla parte dei più deboli (i bambini) o si sono schierati dalla parte dell’egoismo? Ma allora che diritto ha ora il signor Fo, e chi come lui è una bandiera del buonismo, a richiamare questi principi? Nessuno, e infatti l’interesse per la cristianità è solo strumentale: egli prende dal cesto del nemico solo il frutto che gli piace..

Fermo restando che la coscienza di un cristiano deve sempre essere sollecitata da tali accadimenti, interventi come questo rischiano di  irritare chi invece, onestamente, si è sempre battuto per un mondo migliore basato sui cardini della cultura cristiana.   Lo aveva ammesso lo stesso Fo in un suo libro che “dobbiamo in gran parte al Cristianesimo se oggi il mondo ci appare meno inumano, sadico e violento che in passato.” quindi stia sereno che di Cristiani impegnati  se ne troveranno sempre, ma certo non perchè lui li chiama a raccolta..

Evoluzione infalsificabile

Karl Raimund Popper fu il maggiore epistemiologo della scienza del XX secolo. Il filosofo, mancato nel 1994, sosteneva che una teoria scientifica è tale in quanto falsificabile: « L’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. »( Filosofia e pedagogia dalle origini a oggi, vol. 3, p. 615, 1986).

K. Popper

Non basta quindi il criterio della verificabilità perchè una teoria sia scientifica, ma è necessaria la possibilità di prevedere un test che la può rendere falsa: « Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato. »      (Albert Einstein, lettera a Max Born, 1926).

Ebbene Popper si occupò, tra le altre cose,  anche della coscienza animale scrivendo: «L’emergere della coscienza nel mondo animale è un mistero grande forse quando l’origine della vita stessa. Tuttavia si deve presumere, nonostante l’impenetrabile difficoltà, che sia un prodotto dell’evoluzione, della selezione naturale».(J. C. Eccles, La meraviglia di essere uomo, 1988).

Tralasciando in questa sede l’incapacità della scienza di mostrare come la vita in sé abbia avuto origine, l’apodittico enunciato afferma che la coscienza nel mondo animale rappresenta un altro enorme problema per la teoria dell’ evoluzione, un problema tanto “impenetrabile” da configurare un “mistero”. Ecco però che, di fronte ad un mistero impenetrabile, il filosofo, invece di ammettere lo smacco,  opera una scelta del “si deve presumere“,  una scelta di fede a favore di una visione teorica, quella dell’evoluzione. Ma che possibilità di essere falsificata ha essa?  Pare infatti che, per stessa ammissione dell’autore, l’origine del suo oggetto è ad oggi del tutto impenetrabile. Difficile immaginare una falsificabilità di una teoria che ha come oggetto qualcosa di irriducibile al rigore scientifico.

Di più, quel “si deve” esprime il disagio di una scelta obbligata dal risagio, in sua assenza, di tornare ad una spiegazione teologica. Ma un’unica teoria possibile, può veramente aiutare a capire?

“..non potevo immaginare l’essere ateo in qualsiasi momento prima del 1859, quando è stata pubblicata L’origine delle specie di Darwin”, affermava nel 1985 il biologo R. Dawkins, in The Blind Watchmaker, ed è evidente che tale teoria è necessaria in quanto strumentale alla posizione atea. Ma Popper stesso ha affermato a riguardo che « Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »(K. Popper, Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico, 1994). 

E quindi? La selezione naturale viene accettata  senza una ragionevole speranza di falsificabilità tramite il modus tollens. Ergo, tenendo buono il pensiero di Popper stesso, la teoria dell’origine della coscienza per selezione naturale è una teoria in senso metafisico e non scientifico: nell’attesa fideistica che possa guadagnarsi un giorno il grado di teoria scientifica, è ad oggi solo una prospettiva dotata di un certo senso, non falsificabile ma che può aiutare lo scienziato ad inquadrare un problema. (E. Morin, La conoscenza della conoscenza, 1986). Piuttosto che un ritorno alla Genesi, insomma.. meglio che niente.

Sotto la scure della falsificabilità popperiana decadono quindi dal rango di “scienza”, non solo le religioni con la teologia e la metafisica, non solo il marxismo,  l’astrologia e la pscicanalisi, ma anche la stessa teoria della selezione naturale.

