L’oppio di Marx

Uno degli sloagan più conosciuti e, ahimè osannati, è “La religione è l’oppio dei popoli“.

La frase è del filosofo tedesco Karl Marx (1818-1883) e sostiene in pratica che la situazione sociale disagiata ha portato la gente ad “inventarsi” una serie di credenze per provare sollievo, per sopportare il sopruso, l’alienazione, la fatica.

Tralasciando in questa sede le “magnifiche sorti e progressive” che la sua ideologia regalerà al mondo, di primo acchito, di fronte a cotanta apodittica affermazione, si può rimanere attoniti. Avete sentito dire: “La grande muraglia cinese si vede dalla luna”! E’ una cosa simile. Ragionando solo sulla lunghezza della muraglia, la cosa non appare poi così irragionevole. Ma se si considera la larghezza della costruzione le cose cambiano.. Tornando al nostro discorso, cosa si cela veramente dietro alla frase di Marx?

Innanzitutto la fede in qualcos’altro. Sissignori, è il modus tollens, un procedimento logico efficacissimo se le credenze su cui ci si basa sono vere: se si dubita di P è perchè si crede fermamente in x, y e z che sono per loro natura incompatibili con P. Nel nostro caso, se si dubita della coerenza della fede cristiana(P) –a questo si riferiva il nostro filosofo ateo– è perchè si crede nell’infinità dell’universo (x), nel materialismo assoluto (y) e nella completezza della scienza (z). Marx inoltre credeva che x, y e z , allora come ora tutt’altro che dimostrate, fossero incompatibili con la coerenza della fede cristiana. Egli, come tutti noi, “credeva” in qualcosa. Persino gli scienziati, come diceva Michael Polany, devono credere per capire, proprio come Agostino di Ippona: credo ut intelligam è infatti necessario al processo cognitivo.

Il problema è cosa credere e, dal suo punto di vista il buon Karl, immerso nell’ambiente culturale ottocentesco, percepiva vividi i fasti dello scientismo illuminista, la tecnologia che stava cambiando il mondo, ma anche il capitalismo selvaggio ed alienante. Aveva insomma delle attenuanti dovute a ciò che il suo tempo gli poneva dinanzi. Le credenze a quel punto gli apparvero come legacci non solo del progresso, ma della libertà stessa dell’uomo. Sapeva forse della meccanica quantistica? Sapeva forse del dualismo onda particella, dei teoremi di Gödel, del Big Bang? Tutti questi “fatti” scientifici si concretizzarono solo negli anni ’30 del secolo successivo nella “crisi della scienza”, crisi tutt’ora perdurante, nonostante la dilagante propaganda scientista.

Quindi, l’errore del nostro filosofo fu di scommettere la sua “fede” su un mucchietto di vane illusioni umane. Probabilmente avrebbe cercato altri modi per aiutare le masse di oppressi, se solo fosse nato un secolo dopo. La sua affermazione (La religione è…) è quindi legata al suo tempo, secolarizzata, una “verità ad orologeria” e come tale con respiro irrimediabilmente corto rispetto a quelle della cristianità: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno“.

 

Hoyle, il nemico del Big Bang

Si inaugura con il commento ad un articolo de La Repubblica la categoria “Malastampa”, tesa a dimostrare come in campo scientifico gli articoli di indottrinamento scientista crescano come i funghi..Il titolo originale dell’articolo è “Fred Hoyle, l’uomo che inventò il big bang” di Franco Prattico, La Repubblica, 23/8/2001

Circa il titolo originale dell’articolo, che sembra ascrivere allo scienziato inglese la grande teoria, possiamo concedere il beneficio d’inventario in quanto lo “slancio giornalistico non sempre è sottoposto a vaglio della ragione. Andiamo all’incipit fiduciosi. E’ morto all’età di 86 anni Fred Hoyle, l’astronomo inglese cui è riconosciuta la paternità del termine Big Bang con cui confutò la teoria che fa risalire l’ origine dell’universo a una grande esplosione. Ecco quindi svelata l’incoerenza del titolo: fu il creatore del termine, non della teoria; circa la confutazione poi, una teoria non può essere confutata da una parola, almeno non in ambito scientifico. O no? L’autore poi continua a deliziarci:«Hoyle può essere ricordato come l’ astronomo che guidò una rivoluzione nell’ astrofisica britannica, contro l’accettazione acritica dell’ ortodossia cosmologica. Fred Hoyle era forse il più grande degli scienziati “eretici” della sua generazione.» Tutto falso. Fu per anni il maggiore oppositore della teoria che si dimostrò vera, l’ “atomo primigenio” del prete gesuita G. E. Lamaitre. Hoyle battezzò malignamente tale teoria “Big Bang”. L’ortodossia allora riconosceva l’universo eterno ed infinito, con tutte le conseguenze filosofiche che esso implicava. Il Big Bang frantumava questa visione dogmatica ed indimostrata. Hoyle fu un coerente sacerdote del fideismo nell’universo eterno. Altro che Eretico! Il big Bang stesso, che egli combatteva, era allora la vera eresia!