 

Cervelli fluttuanti

Ci sono leggende pseudo scientifiche dure a morire perchè rispondono a specifici scopi scientisti. Una delle più fortunate è  l’ “universo di Hawking-Hartle“. Nonostante gli autori stessi lo abbiano presentato nel lontano 1983 solo come “modello” e non come teoria, tale fantasiosa visione continua ad imperversare anche al giorno d’oggi in vari organi d’informazione.

Il cosmologo James Hartley

Prima di continuare è bene sottolineare la differenza tra teoria e modello: ambedue sono ipotesi ma mentre la prima si basa sull’osservazione( dal gr. theoréo =”guardo, osservo”) e prevede almeno qualche speranza di verifica quantitativa, la seconda è invece una congettura che manca delle caratteristiche di verificabilità. Il modello è quindi una “bozza” di teoria, a metà strada tra l’idea e la teoria stessa.

Fatta questa doverosa premessa, il modello in questione prevede un universo originario senza confini invece che un universo originato da una singolarità puntiforme. Dal 1967, infatti, la teoria del Big Bang  divenne quella accettata dal mondo scientifico e tale teoria prevede che tutto il cosmo sia  nato da un singolo punto di caratteristiche peculiari: densità, temperatura, gravità , curvatura, infinite. E’ una sfida intellettuale che mette di fronte ogni uomo ad uno scenario sconcertante: un attimo prima il nulla, un attimo dopo tutto. Si comprende quindi come, in reazione al fatto che il Creatore venga quasi necessariamente chiamato in causa per risolvere una sorta di  non-senso, alcuni abbiamo ideato una visione alternativa, la “no-boundary proposal“.  Secondo la “proposta di Hartle e Hawking, con l’appoggio esterno di T. Hertog, prima del tempo di Plank, il più ficcolo indagabile dalla fisica, c’era una sorta di universo primordiale simile ad un buco nero senza confini spazio-temporali.  Solo dopo i  10-44 s del tempo di Plank sarebbe sopravvenuto il Big Bang  col nostro universo ed il tempo. Ma cosa ha fatto passare lo stato di Hartle alla condizione di Big Bang?  Una fluttuazione quantistica del precedente stato.

Ammasso stellare delle Pleiadi, fonte wikipedia

In questo modo si evita il disagio di dover capire da dove sia sbucato fuori il cosmo, che è, per definizione, originariemante infinito, autosufficiente e autocreato dalle sue stesse leggi (in particolare la gravitazione). Bello no? Avevamo il problema di un universo con un inizio inspiegabile a meno di non ammettere l’esistenza precedente di una un’entità eterna? Lo si risolve inventando un ipotetico universo che racchiude in sè le caratteristiche di ciò che vogliamo negare. “L’idea che spazio e tempo possono formare una superficie chiusa senza bordo, ha profonde implicazioni per il ruolo di Dio“. Tutto fila quindi? No, assolutamente.

Il cosmologo S. Hawking

No, perchè il ragionamento dei nostri eroi dello scientismo procede dalla necessità che prima del Big Bang ci fosse un “vuoto quantistico” e non il “nulla” come prevede la teoria standard.  Per creare un universo, questo stato primordiale non poteva essere veramente “vuoto” ma doveva avere al suo interno dei “quanti” con delle “leggi” che ne regolavano la sussistenza, una cosa che ricorda da vicino l’iperuranio di Platone. Ma la teoria del Big Bang, prima della singolarità iniziale, prevede solo il nulla, niente, nihil, nada, nothing! E questa singolarità iniziale è insondabile, come lo stesso Hawking sostenne negli anni ’70: “Dimostrammo che[…]la scienza poteva predire che l’universo doveva aver avuto un inizio, ma che non poteva predire come l’universo doveva cominciare, poiché tale compito era competenza di Dio“.

A chi dovremmo credere, al primo od al secondo Hawking? La risposta, per fortuna, viene proprio dal cosmologo britannico: “è solo un modello matematico, non ha senso chiedersi se corrisponde alla realtà”. Già, meglio evitare il mal di testa, d’altronde un modello per il quale non ha senso chiedersi se corrisponde alla realtà, non è scienza. Quindi, per sapere come è nato Tutto, evitiamo scienziati che fanno filosofia e prendiamo una Bibbia, apriamo alla Genesi e leggiamo al capitolo 1:  1In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. 3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu».

Attenti al “dimorfismo”

Il fenomeno biologico della differenza morfologica legata al sesso nell’ambito della stessa specie si chiama dimorfismo. Al di là del nome esotico tutti ne abbiamo esperienza. Il dimorfismo è quindi tipico della riproduzione sessuata e si manifesta con dimensioni e caratteri fenotipici differenti: il fagiano maschio, ad esempio, è caratterizzato da dimensioni maggiori ed una livrea più variopinta rispetto alla femmina, così come il leone è più grosso e presenta una criniera rispetto alla leonessa. Alche nella specie umana è presente un netto dimorfismo: gli studenti in medicina del primo anno imparano a conoscere il fatto che il volume cranico maschile è maggiore, che i muscoli sono più sviluppati, che le ossa sono più dense a fronte di una maggior quantità di acqua nell’intero organismo. Il tutto è regolato, naturalmente, dai geni che danno ragione delle differerenze, a loro volta giustificate da divergenti produzioni proteico-ormonali.

Orbene, tradizionalmente, gli organizzatori di manifestazioni sportive hanno tenuto ben presente tali differenze ed infatti, le discipine sono divise in base ai generi di sesso. Voi fareste correre i 100 metri piani a uomini e donne insieme? Fareste scontrare a football due squadre di sesso diverso? E che dire poi degli sport in cui ci si picchia a vicenda? Pensereste mai a combattimenti misti? No eh?

Ebbene qualcuno ci ha pensato accettando l’iscrizione del transgender Fallon Fox alla UFC. Si tratta di un’amena variante di combattimento in cui pochi sono i colpi vietati, quindi si possono dare testate, calci, pugni, ginocchiate etc.. Insomma, i combattenti possono darsele di santa ragione! Ecco che nel 2013 il nostro transgender riesce a farsi accreditare nella disciplina femminile, iniziando una brillante carriera. E’ accettabile? Vi sembra possibile che qualche maschio, dopo un intervento chirurgico che ha eliminato”qualcosa” ottenga  la “patente” di picchiare una donna? Sì? Proviamo a chiederlo a chi ha assaggiato i colpi del nostro/a atleta? “Ho combattuto contro molte donne e non ho mai sentito la forza che ho sentito in un combattimento come quella che ho fatto quella notte. Non posso rispondere se è perché è nata o non è nata così perché non sono un dottore. Posso solo dire che non mi sono mai sentita così sopraffatta in vita mia, e sono una femmina anormalmente forte da parte mia “, Così si è espressa la campionessa UFC nel 2014 Tamikka Brents dopo aver rimediato una frattura dell’orbita e vari punti di sutura al capo .” La sua presa era diversa, di solito potevo svincolarmi da essa contro altre femmine, ma non potevo affatto muovermi nella presa di Fox … “. Nel video del combattimento la campionessa è costantemente sovrastata dal transgender che la massacra di pugni.

Pensate che siano americanate? In Italia, in serie A2, gioca da qualche anno nella Lega Femminile Volley la/lo transgender Tifanny Pereira da Abreu. Siccome si tratta di una schiacciatrice, le avversarie non sprizzano gioia nel sapere che dovranno rispondere a schiacciate da parte di chi, è cresciuta nell’ “ambiente ormonale”maschile. Possiamo ritenere che sia una donna a tutti gli effetti? Lei viene difesa affermando che “Prima schiacciava a 3,60 metri, ora a 3,15”, ma le sue ossa, i muscoli e l’agonismo sono diventate identiche a quelle femminili? “Nello sport non fanno vincere le gambe lunghe, i muscoli possenti, e gli scatti fulminei” dice la Tifanny, ma è proprio vero? E se fosse vero il contrario? “Cosa succede se andiamo in Brasile, ingaggiamo tre trans e le portiamo a giocare nel campionato di A2 femminile? Vinciamo il campionato.”,  ha tuonato il direttore generale di una squadra avversaria, Emanuele Catania. E vogliamo sentire le parole di una pallavolista “donna”? «Stanno barando: fanno giocare un uomo al posto di una donna, contro altre donne. [..]Non ci sono operazioni od ormoni che tengano. E, detto da una donna, non è cavalleresco che un uomo schiacci (su) una donna. E’, in definitiva, un gesto da vigliacchi“.

Per non essere vigliacchi si dovrebbe saggiamente mettere da parte l’ideologia gender per tornare a principi che tengono in conto della biologia..e del buon senso.