Prattico poi è costretto a dire pane al pane e riconosce che “Hoyle era il più ferrato e caustico avversario della teoria del “big bang”. Uno scienziato reazionario e cieco che si opponeva in maniera antiscientifica ad una giusta teoria perchè ideata da un prete. “A questa teoria Hoyle contrapponeva l’ ipotesi dello “Steady State”, di un universo stazionario eguale a se stesso nell’eternità,” un’idea sbagliata che presumeva creazione continua di materia dal nulla quantistico, una patacca inventata ad hoc per opporsi, già dall’indomani della sua presentazione, a quella del Big Bang che creava incubi ad ogni ateo osservante: l‘uomo, per la prima volta della sua storia, provava scientificamente che Tutto aveva avuto un inizio. La più grande scoperta della storia.

Così si difese incalzato sulla sua assurda creazione «Forse è paradossale. Ma non è ancora più paradossale l’ idea che un bel sacco di roba, l’ intero Universo, sia nato in un attimo dal niente?». Lo pseudo-scienziato si smaschera: il suo problema non era la ricerca della verità ma era la paura di introdurre una situazione risolvibile filosoficamente solo con un atto creativo! Pur di evitare l’amaro calice il nostro buon ateo fu disposto a creare una assurdità logica. Viva la scienza!

L’affermazione quindi “Era nemico acerrimo di ogni forma di dogmatismo e di ortodossia” non è degna di essere commentata. Che dire poi dell’appellativo a lui rivolto di buon intellettuale“? E’ questo il modello di intellettuale che vogliamo? Vorremmo sacerdoti del probabile, quelli di Repubblica arruolano invece sacerdoti della Scienza. Scientisti insomma.

Ma l’anatema cadde su di lui, dopo aver perso la controversia cosmica. Divenuto più prudente, “aveva scandalizzato l’establishment paleontologico asserendo che in realtà il fossile di Archeopterix, conservato nel British Museum cioè il reperto che dimostrerebbe il passaggio evolutivo dai rettili agli uccelli era una contraffazione creata da scienziati disonesti“. La cosa era anche sostenuta da scienziati seri, nessuno scandalo quindi. Lo scandalo sussiste solo per un darwinista dogmatico come ad esempio il fondatore de La Repubblica.

Riteneva inoltre che la vita fosse troppo complicata per essere nata sulla terra: «Che quella faccenda complicata e complessa che è una cellula sia nata spontaneamente e per caso sulla Terra ha la stessa probabilità che un tornado, passando su un deposito di rottami, ne tiri fuori un Boeing 747 perfettamente funzionante».

Inizialmente pensò che la vita provenisse dallo spazio, da qualche asteroide, cosa che poi si dimostrò impossibile a causa della troppo limitata durata nello spazio del DNA. E allora come la risolviamo? Con gli extraterrestri! Non abbiamo già detto che fu soprattutto uno scrittore di fantascienza? Purtroppo però non si accorgeva che spostare il problema più in là non lo risolve, né per i biologi né per i filosofi. Ma l’ateismo dogmatico ama mettere la sporcizia sotto il tappeto. Uno scienziato dovrebbe solo dire la verità: non sappiamo come sia nata la vita. Punto.

Ma quali sarebbero gliinestimabili contributi…” che ha dato all’astronomia? Formare altri fanta- scienziati come Stephen Hawking? Sì, Hawking, quello degli infiniti universi inconfutabili che dovrebbero rendere superflua l’esistenza di Dio. Una cosa tipo: Pierino, hai fatto i compiti a casa? No, professore, me li ha mangiati Billy. Pierino, non dire fesserie! Ehm, scusi professore, me li hanno mangiati Billy, Pluto, Dick, Fuffy, Fido, Rintintin e così all’infinito.

“Per le sue posizioni eterodosse venne messo ai margini della comunità scientifica“. E meno male. Da parte nostra speriamo di smettere di sfornare scienziati i cui libri migliori vengono pubblicati nella collana Urania.

Per concludere, caro Scalfari, lo cambiamo ‘sto titolo in “Fred Hoyle, lo scienziato a tempo perso che si oppose all’evidenza dei fatti?

In memoria della memoria

In ritardo di un paio di mesi mi decido a pubblicare un post riguardante la gionata della memoria 2018. Può sempre insegnare qualcosa..

Assonnato davanti alla mia tazza di thè, di domenica mattina, decido di fermarmi su Rai1 per farmi svegliare da Unomattina in famiglia, programma diretto dal duo Timperi-Miccitelli. A convincermi in effetti era stato il simpatico faccione del prof. Sabatini: stava egli appunto finendo una delle sue erudite disquisizioni su “curriculum e curriculaquando Timperi lo sprona a parlare di una questione che da giorni stava a cuore al professore. Il buon Sabatini chiarisce allora che nel periodo della “giornata della memoria” era infastidito dal sentir parlare di “razze umane”.

Bravo, Sabatini, anche a me fa senso ‘sta roba.
Ma l’erudito ospite della trasmissione poi si inerpica a spiegare quale, secondo lui, sarebbe il motivo della assoluta infondatezza di tale modo di dire: siamo tutti discendenti dell’unico Homo Sapiens, proveniente dall’Africa e impostosi in maniera travagliata su altre specie, e cita la triste fine dell’uomo di Neanderthal. Nell’invitare i professori della scuola ad utilizzare l’argomento “scientifico” contro il razzismo, intuendo egli stesso il problema che introduce nella discussione, consiglia di “lasciar perdere il modo” con cui il Sapiens si sarebbe imposto. Il buon professore tenta di risolvere questa devianza del genere umano, ponendo l’accento sulla causa che lo ha prodotto. Mi spiego.

Sabatini parla di selezione naturale e l’Homo sapiens fece fuori eliminandolo fisicamente la “razza” neanderthaliana e si capisce benissimo che raccontata così la cosa non è troppo educativa per le nuove generazioni. E quindi egli raccomanda, mentre manda un’occhiataccia a Timperi, di “non spiegare come” il Sapiens si sia
imposto.
Ai nazisti piaceva molto la teoria darwiniana del “più forte sopravvive, il più debole soccombe” e tentarono di selezionare una razza a scapito di altre. Più selezione di così! Furono proprio le idee scientifiche di fine ottocento a creare i presupposti per le carneficine del secolo successivo. “Dio è morto!” gridava Nietzsche, anche grazie alla “selezione naturale” che Darwin introdusse nella
discussione scientifico/filosofica. Darwin non aveva certo questo intento, ma strumentalmente, da quel momento in poi si potè tentare di eliminare intere etnie in nome della “purezza della razza”, oppure intere classi sociali giudicate oppressive in ragione del “progresso dell’umanità”.
Sabatini chiude con un apodittico “Scienza!Scienza! Scienza!” ma siamo sicuri che per eliminare l’olocausto, di qualunque colore esso sia, basti evocare teorie scientifiche prive di anima ed eticità? Può la mera competizione per la sopravvivenza che, ben inteso, agisce anche dentro la specie, aiutarci a non finire infilzati da una
lancia o in un forno crematorio, od al freddo della Siberia? Non stiamo semplicemente cercando di spegnere il fuoco con la benzina?

Hawking, grazie ma non troppo

Stephen HawkingUn recente articolo della rivista digitale Coelum ci fornisce l’occasione di riconsiderare il “fenomeno Hawking”, il più famoso cosmologo dei nostri tempi, deceduto il mese scorso. L’articolo intitolato”Addio Stephen Hawking, grazie di tutto!” se da un lato ci restituisce una figura umana di tutto rispetto, simpatica e coraggiosa, dall’altro mette in evidenza uno scienziato sui generis, di una specie che certo va per la maggiore oggi ma che alla scienza non rende un grande servizio.

Chiariamo subito che, chi come me segue da decenni l’astronomia e la cosmologia non può che essere grato allo scienziato inglese per aver portato all’attenzione del grande pubblico la cultura astronomica. Hawking era riuscito negli anni ’70 ad ottenere la cattedra lucasiana a Cambridge, grazie ai suoi studi sulla singolarità del Big Bang(considerato un buco nero alla rovescia), teoria allora non ancora da tutti accettata e che Hawking con Roger Penrose contribuirà a far considerare come modello standard: mostrammo che qualsiasi modello ragionevole di universo doveva iniziare con una singolarità. Ciò significava che la scienza poteva predire che l’universo doveva aver avuto un inizio, ma che non poteva predire come l’universo doveva cominciare, poiché tale compito era competenza di Dio.

Una conclusione perfetta: lo scienziato con una teoria confermata da dati sperimentali accerta come avviene un dato fenomeno, lasciando alla filosofia od alla religione le risposte ultime. Due piani diversi, due ambiti di reciproco rispetto.

Da quel punto in poi Hawking intraprende un’inesorabile deriva verso posizioni “scientiste“. Dall’articolo di Coelum si evince chiaramente una notevole disinvoltura nel pubblicare nuove teorie, spesso in contraddizione con quelle precedenti, su argomenti ostici come le singolarità e l’origine dell’universo. Tunnelizzazioni, immagini olografiche quantistiche, tempi immaginari sono solo alcuni dei conigli tirati fuori dal cilindro dell’inglese. Certo, Hawking punta a stupire sia l’opinione pubblica che l’establisment della cosmologia. E ci riesce con la sua genialità e con la sua scienza-spettacolo fatta di pubbliche scommesse, quasi tutte perse, e di annunci ad effetto: la sua notorietà è ormai globale.

Ma la metamorfosi si completa con il chiarimento di quella che sarà una stella polare del suo operato: il Nostro si cimenta con l’origine dell’universo con lo specifico scopo di non “arrendersi alla necessità di un creatore”. Nell’articolo non viene spiegato che lo fa con la teoria di un universo racchiuso nei suoi stessi confini spazio temporali, creatosi ad opera delle stesse leggi della fisica che lo regolano, oppure “immaginando un tempo immaginario”. Scienza o aria fritta? Non è importante. Come premesso, il solo scopo è solo quello di “immaginare” un universo atheist fiendly“e, come lo stesso Hawking aggiunge “non ha senso chiedersi se corrisponde alla realtà”. Reali invece sono i quattrini che il buon Stephen rastrella per il mondo con le sue mirabolanti pubblicazioni.

Nelll’ultimo e recentissimo studio prodotto assieme a Thomas Hertog, uscito nei primi mesi del 2018 senza alcuna peer review, il vaglio preliminare degli esperti che certifichi un barlume di coerenza del lavoro, annuncia la sua teoria definitiva , il colpo di scena di un universo costituito da bolle di infiniti universi.

Bolle o balle? Nessuno lo sa, in quanto Hawking e Hertog “non suggeriscono nemmeno alcun modo di poter vedere le prove del multiverso, il che signifca che la loro teoria rimane, per il momento, non falsificabile“. Sapete che significa? Semplicemente che non è scienza! E cercare di eliminare Dio con una “teoria giocattolo” è impossibile persino per Hawking.

Hawking va dicendo candidamente che il suo obiettivo”è la completa comprensione dell’universo, perché è così com’è e perché“e questo la dice lunga sulla sua confusione. Di lui l’autrice dell’articolo scrive che “incarnava l’immagine che ho della scienza“, ma quando si perde il contatto con le realtà verificabili e si fraintende le effettive possibilità della ragione, la scienza con la S maiuscola cede allo scientismo ed a forme ibride di metafisica. A me questo approccio non piace e mi pare che la scienza boccheggi da tempo a causa di questi sofismi pseudo-scientifici. E non sono il solo a pensarla così. Ad esempio il fisico Lee Smoolin si chiede: “La fisica, allo stadio attuale, sembra aver drammaticamente perso la propria strada.[..] È usuale che passino tre decenni senza progressi importanti nella fisica fondamentale?”

Caro Stephen, hai consigliato alla gente della strada ed ai giovani scienziati: Ricordatevi sempre di guardare le stelle, non i piedi”. Ci sto, ma a patto che i piedi rimangano ben piantati a terra.